mercoledì 22 novembre 2017
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Commento al Vangelo di domenica 15 ottobre 2017 – don Mauro Orsatti

Interpretare i testi: Dio invita al banchetto, perché non vuole essere felice da solo

Il banchetto, in tutte le culture, è un grande mezzo per esprimere amicizia, dialogo, intimità. Lo si nota bene in alcune occasioni, come la celebrazione delle nozze. Un invito possiede sempre una duplice valenza, personale e sociale. Personale perché interessa il singolo che si sente onorato di partecipare alla gioia di un grande evento, sociale perché lo pone in relazione con altre persone, chi lo invita e chi partecipa alle nozze. La festa della famiglia è proposta e condivisa con tante altre persone, cosicché la gioia dei diretti interessati si travasa nella comunità, diventando un fatto sociale. Anche oggi si verifica lo stesso fenomeno, in tono minore per noi che idolatriamo la privacy, in modo appariscente in tanti Paesi. Basta viaggiare un po’ in Africa, America Latina, Asia per rendersi conto quanto un matrimonio interessi anche la comunità.

            A Dio non piace essere felice da solo; invita a condividere la sua gioia nel banchetto della sua intimità. Ci vuole suoi commensali, come suggeriscono le colorate immagini delle letture di oggi.

Per dire quanto Dio ci tenga ad avere tutti gli uomini alla sua mensa, Matteo propone questa parabola, cui ha impresso un forte carattere ecclesiale. Ai primi invitati che hanno rifiutato, subentrano altri che accolgono l’invito. La sala si riempie, sono in molti a far festa e a condividere la gioia del re. L’invito comporta alcune responsabilità che non vanno trascurate (vangelo).

            Il profeta immagina Dio che prepara sul monte Sion un sontuoso banchetto cui sono invitati tutti gli uomini, che vi possono accedere solo dopo aver abbandonato le negatività che corredano tristemente la loro vita. Sarà un incontro di gioia piena (prima lettura).

            La felicità viene anche dalle piccole cose, come il saper dire grazie per mantenere vivo il senso della gratitudine. Paolo lo insegna, senza mai spegnere il suo diretto riferimento al Signore, sorgente di sana autonomia (seconda lettura).

Vangelo: Commensali di Dio

Matteo sta insistendo con forza sulla responsabilità di coloro che hanno rifiutato Gesù. Lo documenta il contesto. Prima della nostra parabola, quella dei contadini omicidi è un’impietosa rappresentazione di persone, che hanno rifiutato di consegnare al legittimo proprietario i proventi della vigna in cui lavoravano. Di più, hanno ucciso i servi mandati per la riscossione, giungendo all’estremo di uccidere lo stesso figlio del padrone (cfr. Mt 21,33-44). La polemica contro il mondo giudaico che ha rifiutato Gesù è lampante.

In questo rovente contesto si colloca la nostra parabola, non certo più tenera della precedente. Il brano presenta una disposizione chiara e ordinata: racchiuso tra un’introduzione (v. 1) e una conclusione (v. 14), ambedue di carattere generale, viene modellato in due quadretti paralleli e opposti che rispondono allo schema comune: invito – reazione – conseguenze.

Primo quadretto (vv. 2-7). Un re prepara un banchetto per le nozze del figlio e manda i suoi servi a chiamare gli invitati; come risposta ha un rifiuto. Altri servi sono inviati a sollecitare gli invitati indicando l’urgenza della partecipazione: tutto è pronto. Segue un secondo rifiuto, aggravato da un disinteresse totale per il banchetto e da un implicito disprezzo al re di cui si uccidono i messaggeri. La conseguenza è un intervento duro del re che elimina gli assassini e distrugge la loro città.

Secondo quadretto (vv. 8-13). Lo scacco subito non blocca il re che ordina ai servi di invitare chiunque incontrino per strada. In breve tempo la sala si riempie.

A questo punto avviene un fatto tragico: un invitato, sprovvisto dell’abito di nozze, è escluso dal banchetto (vv. 11-13). Per spiegare meglio questo fatto increscioso, dobbiamo ricordare che esso appartiene originariamente ad un’altra parabola, aggiunta qui da Matteo per una particolare situazione della sua comunità ecclesiale.

Il punto decisivo che confronta i due quadretti sta nell’accoglienza o meno dell’invito. Qui si registrano le più vistose differenze: i primi erano già stati invitati e i servi hanno solo il compito di sollecitarli; i secondi ricevono un invito improvviso e inaspettato. I primi hanno un’occupazione, di conseguenza un salario sicuro e quindi una certa agiatezza; i secondi invece si trovano ai crocicchi delle strade dove sostano i disoccupati in attesa di reclutamento al lavoro e i nullatenenti. I primi vengono sollecitati due volte e ciononostante oppongono un ostinato rifiuto; i secondi accolgono subito l’invito. I primi sono totalmente eliminati; i secondi, eccetto uno, sono tutti accolti.

La parabola degli invitati al banchetto è conosciuta da Luca come la parabola della cena (cfr. Lc 14,15-24). È pure presente nell’apocrifo Vangelo di Tommaso, un prezioso e antichissimo documento (II secolo), trovato casualmente nel 1945-46 in Egitto, durante gli scavi nella sabbia del deserto, contenente 114 detti del Signore.

Anche se documentata altrove, la parabola assume in Matteo un carattere particolare, perché serve a capire meglio la comunità cristiana, di ieri e di oggi.

L’invito a nozze e il rifiuto

È legittimo e doveroso per un re solennizzare le nozze del figlio con un banchetto. Prepara una festa di famiglia e pensa pure a tanti invitati. Si premura di inviare messaggeri a chiamarli. Il suo è un atto di deferente omaggio ed un implicito riconoscimento della loro dignità. È altresì un delicato modo per esprimere che egli ha piacere di averli con sé per questo solenne atto. Se è onorato il re di avere tali graditi ospiti, dovrebbero esserlo ancora di più costoro, ammessi alla presenza del sovrano e chiamati a condividere con lui la gioia di nozze del figlio. C’è aria di festa e di solennità.

Contrariamente ad ogni logica aspettativa, viene da parte degli invitati un rifiuto, non meglio precisato nelle sue motivazioni. Il comportamento risulta scortese e, più ancora, offensivo. Si potrebbe pensare ad una rottura di rapporti. Invece no.

Rinnovato invito e ostinato rifiuto: un’assurdità?

Il re mostra una signorile magnanimità rinnovando la sollecitazione mediante l’invio di altri messaggeri, che dichiarano completata la fase preparatoria e improrogabile del banchetto: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo, i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto». La minuziosa descrizione, anche di dettagli come gli animali uccisi, esprime il rinnovato desiderio del re di ricevere i suoi ospiti. Non si spiegherebbe altrimenti tanta insistenza. L’annuncio dei servi: «Venite alle nozze» è simile più ad un ultimatum che a un pressante invito.

Se alla prima sollecitazione si potevano concedere possibili scusanti, alla seconda deve senz’altro seguire una risposta di adesione. Il re ci tiene ad avere questi invitati, e loro dovrebbero sentirsi onorati di essere oggetto di tanta premurosa attenzione. Invece, contro ogni previsione, il rifiuto si colora di pacchiano disinteresse verso l’invito e di sdegnoso disprezzo verso il padrone.

Il rifiuto al banchetto subentra allorché le energie vengono convogliate su nuovi e più allettanti centri di interesse, che prendono il nome di “lavoro” e di “affari”. Il disinteresse trascina con sé il disprezzo per il signore.

Infatti partecipare al banchetto non è solo soddisfare un bisogno primario quale la fame, ma, molto più presso gli orientali che nel nostro mondo, soprattutto un’occasione privilegiata per condividere i sentimenti dell’invitante e vivere con lui una solidarietà, resa visibile dallo stare insieme a tavola. La Bibbia ama rappresentare la comunione con Dio come la condivisione di un banchetto (cfr. Is 25,6; Sal 23,5; Ap 3,20).

Nel momento in cui si preferiscono il lavoro e gli affari, si contravviene certo ad una regola di cortesia verso il padrone e, peggio, gli si arreca una grave offesa per l’umiliante precedenza accordata alle cose.

Per quanto abnorme e perfino irrazionale possa essere il rifiuto, il fatto non costituisce un’eccezione nella vita degli uomini, che spesso si lasciano ammaliare dal civettuolo luccichio delle cose, anziché appassionarsi alla solida costruzione di un rapporto interpersonale. Lavoro e affari sono ancora oggi realtà che possono ingigantirsi velocemente a scapito di valori, quali la famiglia, la solidarietà, la riflessione personale e il rapporto con Dio, proprio come cellule cancerogene che si riproducono vertiginosamente a scapito di altre, provocando uno squilibrio nell’organismo e accelerando la fine. È una crescita impazzita, alla continua ricerca di un’espansione unidirezionale che mortifica lo sviluppo armonico dell’insieme. Questo tipo di vita è anticamera della morte.

Lo testimonia la reazione del re, che non può tollerare un insulto al suo invito e l’ingiustizia perpetrata a danno dei suoi servi. Si legge al v. 7: «Allora il re si indignò: mando le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città». Davanti ad una punizione tanto dura, sorgono alcune perplessità. Certamente quel signore è danneggiato per il fatto che i suoi servi sono stati maltrattati e alcuni perfino uccisi. Questo particolare, però, sembra secondario, nell’economia del racconto, rispetto a quello del rifiuto. Sorgono allora due interrogativi: Non erano liberi gli invitati di rispondere negativamente all’invito? Non risulta eccessiva la reazione del re nei loro confronti?

In una logica puramente umana il rifiuto è ammesso e plausibile. Si richiede solo l’osservanza di elementari norme di galateo, qual è appunto la giustificazione, tanto meglio se accompagnata da una petizione di scusa. Nella parabola notiamo invece che il rifiuto, non solo non sembra radicarsi in un terreno di valide scuse, ma addirittura si sviluppa come villania. Al primo invito si risponde con un netto rifiuto: «non vollero venire», non meglio precisato. Al secondo invito, che è una calda sollecitazione, si risponde con un sentimento: «non se ne curarono», e con un atteggiamento: «andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari», che corrisponde a un insolente disprezzo verso colui che ha invitato. Considerando anche la finale: «altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero», allora si tocca il fondo del lecito e, diciamolo pure, del verosimile.

È appunto questa inverosimiglianza sul piano dei rapporti umani (chi uccide il latore di un invito?) che obbliga a orientarsi verso una lettura storica e teologica della parabola.

L’evangelista ha voluto sintetizzare in pochi tratti la storia della salvezza e il suo apparente fallimento: Dio (il re) per mezzo dei profeti (i suoi servi) ha sollecitato il popolo di Israele (gli invitati) a prendere parte alla sua alleanza (il banchetto), ma non ha ottenuto che una sorda ostilità. Ha riprovato con altri profeti, non ottenendo migliori risultati, anzi, vedendo la situazione peggiorare sempre di più. L’incendio della città e la connessa morte degli invitati è la trasparente metafora della situazione di Gerusalemme del 70 d.C., anno in cui le truppe romane alla guida di Vespasiano la incendiano e distruggono, rendendola un cumulo di rovine. Vale per la città la triste profezia di Gesù sul tempio: «In verità vi dico: non resterà qui pietra su pietra che non sarà demolita» (Mt 24,2). A partire da quella data cessa di esistere la nazione ebraica.

La comunità cristiana primitiva lesse questo spezzone di storia come la conclusione della funzione storico-teologica di Israele. La fase di Israele si chiude, ma la storia continua con nuovi invitati. La festa non è né cancellata, né ritardata; l’invito non si arresta né si perde: trasmigra da popolo a popolo, continua nel tempo e nello spazio come invito nuziale che sollecita alla partecipazione. Quindi solo i fatti e la loro lettura teologica danno una comprensibile ed accettabile spiegazione della parabola, preziosa miniatura della storia della salvezza.

I nuovi invitati

Con questa interpretazione si appiana la via alla comprensione della seconda parte. Dio non si arrende davanti al diniego umano. Del resto, è teologicamente impensabile che l’uomo possa bloccare il progetto divino. Resta vero che tale progetto può subire variazioni, quando l’uomo non vuole collaborare.

Continuando con l’immagine della parabola, le nozze devono essere celebrate e il banchetto ha bisogno di invitati. Non più i primi invitati, ora eliminati, ma nuove persone dovranno prendere parte al banchetto. Il padrone rinnova ai suoi servi il comando di reclutare nuovi commensali. Il lettore sarà curioso di conoscere la loro identità. Qui sta un punto di sorpresa.

Costoro sono degli estranei, vengono da tutte le parti, non sono persone di rango, bensì gente raccogliticcia trovata ai crocicchi delle strade, là dove indugiano coloro che non contano, coloro che attendono di essere ingaggiati, «buoni e cattivi» per indicare che non si è fatta una previa selezione. L’invito raggiunge tutti indistintamente, senza preferenze e senza esclusioni; non intende perciò premiare nessuno e si presenta come puro dono. I servi hanno solo eseguito una precisa e chiara disposizione del loro signore che ha voluto commensali “comuni”, forse anche scadenti. Costoro, dal canto loro, si sono trovati improvvisamente in una situazione di onore, senza merito e senza preparazione.

Anche per questa seconda parte della parabola occorre guardare alla storia della salvezza; il rifiuto di Israele ha fatto scattare l’attenzione al mondo pagano. Infatti, dopo un momento di annuncio solo a Gerusalemme e ai giudei, la Parola di Dio viene proclamata da Pietro, da Paolo e dagli altri anche ai pagani, ottenendo una favorevole, spesso entusiastica, accoglienza. Il Libro degli Atti lo testimonia con abbondanza: il centurione Cornelio, gli abitanti di Antiochia, di Filippi, di Tessalonica, di Corinto, sono solo un campionario dei numerosi pagani che diventano cristiani. Anche loro, una volta battezzati nell’acqua e nello Spirito, sono ammessi al banchetto della Parola e dell’Eucaristia, ed entrano così a far parte del nuovo popolo di Dio.

Ora infatti si respira l’aria universalista della comunità primitiva, che apre il tesoro del suo messaggio a tutti gli uomini, prolungando lo stile insegnato da Gesù. Egli parlava di Dio anche a gruppi ufficialmente esclusi dalla corsa verso la salvezza, quali erano ritenuti i peccatori pubblici e le donne di malaffare: costoro erano per lui non meno degni di comprensione della élite religiosa ebraica. Questi semi di universalità sparsi da Gesù sono fioriti nella comunità primitiva, che supera le distinzioni all’interno di un popolo e anche le distinzioni tra popoli.

Colpo di scena finale

È ancora la situazione storica e teologico-ecclesiale a rendere comprensibile e logico il finale della parabola (vv. 11-13). Giustamente il lettore si schiera dalla parte del malcapitato che viene redarguito perché non indossa l’abito adatto e si fa istintivamente suo avvocato: «Come si può pretendere che uno, invitato all’ultimo momento e trovato per strada, porti l’abito da cerimonia? Pretesa assurda!». La ragione vuole la sua parte.

Un primo tentativo di spiegazione affonda le sue radici in recenti scoperte archeologiche, che hanno portato alla luce alcuni testi dell’antica città di Mari, sul fiume Eufrate, nei quali si informa che il guardaroba regio metteva a disposizione degli invitati l’abito conveniente. Nel nostro caso, l’uomo trovato senza abito nuziale mostrerebbe una sfrontata impertinenza verso colui che lo ospita, perché si rifiuterebbe di indossare l’abito conveniente. Si renderebbe colpevole e quindi passibile di pena.

A questo primo tentativo di risposta obiettiamo che l’evangelista non necessariamente era a conoscenza di tali usanze, del resto non ben documentate in Palestina. Il testo è così laconico e scarno che ogni supposizione non esce dai confini della congettura.

Lasciamo allora le ipotesi sugli usi antichi e muoviamoci sul terreno delle nostre conoscenze ecclesiali e teologiche. L’aggiunta dell’abito nuziale – parabola entro la parabola – intende stroncare la leggerezza che poteva introdursi nella comunità cristiana primitiva, producendo un rovinoso effetto. La chiamata di Dio in Cristo è senz’altro dono, non conosce frontiere o limitazioni, perché sono caduti tutti gli antichi privilegi. Accettato pacificamente questo, non è meno vero che al dono di Dio bisogna rispondere con una vita adeguata. Universalismo sì, ma a condizione che siano rispettate le regole fondamentali. Nella comunità cristiana alcuni avevano preso con leggerezza il dono del battesimo e i suoi impegni. Erano sì dei commensali, ma non nutrivano quell’interesse e non coltivavano quella passione che la partecipazione al popolo di Dio richiede.

Da alcuni dati del Nuovo Testamento possiamo costruire alcune situazioni difficili della comunità cristiana. L’Autore della Lettera agli Ebrei lamentava la scarsa partecipazione di qualcuno: «Non disertiamo le nostre riunioni come alcuni hanno l’abitudine di fare» (Eb 10,25). Le lacerazioni all’interno della comunità di Corinto e la difficoltà di relazione con Paolo, sono temi noti e ricorrenti (cfr. 1Cor 1,10ss.; 2Cor 2,1ss.). Le comunità dell’Apocalisse non sono esenti da rimproveri per alcuni comportamenti scorretti (cfr. Ap 2,4.14.20; 3,15-19). Ancora più pesante la denuncia di 1Gv che individua all’interno della comunità l’origine degli anticristi: «Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri» (1Gv 2,19). Matteo può aver conosciuto situazioni diverse, comunque preoccupanti, se sente il bisogno di inserire questa parabola con la richiesta di presentarsi al banchetto con il dovuto abito.

L’abito è molto di più di un elemento ornamentale, perché diventa segno e prolungamento della dignità della persona nel suo valore fisico e morale. Rimanendo nel mondo biblico, già il profeta Isaia aveva parlato di vesti di salvezza: «Io gioisco pienamente nel Signore […] perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia» (Is 61,10). Fa eco la simbologia dell’Apocalisse dove la veste bianca segnala l’appartenenza a Cristo grazie ad una vita integerrima (cfr. Ap 3,4). L’apostolo Paolo molto chiaramente afferma che i battezzati si sono «rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). La nuova veste dei battezzati esprime la loro nuova condizione. Così all’uomo che intende partecipare al banchetto di Cristo è richiesto quest’abito che è il suo nuovo modo di essere. Da qui si comprende il valore dell’abito richiesto all’uomo della parabola.

Non indossare l’abito significa non avere le condizioni spirituali necessarie per partecipare al banchetto, cioè alla comunione con Dio. Ecco allora la scena della parabola che bruscamente da conviviale diventa giudiziale. Lo si capisce con l’ingresso del re per «vedere», con l’interrogatorio cui si reagisce con una non-risposta, che è una implicita ammissione di colpevolezza. Segue infine la condanna. «Pianto e stridore di denti» non significa altro che la disperazione per la salvezza perduta per colpa propria.

Alla parabola così presentata non bisogna allora chiedere un’intelligibilità logica che non possiede (come può indossare l’abito di festa se è invitato all’ultimo minuto e trovato per strada?), ma un’intelligibilità storica e teologica (per partecipare alla comunione con Dio occorre un minimo di risposta personale, di collaborazione).

Un’enigmatica conclusione

Il versetto finale sembra stridere un poco con il precedente. Da una prima lettura si potrebbe ricavare che pochi si salvano e questo in manifesto contrasto con il contenuto della parabola che parla di tanti invitati, dei quali uno solo è trovato senza le condizioni richieste. Gesù non ha mai fatto giudizi così pessimistici, soprattutto sui risultati finali.

Nel tentativo di rendere chiaro il testo, sono state proposte diverse soluzioni, anche ingegnose, purtroppo non ben documentabili. Una di queste legge «molti» come coloro che provengono dal paganesimo ed «eletti» come coloro che provengono dal giudaismo, essendo “eletto”, il termine spesso usato per il popolo ebraico (cfr. Es 19,6). La parafrasi dell’ultimo versetto suonerebbe più o meno così: “Il regno messianico sarà formato da una moltitudine proveniente dal paganesimo e da un piccolo numero di ex Giudei”. La proposta convince poco.

Possiamo invece condividere la nota esplicativa della traduzione ufficiale CEI 1997: «La massima va capita in riferimento all’atteggiamento tenuto nei confronti di Gesù da parte dei suoi contemporanei». Pure accettabile il pensiero di A. Sand: «Matteo sottolinea al v. 14 l’insistenza e la serietà del suo discorso di monito con l’aggiunta di una parola della predicazione di Gesù che circolava isolata».

Infatti, dalla parabola si ricava che l’unica esclusione possibile dal Regno (e dalla comunità ecclesiale) dipende esclusivamente dalla cattiva volontà umana di chi non coopera con Dio. Lui vuole la salvezza di tutti, come ricorda questo testo paolino: «(Dio) vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,4). La pecorella perduta è quella che ha deciso lei stessa di perdersi.

Vogliamo auspicare che tutti optino per la scelta positiva che rimane l’impegno di ciascuno, quello di partecipare con gioia frizzante e riconoscente al banchetto della felicità divina.

Prima lettura: Il canto del banchetto

L’immagine festosa del banchetto ha preziosi antecedenti veterotestamentari, di cui il brano odierno costituisce un convincente esempio.

Il profeta sta scrivendo un blocco di oracoli in cui colloca il contrasto tra “la città del nulla” e “la città forte”, cioè Gerusalemme. Il valore della città santa traspare anche dal suo ruolo di centro di aggregazione di tutti gli uomini, convocati per un solenne convito.

Isaia immagina il Signore che sul monte Sion prepara un sontuoso banchetto. La descrizione si attarda a parlare dei cibi prelibati, con riferimento al grasso, che era la parte più pregiata dell’animale, simbolo dell’abbondanza, e riservata alla divinità (cfr. Lv 3,3-16). Non poteva mancare il vino, segno della gioia, come ricorda il Sal 103,15. Il sogno continua rappresentando tutti i popoli che convengono allo stesso punto. C’è un luogo di incontro per tutti, premessa e condizione per una futura fratellanza.

Le persone, prima di accedere al banchetto, devono far cadere dagli occhi la loro cecità: è il velo delle lacrime che appanna la vista, è la miseria umana che deve essere annientata. Anzi, muore la stessa morte, anticipando profeticamente quanto si realizzerà con Cristo e che Paolo esprimerà con parole celebrative: «La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,54-55).

Per tutti gli invitati si apre un orizzonte di felicità e di speranza, perché sono posti sotto la guida della «mano del Signore». È la sua presenza, forte e operosa (la mano), a garantire la nuova trasformazione. Per sempre.

Seconda lettura: Nutriti di gioiosa riconoscenza

Prima di concludere la Lettera ai Filippesi, Paolo lascia emanare il profumo delicato di una virtù rara, quella della riconoscenza. Tutto potrebbe essere sbrigato con un semplice, anche se sincero e affettuoso, «grazie!». Invece, da una parola, Paolo insegna a ricamare fuori note di finissima teologia pastorale.

            Intesse la sua gratitudine con il richiamo alla sua autosufficienza: «ho imparato ad essere povero e ad essere ricco; sono iniziato a tutto in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza». Paolo si trova a suo agio in ogni situazione e ha raggiunto l’arte di “sapersi arrangiare”, che è frutto di una lunga maturazione («ho imparato»). Vuole dire che tutto diventa relativo e secondario, rispetto al compito primario che è la risposta alla sua vocazione di Apostolo dei pagani. Quello che conta è servire Cristo, annunciando il vangelo. Avere tanto o poco non riveste grande importanza: le situazioni esterne sono tutte transitorie e non meritano eccessiva attenzione; quel tanto che basta per andare avanti. Paolo ha dato ampiamente prova di essere in grado di sostenere le situazioni più avverse, senza demordere dal suo intento. Per essere convinti, sarà sufficiente leggere 2Cor 11,21-29, una stupenda pagina autobiografica.

Se le affermazioni celebrano la sua autonomia dai bisogni e dalle cose, non per questo egli si presenta come un superman, né intende fare sfoggio di meriti che non possiede. L’importante v. 13 rimanda all’invisibile energia che fonda e motiva il suo comportamento: «Tutto posso in colui che mi dà la forza». È la forza di Cristo ad innalzarlo al di sopra delle circostanze. È quindi Cristo la ragione ultima della sua autosufficienza: proteso all’annuncio infaticabile e disinteressato del vangelo e sorretto da Lui, considera secondario tutto il resto, non degno di grande attenzione.

            Precisato che l’aiuto recatogli ha fatto bene soprattutto ai donatori e che, rigorosamente parlando, poteva anche farne a meno, Paolo passa ora alla considerazione più positiva. Il v. 14 introduce la forma delicata del ringraziamento, anche se non compare mai il verbo “ringraziare”: «Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione». «Prendere parte a» traduce il greco sygkoinonéo che esprime la condivisione della comunità che partecipa come può (con gli aiuti materiali) ad alleviare la sofferenza dell’Apostolo.

            Paolo sa che un ringraziamento umano rimane sempre poca cosa. Con il v. 19 chiama in causa direttamente Dio a ricompensare la comunità. Sembrerebbe un corto circuito nella logica del discorso: che cosa c’entra Dio con il vantaggio di Paolo dal ricevere l’aiuto della comunità? Eppure, seguendo il filo del discorso, la logica non fa una grinza, perché Paolo ha più volte ribadito che non aveva bisogno di sovvenzioni. Ha accettato volentieri ed è riconoscente, perché i Filippesi collaborano in questo modo alla causa del vangelo, e dimostrano concretamente come viverlo. Da qui la certezza che la munifica generosità di Dio raggiungerà la comunità, attraverso Cristo, unico ed eterno mediatore tra il Padre e gli uomini.

            La comunione che si è instaurata tra Paolo e la comunità sprigiona la piccola dossologia finale: «Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 20), espressione di un animo finemente spirituale che non tralascia occasione per lodare e ringraziare.

Fonte

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Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 15 ottobre 2017 anche qui.

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 22, 1-14
Dal Vangelo secondo  Matteo

1Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. 12Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 15 – 21 Ottobre 2017
  • Tempo Ordinario XXVIII
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo A
  • Salterio: sett. 4

Fonte: LaSacraBibbia.net

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Fonte: citv video

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