venerdì 16 novembre 2018
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Commento alle letture del 4 Ottobre 2018 – Dehoniane

S. Francesco d’Assisi, patrono d’Italia (festa)

XXVI settimana del tempo ordinario – Proprio

Il giogo della grazia

Quali sono i tratti della nuova creatura di cui san Paolo parla scrivendo ai galati? Dall’ascolto, tanto del testo paolino quanto  del Vangelo di Matteo, che oggi la liturgia ci propone, riceviamo alcune preziosi indicazioni. Anzitutto  si  tratta  di  non  porre  più la propria fiducia nella circoncisione. Per chi non appartiene più    al contesto giudaico non è facile comprendere bene e in profondità la visione dell’apostolo. Sembra non riguardare più la nostra esperienza religiosa, invece siamo noi stessi fortemente interpellati.

Per Paolo la circoncisione è un’«opera della carne». Anzitutto perché, sul piano più immediato, si tratta di un segno impresso sulla carne, inciso cioè sulla corporeità maschile. Ma soprattutto perché – e questo riguarda tutti, uomini e donne, giudei e non giudei – esprime l’autosufficienza della «carne», vale a dire l’atteggiamento di un’umanità che rimane chiusa in se stessa e nella pretesa di salvarsi da sé, facendo affidamento alle proprie risorse, alle proprie opere. Paolo polemizza con la circoncisione e con le opere della Legge, realtà che non ci riguardano più;    di fatto, però, possiamo tornare a cadere nella stessa insidiosa tentazione ogni volta che affidiamo il nostro cammino spirituale, la nostra santificazione, a pratiche, impegni, che oggettivamente possono essere buoni e consigliabili, ma che non lo sono più, nel momento in cui, attraverso di essi, torniamo a porre al centro di tutto il nostro essere la confidenza in noi stessi e nei nostri sforzi.

La scelta radicale per Paolo, il vero discernimento che ogni cristiano deve vivere, si colloca a questo livello: tra il confidare in se stessi e il confidare in Dio; tra ciò che noi pretendiamo di costruire in modo autonomo e ciò che ci viene donato dalla grazia di Dio in Gesù Cristo. Di qui passa la discriminante tra l’essere vecchia o nuova creatura. Per questo motivo, ai galati tentati di tornare a confidare nei segni e nelle pratiche di una religiosità autocentrata, Paolo augura di assaporare il dono che viene da Dio e dalla pasqua di Gesù: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli» (Gal 6,18). Non è soltanto un saluto retorico; qui l’apostolo esprime una delle sue più profonde convinzioni, che hanno alimentato interiormente tutto il suo percorso discepolare, teologico, spirituale. Non dobbiamo essere noi a crescere, togliendo spazio all’agire di Dio in noi; dobbiamo   al contrario diminuire per lasciare che sia Cristo, come grazia del Padre, a crescere, a dimorare, a vivere in noi.

Occorre, in altri termini, vivere quell’itinerario spirituale che ci conduce a collocarci tra i piccoli di cui parla Gesù nella sua preghiera al Padre, che sono in grado di accogliere quella rivelazione del mistero di Dio, che al contrario rimane nascosta ai sapienti e ai dotti, cioè a tutti coloro che rimangono chiusi nell’autosufficienza delle loro certezze e, possiamo aggiungere, delle loro stesse pratiche religiose. Tra questi piccoli è Gesù stesso a porsi, riconoscendo di non possedere nulla in proprio, ma di riceve re tutto dalle mani del Padre. Ed è questo l’atteggiamento che dobbiamo imparare da lui, assumendo il suo stesso giogo.

Nella tradizione giudaica, il «giogo» (Mt 11,29) è metafora dei precetti della legge mosaica che bisogna portare, nella fedeltà all’alleanza. Pietro ne parla in questi termini negli Atti degli apostoli: «Perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro» (At 15,10-11). Il giogo che Gesù ci impone e ci chiede di portare, questo giogo dolce e leggero, non è più il giogo della Legge, ma quello della sua grazia. È il giogo che ci rende nuova creatura, perché ci strappa dalle nostre chiusure e pretese, per consegnarci alla novità della relazione con Gesù, e ci dona di vivere nella «pace» e nella «misericordia» di Dio (Gal 6,16).

Signore Gesù, tu hai pregato il Padre, ringraziandolo e benedicendolo per tutti i piccoli che, nella loro povertà, sanno aprire gli occhi per riconoscere il suo mistero, sanno aprire le mani per accogliere i suoi doni e vivere di essi. Fa’ che la nostra preghiera sia accolta nella tua preghiera, affinché impariamo da te a relazionarci con il Padre nella fede umile, con i nostri fratelli e sorelle nella mitezza.

Vangelo

Mt 11, 25-30
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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