sabato 16 dicembre 2017
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Commento al Vangelo del 3 dicembre 2017 – il Capocordata

Con il nuovo anno liturgico (ANNO B) il lezionario propone la lettura continuata del vangelo di MARCO. Il breve passo selezionato (Mc. 13, 33-37) per questa prima domenica di Avvento ci porta verso la fine del ministero di Gesù, al capitolo 13°, considerato il discorso “escatologico” riguardante i tempi finali, o il compimento della storia. Il testo è particolarmente appropriato a celebrare questa prima domenica di Avvento che, secondo la tradizione liturgica, non è ancora centrata sulla nascita storica di Gesù, ma pone in primo piano il mistero del tempo, che il cristiano è chiamato a vivere nel segno dell’attesa del Signore che viene incontro a ogni uomo e in ogni tempo. Se l’Avvento è essenzialmente il Signore che viene, allora la liturgia lo celebra come tempo significativo e propizio per coltivare la sua attesa, e più in generale per ripensare ai nostri desideri profondi e ai nostri ultimi destini (cfr. i famosi “novissimi” del vecchio catechismo).

Per caratterizzare questo tempo, a chiusura del discorso escatologico, Gesù utilizza una similitudine che ha il carattere di una metafora della vita concreta dei cristiani che vivono nell’attesa del Signore, e nella quale ogni elemento riceve il suo contenuto di riferimento: “è come un uomo che è partito (per un viaggio) dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare” (v. 34). 

L’uomo che se ne va è lo stesso Gesù e lo si capisce dalla qualifica che gli viene attribuita, “il padrone (il signore) della casa” (v. 35), una designazione che allude sicuramente a Cristo, Signore della Chiesa e della storia umana. La casa che lascia è la comunità dei credenti della Chiesa di Marco (la Chiesa di Roma) e, per estensione, le comunità cristiane di tutti i tempi. I servi sono i suoi discepoli, ai quali ha lasciato la responsabilità della propria casa, ognuno con il proprio compito specifico. Il quadro procede con pennellate successive per giungere a una figura più specifica, il portiere. A lui viene attribuito un ruolo più rilevante, e ciò fa pensare a un servizio particolare che, secondo Marco, deve essere svolto dai leader della comunità che hanno il compito di vegliare e di mantenere desta l’attenzione di tutti in vista del ritorno del Signore.

La similitudine viene attualizzata dallo stesso Gesù con una serie di imperativi: “Fate attenzione, vegliate” (v. 33.35.37): invito ripetuto per tre volte. E’ questa la priorità che gli sta a cuore. Alle domande dei discepoli che hanno dato inizio al discorso “escatologico”, dove si mescolavano due loro preoccupazioni, la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la fine del mondo, Gesù aveva risposto introducendo un terzo elemento che deve catalizzare tutta l’attenzione: la venuta in gloria del Figlio dell’uomo e, in relazione a essa, l’attesa che deve caratterizzare l’atteggiamento dei credenti. Tutto il resto passerà in secondo piano rispetto a questa prospettiva finale vittoriosa.

Per questo Gesù invita tutti, anche noi, a essere vigilanti, capaci di discernere i tempi, di non lasciarci ingannare dai falsi messia, né farci sorprendere dalla venuta del Signore, non programmata secondo i nostri tempi e le nostre previsioni. Sarà una venuta a sorpresa, ma certa. Questo appello alla vigilanza si pone in una luce nuova se teniamo conto che il contesto ideale per la lettura del vangelo di Marco è la notte pasquale, la notte nella quale la comunità cristiana veglia e attende il ritorno del Risorto.

“Vegliate dunque, perché voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà” (v. 35)

Per illustrare le modalità dell’attesa il testo nomina quattro momenti distinti, che possono anche essere attualizzati alla luce del racconto di Marco. “Alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino” (v. 35): sono i tempi corrispondenti alle quattro “vigiliae” nelle quali gli antichi erano soliti suddividere la notte. Si può riconoscere l’annuncio di quattro momenti cruciali negli eventi che seguiranno: la sera richiama l’ultima cena, quando Gesù annuncia la prova attraverso la quale dovranno tutti passare; la mezzanotte corrisponde all’intensa veglia di Gesù nell’orto degli Ulivi, durante la quale per ben due volte ha trovato i suoi discepoli addormentati; il canto del gallo corrisponde al momento nel quale Pietro rinnegherà per la terza volta il suo Maestro nel cortile del palazzo del sommo sacerdote; riguardo al mattino, il seguito del racconto menziona il momento nel quale Gesù sarà consegnato a Pilato, ma anche quello della visita delle donne al sepolcro, dove i discepoli brilleranno per la loro assenza.

“Quello che dico a voi, lo dico a tutti” (v. 37)

Di colpo l’uditorio è allargato: l’evangelista scavalca per un momento la cornice del racconto, dove sono presenti i soli discepoli, per raggiungere la comunità di tutti coloro che leggeranno il suo Vangelo. Attualizzando le parole di Gesù, tutti i credenti sono invitati a rimanere desti nell’attesa, ricordando che anch’essi, nelle circostanze più varie della vita, attraverseranno gli stessi momenti nei quali i discepoli sono stati messi alla prova. Gli imperativi che scandiscono tutto il discorso invitano i destinatari a comprendere il senso della venuta del Figlio dell’uomo e a prendere pienamente coscienza che la sua attesa non è un’opzione facoltativa, ma determina la vita stessa del credente: la risposta del fedele all’ “arrivo” del Signore è lo stato di veglia, indice di prontezza, di tensione, di amore operoso.

Questo atteggiamento vigile ci offre la direzione e il passo da prendere nell’Avvento: la direzione è Dio che ci previene nel farsi vicino a noi, anzi dentro di noi e uno di noi (l’Emanuele); il passo è quello nostro, attraverso una ricerca permanente di Dio, sino a divenire infaticabili “pellegrini dell’Assoluto”.                                                                                                                   

Fonte: il quotidiano del Lazio

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Fonte: citv video

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