sabato 16 dicembre 2017
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Commento al Vangelo della Prima domenica di Avvento, 3 dicembre 2017 – p. Giulio Michelini ofm

Vegliate!

Il brano che inaugura il tempo di Avvento di quest’anno contiene una serie di avvertimenti sul far attenzione, sulla veglia, sul restare svegli, perché non si può sapere in anticipo l’arrivo del giorno del Figlio dell’Uomo. Questi verrà così come torna un uomo che è partito per andare da qualche parte, e improvvisamente ritorna senza avvisare, non senza aver lasciato il potere (exousia) della sua casa ai servi, perché la custodiscano. Il testo è tratto dal capitolo tredicesimo del Vangelo di Marco, chiamato anche “discorso escatologico”, sicuramente una delle parti più difficili e discusse del secondo Vangelo, il cui intento non è quello di rivelare i dettagli di quello che accadrà alla fine del mondo, magari dando indicazioni (come alcune sette cristiane fondamentaliste fanno credere) sui tempi o i modi, quanto piuttosto quello di esortare i cristiani a «vivere l’attualità del presente in un impegno umile e fiducioso, nella vigilanza attenta, in una speranza che è fondata sulla presenza certa di Gesù» (Radermakers). Il nostro testo si presta quindi bene ad un percorso liturgico come quello dell’Avvento, anche se, a ben vedere, il suo contesto interpretativo più probabile è piuttosto un altro, e cioè – oltre a quello escatologico di cui abbiamo detto – quello della passione del Signore.

Non lasciarsi sfuggire il kairos. È facile addormentarsi, anzi: l’invito di Gesù a stare svegli non vuole superare la nostra natura: «La vigilanza continua non significa che i discepoli non possono mai dormire; già fisicamente questo è impossibile» (Stock). Il problema è il non dormire all’arrivo del momento cruciale, è il perdere l’occasione. Che non è solo alla fine del mondo, quando tornerà il Figlio dell’uomo. In quel giorno, anche se saremo addormentati, il suono della tromba comunque ci desterà (1Cor 15,52). Che non è solo al momento della nostra morte, quando incontreremo personalmente il Signore. È l’occasione di ogni giorno: «la “fine del mondo” si realizza per ciascuno quando in Gesù ci si trova alla presenza di Dio» (Radermakers); «Il rischio terribile è quello di non comprendere l’unica cosa veramente importante, di continuare ad attendere ciò che non verrà, perché è già venuto» (Spreafico). «Solo custodendo il timore di non riconoscere Colui che passa tra noi e rimane con noi (Sant’Agostino, Sermo 88, 14, 13), potremo realmente vivere una vita degna dell’eternità» (CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia).

Qualche studioso ha notato che i rimandi alla passione-morte di Gesù non si limitano solo al caso del verbo vegliare: la composizione del nostro brano è tutta pensata seguendo (precedendo!) gli avvenimenti della passione ormai vicini. «Quando verrà “il Signore della casa”, per visitare i suoi e chiedere conto della loro fedeltà? In momenti ben precisi: “la sera”, il momento in cui uno dei dodici l’avrebbe consegnato (14,17); a “mezzanotte”, il momento in cui Gesù viene interrogato dal sommo sacerdote (14,60-62); “al canto del gallo”, quando Pietro lo rinnega (14,72); il “mattino”, l’ora in cui il sinedrio consegna Gesù a Pilato (15,1). È come se il Signore venisse nell’ora in cui si consuma il peccato degli uomini: egli non è “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (2,17)» (Radermakers). Da qui alcune considerazioni e una possibile risposta al perché il Figlio dell’uomo non sa (v. 32: Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre). «L’avvenimento definitivo della salvezza si è già compiuto nella passione, morte e risurrezione di Gesù. È inutile speculare sul quando della venuta del Signore. Il problema è essere all’erta, vegliare.

Ecco un altro parallelo con l’episodio dei discepoli che non vegliano, che si addormentano, all’inizio del racconto della passione. Importante è vegliare per comprendere la manifestazione del Figli dell’uomo. Marco insiste nel dire alla comunità che anche la distruzione del tempio non è il segno della fine. Gesù stesso inizia il nuovo rapporto con il tempio, perché ora in Lui Dio si è manifestato definitivamente. Questa è la novità, la definitività! La distruzione di quel tempio di pietre non può essere la fine. E non bisogna aspettare nessun altro Messia: sono io, dice Gesù. Il Figlio dell’uomo verrà sulle nubi. “Io vi manifesto la pienezza dell’umanità di Dio nella storia, io, il Figlio dell’uomo che patisce, muore e risorge”. Questo, e solo questo, è il segno dell’avvenimento definitivo che vi do. Vegliate dunque, perché non sapete quando vi sarà dato di comprendere questo.

E se venendo il Signore vi trovasse addormentati?» (Spreafico). «Il Signore viene quando si consuma il peccato dell’uomo, e quindi occorre vigilare, ciascuno con la responsabilità e il compito lasciatogli dal Signore. La Parusia è prossima, ma anche la Passione è vicina e ciò che Gesù ha etto ai quattro discepoli l’ha detto per tutti e significa soprattutto: “Vegliate, perché viene il Figlio dell’Uomo”. Questo Gesù, che presto sarà ridotto all’impotenza, sarà colui al quale spetta il ritorno nella gloria e l’ultima parola sulla storia. Nel frattempo, dopo che sarà stato “tolto”, egli si terrà alla porta (cfr. Ap 3,20) scrutando se il compito dato a ciascuno viene eseguito e se c’è attesa per il suo ritorno. Cosa deve fare dunque il cristiano? Vegliare. […] Chi non sa vegliare non sa neanche pregare e cade facilmente preda della crapula e della vertigine, perdendo la padronanza di se stesso e la capacità di essere proteso alla venuta del Signore. “Vieni Signore Gesù” sarà il grido dell’autentico cristiano fino alla fine del mondo». (Enzo Bianchi).

Fonte

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Fonte: citv video

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