mercoledì 22 novembre 2017
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Commento al Vangelo di domenica 29 ottobre 2017 – don Mauro Orsatti

Interpretare i testi: Il primato dell’amore

Il valore e la bellezza dell’amore sono stati celebrati a tutte le latitudini e in tutte le lingue. Lasciamo risuonare alcune voci. Non seguono alcun ordine, ma cantano, in modo rapsodico, qualche luccicante aspetto di un tema infinito.

  • Pensare è bello, pregare è meglio, amare è tutto. (E. Leseur).
  • L’amore inizia alla contemplazione. (L. Lavelle).
  • L’amore non è fare cose straordinarie od eroiche, ma fare cose ordinarie con tenerezza. (J. Vanier).
  • L’amore vero comincia quando non ci si aspetta nulla in cambio. (Antoine de Saint-Exupery).
  • L’amore non dice: «Questo è mio», ma dice: Questo è tuo». (M. Pomilio).
  • Amare è far scaturire nell’altro una nuova vita. È ri-creare. (M. Quoist).
  • Un grande amore non complica una vita o un’azione, ma l’illumina. (P. Sipriot).
  • L’amore non nega la realtà, la trasfigura. (P. Mazzolari).
  • Il vero amore apre le braccia e chiude gli occhi. (san Vincenzo de’ Paoli)
  • Amare è soffrire, non amare è morire. (Taine)
  • Dove non trovi amore, metti amore e troverai amore. (san Giovanni della Croce)
  • È amando gli uomini che si impara ad amare Dio. (C. de Foucault)
  • L’amore non si arresta davanti all’impossibile, non si attenua di fronte alle difficoltà. (san Pietro Crisologo)
  • L’amore è l’ala che Dio ha dato all’anima per salire fino a lui. (Michelangelo)
  • Che cos’è l’amore? L’amore è la virtù per cui amiamo. Che cosa amiamo? Un bene ineffabile, un bene benefico, un bene che crea tutti i beni. Dio sia la tua delizia, poiché da lui ricevi ciò che causa il tuo diletto. (sant’Agostino)
  • L’amore ha sempre bisogno di un po’ di futuro. (A. Camus)
  • Si converte solo ciò che si ama. (J. Daniélou)
  • L’amore che si analizza è già morto. (E. Ibsen)
  • Chi sa amare, sa morire. (T. Gauthier)
  • Un vero amore non ha bisogno di molte parole. (W. Shakespeare)
  • Se il tuo cuore non brucia di amore, molti moriranno di freddo. (F. Mauriac)
  • L’inizio del nostro amore per Dio consiste nell’ascoltare la sua parola. L’inizio dell’amore per il prossimo consiste nell’imparare ad ascoltarlo. (D. Bonhoeffer)
  • Non importa sapere se Dio esiste, importa sapere se è amore. (S. Kierkegaard)
  • Tutti i corpi insieme non formano un atto di intelligenza; tutti gli spiriti insieme non compiono un atto di carità. (B. Pascal)
  • Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, abbiamo però disimparato un’arte semplice che è quella di vivere come fratelli. (M. Luther King)
  • Non c’è amore sprecato. (Miguel de Cervantes)
  • L’amore è una scala sulla quale gli dèi scendono fino a noi, e noi ci innalziamo fino a loro. (Proverbio cinese)
  • A chi più amiamo, meno dire sappiamo. (Proverbio inglese)

Sul tema dell’amore a Dio e al prossimo Gesù fa una singolare combinazione, da cui si sprigiona tutto l’impegno cristiano (vangelo).

            Il popolo dell’alleanza ascolta dal suo Dio una serie di corretti comportamenti da tenere verso gli altri. Con tale condotta, imita il modo di agire di Dio, che si prende cura dei più emarginati (prima lettura).

            La risposta cristiana all’iniziativa divina si chiama “conversione”, intesa come atteggiamento costante per allontanarsi dagli idoli e per aderire al vero Dio. In questo lavoro l’uomo è sorretto dall’azione scintillante dello Spirito che lo rende capace di amare bene (seconda lettura).

Vangelo: Sorprendente: due in uno!

Il brano, collocato verso la fine delle dispute di Gesù a Gerusalemme, brucia per la polemica attizzata da tempo contro di Lui. Gesù aveva appena rintuzzato l’attacco dei sadducei che subito deve affrontare i farisei. I due gruppi, antagonisti sul piano politico e religioso, si trovano alleati nel combattere il comune nemico, il Maestro di Nazaret.

            L’attacco è sferrato da un teologo (dottore della legge) del gruppo dei farisei che vuole incastrare Gesù sul comandamento più grande (vv. 34-36). Gesù risponde abbinando amore a Dio e amore al prossimo, citando noti passi biblici e avvalorandoli maggiormente con la loro unione (vv. 37-39). La conclusione indica i due comandamenti, fusi insieme, come la sorgente di tutto (v. 40).

            Dopo una disputa che aveva visto una clamorosa sconfitta dei sadducei, prigionieri di una miope teologia, si fa avanti un teologo della cerchia dei farisei. Egli parte da una presunta superiorità, conferitagli dalla sua condizione.

            Chi erano i dottori della legge o teologi? Erano gli esperti della legge giudaica, maestri di pensiero e guide religiose del giudaismo, spesso consultati dal popolo. Formavano un gruppo, che si distingueva per scrupolosa osservanza della legge. Di solito erano strettamente legati ai farisei, come gli scribi. Erano rimproverati da Gesù perché imponevano agli altri irragionevoli carichi legali, costruivano le tombe dei profeti, ma come i loro padri, incapaci di riconoscere i profeti; erano pure accusati di essersi impossessati della chiave della conoscenza, cioè di aver bloccato la strada per il Regno.

Il teologo pone la domanda su quale sia «il grande comandamento». L’evangelista Marco parla di «primo» di tutti i comandamenti della Legge: primo non nel senso di uno che viene all’inizio di un elenco di comandamenti posti tutti sullo stesso piano, ma di uno che abbia la preminenza sugli altri.

            Poiché teologo si diventava dopo lunghi studi, chi interroga Gesù più volte avrà riflettuto e insegnato sul più grande dei comandamenti. Sulla sua bocca di buon conoscitore della Scrittura, campo del suo studio e della sua ricerca, potrebbe apparire strana la richiesta. Di fatto la sua domanda è capziosa, come lascia ben intendere il testo: «lo interrogò per metterlo alla prova».

            A onor del vero, sappiamo che all’epoca si assisteva ad una vivace discussione fra gli studiosi, relativa all’importanza di questo o quell’altro precetto della Legge. Tra i 613 precetti particolari, che la costituivano (365 formulati al negativo, per esempio «non fare…» e 248 al positivo), i rabbini distinguevano tra precetti facili e precetti difficili, ma esigevano l’osservanza di tutti.

            Proprio perché numerosi, si voleva trovare un comandamento nel quale si potesse riassumere la quintessenza di ciò che costituiva la volontà di Dio. I farisei, scrupolosamente osservanti, ne avevano tratto una morale complicata. Sorse inevitabile il problema sul modo di osservare i molteplici precetti nell’esistenza d’ogni giorno e sulla possibilità di adempiere, nonostante l’umana debolezza, la volontà di Dio, e così ottenere la salvezza. Il mondo giudaico aveva cercato e trovato diverse vie. La tradizione rabbinica ricorda la figura del celebre rabbino Hillel, vissuto prima di Cristo, che, alla domanda di riassumere in breve tutta la Legge, dava come risposta: «Ciò che dispiace a te, non farlo agli altri: questa è tutta la Torà; il resto è interpretazione».

            Il teologo vuole sapere che cosa pensi Gesù su questo tema. La risposta non cade sul decalogo, ma sulla professione di fede che il pio ebreo recita più volte al giorno: lo shema Israel di Dt 6,4-5. È la quintessenza della fede giudaica nell’unico Dio, con il relativo legame di amore a lui; una specie di sintesi teologica, come potrebbe essere il Padre Nostro per il cristiano. In aggiunta, Gesù cita l’amore al prossimo, analogo all’amore che si deve nutrire per se stessi. Anche in questo caso Gesù si avvale di riferimenti biblici, perché il testo richiama Lv 19,18.

            Nella letteratura giudaica è possibile trovare un simile accostamento. Gesù fa comunque compiere un salto di qualità, perché collega i due amori, quello a Dio e quello al prossimo, facendone quasi un unico impegno. Stabilito il primato di Dio con il primo comandamento, l’altro è secondo, subordinato, eppure presentato come «simile», in greco homoia, nel senso quasi di stessa sostanza. Qui sta l’originalità del Maestro di Nazaret che assimila il secondo al primo perché con esso condivide la qualità di essere principio unificante.

            Ne viene una prospettiva completa. Il precetto di amare Dio richiede da parte dell’uomo il dono di tutto se stesso: il cuore, l’anima, l’intelligenza, gli affetti, i desideri, i pensieri. Tutta l’energia è orientata senza riserve verso Dio. Nella formula tripartita di “cuore, anima, mente”, i primi due termini vanno presi insieme come designazione dell’intera esistenza unitaria e personale, e l’ultimo pone l’accento sulle forze onnicomprensive.

            La totalità non sarebbe tale se orientata solo verso Dio. L’uomo biblico non è mai solo davanti a Dio, ma è sempre posto tra i fratelli, perché è l’uomo dell’alleanza. Occorre allora indirizzare la pienezza dell’amore verso se stessi e verso gli altri. L’espressione «come te stesso», misura dell’amore per il prossimo, significa che l’uomo conosce i propri veri bisogni, e pertanto può occuparsi con adeguata dedizione ai bisogni altrui. Si richiede di provvedere al prossimo, conservargli e procurargli ciò che gli spetta, tener conto dei suoi diritti e della sua situazione, come si fa con se stessi.

            Avendo di mira Dio, se stessi e il prossimo, l’amore raggiunge un orizzonte universale. Se fosse settoriale, parziale, occasionale, non sarebbe vero amore. Gesù respinge due riduzioni dagli effetti devastanti: da un lato, il solo e illusorio amore a Dio, che scadrebbe in uno sterile devozionalismo, dall’altro lato, la sola filantropia, di cui conosciamo il respiro corto quando non sia nutrita dalla certezza che siamo tutti figli di uno stesso Padre che ci ama.

            L’amore per Dio e quello per il prossimo, messi in un giusto ordine, come sono stati enunciati da Gesù, equivalgono ad una densa spiegazione delle due tavole del Decalogo. Per dimostrare l’unità fondamentale dei due precetti, Matteo conclude: «Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti». Veramente sarà il comandamento principe, diventando la legge fondamentale del cristianesimo.

            Il discorso sull’amore rischia di essere gravemente lacunoso, se non ricordiamo che prima di saper amare, noi siamo amati. Paolo ce lo ricorda con tono solenne: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). L’amore di Dio è così forte, che nessuno può sottrarcelo. È ancora Paolo a ricordacelo con vibranti parole: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui ce ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza né profondità, né alcun’altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39). Forti di tale amore, anche noi possiamo amare Dio e il prossimo.

Prima lettura: Imitatori del Dio amore

Il nostro brano appartiene ad un’antica sezione del Libro dell’Esodo, denominata “codice dell’alleanza” e presenta un’articolata struttura, racchiusa tra «così dice il Signore» e «Io sono pietoso (=misericordioso)». La volontà del Signore, all’inizio, e la sua peculiare caratteristica di misericordia, alla fine, orientano l’interpretazione. All’interno troviamo due parti simmetriche: la prima, con tre doveri degli uomini (il forestiero, la vedova e l’orfano) e l’intervento del Signore, la seconda con due doveri (prestito e pegno) e l’intervento del Signore. Il richiamo alla Sua presenza denota che il comportamento umano deve conformarsi alla Sua volontà ed essere da Lui stesso verificato.

            Il primo punto del brano riguarda l’attenzione dell’israelita per il forestiero. Costui viveva la situazione più povera ed emarginata, perché non godeva di uno statuto civile o religioso, non possedeva la terra da cui trarre alimento, non aveva famiglia. Un’altra categoria a rischio raccoglieva vedove ed orfani. Costoro potevano vantare uno statuto giuridico e civile, ma, non avendo tutela, erano facile preda di approfittatori senza scrupoli. Perciò una legislazione a loro favorevole cercava di compensare lo svantaggio (cfr. Dt 10,18). Purtroppo il diritto non bastava a proteggerli, e in loro difesa si alzò minacciosa la voce dei profeti contro gli usurpatori (cfr. Ger 7,6). Dio stesso si prenderà cura di loro, come suggerisce il Sal 68,6: «Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora».

            Nella seconda parte del brano è denunciata la piaga sociale del prestito ad usura, sempre condannato, perché forma di strozzinaggio (cfr. Lv 25,35-37). Diverso era il caso della consegna di un pegno, accettabile entro certi limiti. Il mantello, per esempio, preso in pegno durante la giornata, doveva essere restituito alla sera perché serviva da coperta, non avendo il povero altro per coprirsi.

            Solo alla fine compare la vera ragione che ha spinto a dettare le suddette norme: Dio è misericordioso e vuole che il popolo dell’alleanza si comporti come Lui. Il vero amore spinge a scelte di vita diverse da quelle suggerite comunemente. L’uomo ha bisogno di ascoltare il suo Dio, di imitarlo, per poter costruire una società veramente umana, dove i rapporti sono di fratellanza, non concorrenza o, peggio, di inimicizia.

Seconda lettura: Un condensato di vita cristiana

Nella stessa linea si muove la seconda lettura: il felice legame con Dio crea sereni legami con gli altri.

Il brano, continuazione della parte iniziale della Prima Lettera ai Tessalonicesi, segue questa articolazione: l’iniziativa amorosa di Dio per mezzo degli annunciatori del Vangelo giunge alla comunità (v. 5); questa accoglie e vive la parola del Vangelo (v. 6) diventando esempio per tutti i credenti (vv. 7-8), che a loro volta annunciano e testimoniano la potenza della parola (vv. 9-10). Così si costruisce e si diffonde la Chiesa, comunità dei credenti.

            Al Vangelo annunciato deve corrispondere la pronta risposta, proprio come quella dei Tessalonicesi, dai quali la parola è stata «accolta». Essa ha impresso un nuovo positivo orientamento alla vita, causando però anche una «grande tribolazione» (v. 6), espressione non troppo velata della persecuzione. In questa congiuntura apparentemente sfavorevole, i cristiani conservano la gioia, perché loro, «amati da Dio», la sperimentano come dono dello Spirito. L’ascolto si è trasformato in accoglienza, in azione e in amore. Paolo lo riconosce con soddisfazione e tesse l’elogio della comunità.

            Per un processo di osmosi o di contagio, i cristiani di Tessalonica hanno diffuso la loro fede: «Così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Acaia» (v. 7). Con la loro vita, sono la prova più convincente della validità della parola del Signore. Ne hanno fatto buona propaganda, anche senza rendersene conto. Infatti i credenti della Macedonia e dell’Acaia – due regioni della Grecia – attingono impulso cristiano da questo serbatoio di buon esempio, ne restano ben impressionati e senz’altro incoraggiati. Così, viene confermata l’antica esperienza, secondo la quale il bene, senza far rumore, contagia non meno del male. Da «imitatori» sono diventati «modello», documentando la forza della parola e la potenza dello Spirito che continua ad operare le sue meraviglie. L’incessante ringraziamento di Paolo a Dio si radica perciò in fondate motivazioni.

            La propaganda missionaria elabora un itinerario di fede. Nella succinta espressione di parole essenziali (vv. 9-10) sono raccolte le tappe che vanno dalla conversione all’ascesi, dal peccato alla comunione definitiva con Dio. Tre sono i momenti salienti, costituiti da un punto di partenza, dal passaggio intermedio e dal raggiungimento della meta. Si inizia dall’abbandono della false divinità che a lungo avevano avvinghiato i Tessalonicesi. Non è difficile pensare che nella cosmopolita Tessalonica trovassero libero accesso tutte le divinità e tutti i culti. Il politeismo è abbandonato con l’arrivo del cristianesimo, che propone l’adesione al «Dio vivo e vero». Non si tratta di arricchire il pantheon con una nuova divinità da allineare accanto alle altre, ma di relazionarsi con l’unico Dio, eliminando tutto il resto. Il suo intervento consiste nell’inviare il proprio Figlio agli uomini affinché anch’essi partecipino alla vita divina; lo fanno già ora accogliendo il Vangelo, in attesa della condivisione definitiva alla venuta finale di Cristo. L’idea della comunione divina è espressa al negativo dicendo «liberare dall’ira ventura» (v. 10).

            Il concetto di «ira», soprattutto quando riferito a Dio, può disturbare la sensibilità del lettore moderno. Bisogna allora ripercorrere l’itinerario biblico per capire rettamente il significato. Nell’AT l’ira di Dio esprime la reazione del Dio santo a tutto ciò che attenta alla sua perfezione morale. Viene espresso con un linguaggio umano la radicale opposizione al male e non l’esplosione del cattivo umore di Dio, quasi fosse un Dio arbitrario e capriccioso. La connessione ira di Dio – peccato (disobbedienza) è facilmente ravvisabile in testi come il Sal 2,12: «… che non si sdegni e voi perdiate la via. Improvvisa divampa la sua ira. Beato chi in lui si rifugia», o Mi 5,14: «Con ira e furore, farò vendetta delle genti, che non hanno voluto obbedire». I profeti spiegano i castighi con l’infedeltà del popolo all’alleanza (cfr. Os 5,10; Ez 5,13). L’ira di Dio è quindi uno strumento per ristabilire la giustizia. Questa, insieme alla fedeltà e alla misericordia, rimane una caratteristica di Dio.

            Non diversamente il Nuovo Testamento conosce l’ira di Dio come espressione della vittoria definitiva nel combattimento escatologico: «Dalla bocca gli (= Cristo) esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente» (Ap 19,15) e, prima ancora, come rivelazione della sua giustizia e della sua santità: «Forse è ingiusto Dio quando riversa su di noi la sua ira?» (Rm 3,5b). Soprattutto Paolo parla con abbondanza dell’ira divina, per meglio sottolineare l’intervento salvifico di Cristo, il solo che «ci libera dall’ira ventura» (v. 10).

 Non sarà sfuggita al lettore l’importanza teologica di queste succose frasi, con le quali si può ricostruire il primitivo kerygma. Abbiamo una bozza del primo simbolo o credo con i seguenti articoli:

  • l’iniziativa del Padre nella storia della salvezza
  • il mistero pasquale: Gesù morto e risorto
  •  la venuta nella gloria del Figlio
  •  la liberazione dei credenti dall’ira, cioè il Figlio definito come salvatore.

            Nel finale, il brano si infuoca teologicamente, regalando al lettore un condensato di dottrina cristiana.

Fonte

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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 22, 34-40
Dal Vangelo secondo  Matteo

34Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». 37Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38Questo è il grande e primo comandamento. 39Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 40Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 29 Ottobre – 04 Novembre 2017
  • Tempo Ordinario XXX
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo A
  • Salterio: sett. 2

Fonte: LaSacraBibbia.net

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Fonte: citv video

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