sabato 18 novembre 2017
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Commento al Vangelo del 29 ottobre 2017 – padre Gian Franco Scarpitta

L’amore e il senso della vita

Una canzone famosa di Vasco Rossi così si esprime: “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha.” Sembra fondamentalmente il grido disperato di ogni uomo che, per quanto non sempre ci appaia evidente, non vuole arrendersi alla vacuità della sua esistenza e alla pochezza del suo quotidiano e anche quando sembri che tutto sia vuoto e privo di significato cerca sempre di trovare una ragione per ogni cosa. Per quanto possa sembrare inverosimile, anche il più riprovevole degli uomini cerca di rispondere ai “perché” che caratterizzano la sua vita Qual è il senso della nostra vita sulla terra? Cosa stiamo a farci, dove siamo orientati? La domanda può anche porsi sotto altri termini e configurarsi come la sorgente di altri problemi; può essere posta infatti in un senso più lato: dove trovare la felicità e la gioia? Ragionare sul motivo fondamentale della nostra esistenza equivale infatti a interrogarsi sulla propria realizzazione e sulla personale felicità e fin quando non troverà adeguata risposta a tali quesiti, l’uomo continuerà a turbarsi e a dimenarsi contro se stesso. In effetti la smania del possesso e del denaro, la corsa al potere, l’arrivismo, il guadagno facile e le illusioni passeggere, cosa sono se non il tacito tentativo di raggiungere la felicità e di dare un significato alla propria esistenza? Anche chi pone fiducia nelle ricchezze tende ad interrogarsi se queste non siano la riposta agli interrogativi esistenziali predetti. Chi poi cerca alienazione nella droga e nell’alcool, come si sa, cerca luoghi arcani di felicità passeggere, ma anche in questo caso tende a trovare in questi espedienti il senso della propria vita.

Il libro del Qoelet, nella sua visione pessimistica della vita nella quale ogni cosa è vanità e vano inseguire il tempo, conclude che, appunto perché inutilmente ci affanniamo su questo mondo, il vero scopo della nostra vita si trova in Dio: “Abbiate profondo rispetto per Dio e ubbidite ai suoi comandi, poiché è proprio per questo che siamo stati creati.”(Qo 12, 13). Dinanzi alla fallacia illusoria del mondo e alle sue incertezze, trionfa sempre l’immagine di Dio come riferimento, soprattutto quando questo Dio è Amore disinteressato per l’uomo. Non si può avere alcuna certezza nelle prospettive a carattere puramente umano; non troveremo mai la vera gioia nelle effimeratezze di questo mondo, soprattutto perché tutto è destinato a passare. Non procacceremo mai alcuna risposta alla nostra domanda sul senso fin quando frugheremo nei solai di casa nostra, nella cantine polverose del nostro io emancipato e dissoluto. Occorre appoggiarsi su Qualcun altro, trovare un appiglio trascendente a disporci a fare la Sua volontà. Nella sua volontà la nostra pace, diceva Dante. E la vera volontà di Dio che garantisce la nostra pace e la nostra salvezza è semplicemente l’amore. Non l’amore filantropico ed esclusivamente orientato in senso orizzontale, ma l’amore carico e disinteressato, esercitando il quale si trova il senso della propria vita. L’amore insomma con cui noi ci relazioniamo a Dio stesso che a sua volta ci da’ tutte le motivazioni e le ragioni per orientarci verso gli altri. Amare insomma Dio e il prossimo, ecco la soluzione all’enigma predetto, che non si trova in alcun luogo o espediente di questa terra. Per amare realmente, inesorabilmente e senza retoriche, occorre comprendere di essere amati in prima persona, anzi risolvere che essere amati per primi è necessario. La necessità di affetto è propria di tutti ed è proprio questa necessità ad illustrarci che è necessario sentirci amati per amare gli altri. Per questo motivo non può che esistere un Dio Amore, che ama l’uomo incondizionatamente lui per primo, la cui premura di Padre ci orienta verso di sé e verso il nostro prossimo. Sentirci amati da Dio è la chiave di volta per poter amare il nostro prossimo, lo sprone fondamentale per cui siamo capaci di amare incondizionatamente gli altri senza riserve. E in questo si scopre il senso della vita. Nell’unica frase di Gesù non riportata nei Vangeli questi dice: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”(At 20,34) e implicitamente si sottende al fatto che la vera realizzazione consiste proprio nel dare, perché è in questa prospettiva che si scopre la propria utilità, la finalità per cui si è creati con singolari doni e carismi: questi non vanno nascosti o gelosamente custoditi, ma vanno messi a frutto per l’edificazione di tutti ed esattamente in questo consiste lo scopo della nostra vita. Amando gli altri come Dio ha amato noi, siamo in grado di conoscere maggiormente noi stessi, di apprezzarci e di valutarci moderatamente con appropriata autostima che non sconfina nella superbia, ma proprio questo conduce alla consapevolezza di non essere mai stati in balia del caso, ma di rispondere a un determinato progetto e di possedere un potenziale unico, che assume valore solo quando viene donato a terzi. Non per niente Gesù stesso suggerisce: Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati, ponendo se stesso, quale Figlio di Dio fatto uomo, come fondamento e modello di amore. Secondo le più recenti rivalutazioni dell’esegesi, questa espressione di Gesù supererebbe quella veterotestamentaria dell”amare il prossimo tuo come te stesso”, ma in realtà si tratta di affermazioni equivalenti poiché nella logica del vero amore verso Dio e verso gli altri l’amore verso se stessi è sempre implicito: chi sa realmente amare se stesso è capace di amare il prossimo, perché testimonia di essere stato amato a sua volta.

Rivolto agli Efesino, Paolo aggiunge: “Siamo stati creati in Cristo Gesù per le buone opere, che Dio ha predisposto affinché le pratichiamo”(Ef 2, 10). Opere certamente attestanti la dinamicità dell’amore divino che si dispiega nell’uomo, di cui già gli antichi versi dell’Esodo ci ragguagliano (Prima Lettura) nel comandamento della tutela del povero, dell’orfano e della vedova, come pure nella raccomandazione divina ad omettere ogni sorta di malvagità nei confronti del forestiero e del bisognoso, per tutelarne i diritti e la dignità. In questi comandi ci si appella all’amore con cui Dio guarda con occhi di predilezione determinate categorie di persone che diventano luogo di esercizio dell’amore da parte sua e da parte di tutti. In tal senso l’amore diventa un monito universale che raggiunge anche il “nemico”, superando le barriere degli interessi personali e della chiusura egoistica e allargandosi sempre più a vasto raggio. Amore totalizzante di Dio nei nostri riguardi, amore nostro nei confronti di Dio, amore nostro verso tutti.

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