Commento a Giovanni, capitoli 13 e 21

C

INTRODUZIONE

L'”ORA”

Dopo il “Libro dei segni” (1,19-12,50) inizia il Libro che ci presenta l'”Ora” di Gesù, il “Libro della Gloria” (13,1-20-31): Gesù, che ormai si rivolge a quelli che lo hanno seguito, mostra quella Glorificazione che il Libro dei segni aveva prefigurata. Distinguiamo tre modalità con cui Gv usa il termine “ora“: 1) con l’articolo determinativo o con un pronome possessivo (l’ora, la mia ora, ecc…): è la “sua ora di passare da questo mondo al Padre, attraverso la sua Passione, Morte, Resurrezione e Ascensione (7,30; 8,20; 2,4; 12,23. 27); 2) senza articolo determinativo (un’ora): si riferisce al periodo post-pasquale, e soprattutto agli effetti dell'”ora” su quelli che crederanno in lui (4,21; 5,28-29; 16,2.25); 3) con la specificazione “è questa”, o “è già venuta” (4,23; 5,25; 16,32): la venuta del Signore, la Parusia, non solo si è già realizzata negli eventi pasquali, ma si compie in ogni uomo che aderisce con  fede a Gesù.

STRUTTURA

1. L’ultima Cena (13-17).

2. La Passione (18-19).

3. Gesù Risorto (20,1-29).

4. Conclusione (20,30-31). 

5. Epilogo (21)

1. l’ultima cena (13-17)

Schema: 1. La lavanda dei piedi: 13,1-20; 2. L’annuncio del tradimento di Giuda: 13,21-30; 3. Il testamento di Gesù: 13,31-17,26

  1. LA LAVANDA DEI PIEDI: 13,1-20

Mimo profetico, per prefiguare la Passione (vv. 1-11) e dare esempio di servizio (vv. 12-20)

Testo: v. 1: -passare: allusione al signficato di “Pasqua”;  v. 4: -depose le vesti: il vestito, nella Bibbia, è simbolo della dignità umana, della vita stessa (Gen 3,10-11.21; Gv 19,13; Ap 7,9.13…); v. 6: struttura tripartita rabbinica: compiere un gesto misterioso, per suscitare una domanda, da cui scaturisce una risposta; v. 17: Gv ha solo due beatitudini: in 20,29 quella della fede senza vedere, qui la beatitudine della Croce, che è Amore e Servizio; v 19: –Io Sono: affermazione del Nome divino.

Esegesi: 1. Il significato cristologico: Gesù è veramente il servo, che scende all’ultimo posto, morendo per amore nostro (Ef 5,25; Gal 2,20; Rm 5,8; 8,21.35; Ef 3,18-19). 2. Il significato sacramentale: taluni vi vedono un’allusione a) al Battesimo; b) all’Eucarestia, non menzionata da Gv, ma di cui la lavanda dei piedi è splendida esegesi (1 Cor 11,20-22); c) alla penitenza (1 Gv 5,16); d) ad un tipo di ordinazione apostolica. 3. Il significato etico: i discepoli devono amarsi come Gesù li ha amati (13,34; 15,12), lavandosi i piedi a vicenda (Lc 22,24-27; Mc 10,42-45).

  1. L’ANNUNCIO DEL TRADIMENTO DI GIUDA: 13,21-30

Testo: v. 21: -il turbarsi (tarassein) di Gesù è connesso alla presenza di Satana nella morte (11,33) e nell’ora imminente (12,27); v. 30: –è notte: annotazione teologica: sono le tenebre che si oppongono al Verbo (1,9; 11,10; 3,19).

Esegesi: 1. Il mistero del tradimento dell’amico:  due tentativi di risposta: a) è un diavolo (6,70; 13,2.27.30); b) compie le Scritture (13,18; 17,12; 12,37-38; 15,25…; At 16,20-> Sl 69,26 e 109,8; Mt 27,3-10-> Zc 11,12-13 e Ger 32,6-15; cfr Sl 41,10 e 55,13-15). 2. Divinità e umanità di Gesù: Gesù è Dio (conosce in anticipo chi lo tradirà: 2,24; 6,64; 11,4; 13,11); Gesù è anche uomo (si turba di fronte al tradimento dell’amico: 13,21; 11,3.5.36). 3. La Chiesa, santa e peccatrice: in essa coabitano Gv, il discepolo fedele (13,25; 17,23), e Giuda il traditore. 4. L’Eucarestia salvezza e condanna: 1 Cor 11,27-28.

  1. IL TESTAMENTO DI GESU’: 13,31-17,26

Gv riunisce in un unico discorso, secondo il genere letterario dei “testamenti” o “discorsi di addio” (Gen 47,29-49,33; Dt; Gs 22-24; 1 Cr 28-29; Tb 14,3-11; At 20,17-38…), tanti insegnamenti di Gesù. L’unità è data dalla drammatica atmosfera psicologica. E’ un discorso escatologico, ma la Chiesa che lo proclama sa che l’escaton si è già compiuto nel mistero pasquale.

Schema: A) Primo discorso: 13,31-14,31: 1) Il ritorno di Gesù al Padre: 13,31-14,14; 2) L’amore concreto e l’inabitazione della Trinità nei credenti: 14,15-31.  B) Secondo discorso: 15-16: 1) La vera vite: 15,1-17; 2) L’odio del mondo: 15,18-16,4a; 3) La testimonianza del Paraclito e la gioia dei discepoli: 16,4b-33.  C) La preghiera finale di Gesù: 17: 1) Gesù domanda la Glorificazione: 17,1-5; 2) Preghiera per i discepoli presenti: 17,6-19; 3) Preghiera per tutti i credenti: 17,20-26

  1. A) PRIMO DISCORSO: 13,31-14,31

1) Il ritorno di Gesù al Padre: 13,31-14,14

Testo: Cap 13: v. 31: quattro volte il verbo “glorificare”, in forma chiasmica: Dio è glorificato dall’obbedienza del Figlio e manifestandosi in lui; v. 33: –figliolini (teknia): sette volte in 1 Gv, solo qui in Gv; v. 34: -nuovo: non neòs, novità cronologica, ma kainòs, superamento qualitativo (Is 42,9; 42,20; 45,8; 48,6-8; Ger 34,31-34; Lc 22,20);  -amatevi: il verbo è agapào, dell’amore di Dio;  – come: kathòs, che indica non solo il paragone (= come), ma anche il fondamento (= poichè), quasi la materia (13,15); Cap 14: v. 1: –fede: la parola ebraica, dalla radice ‘mn’ (da cui “amen”!) indica adesione, fermezza; v. 5: Tommaso è il tipo del discepolo fedele ma che pone sempre obiezioni, domande; v 7: – da ora: l'”ora” della suprema rivelazione; v. 10: le parole di Gesù sono opere (Agostino e Crisostomo).

Esegesi: 1. Gesù: A) glorifica il Padre ed è glorificato: Gesù è l’esegesi dell’amore del Padre (1 Gv 4,9-10; 14,3; 15,18), soprattutto morendo in croce. Ma la croce è anche il suo trono regale (3,14; 8,28; 12,34; 17,5.24); B) torna al Padre per prepararci un posto: la glorificazione del Padre e del Figlio si compie nel ritorno al Padre, portando nell’infinito di Dio la finitudine creaturale (2 Cor 5,1); C) è la Via: a) verso la verità e la vita; b) perchè è la verità e la vita. Via: Dt 30,15-20; At 9,2; 18,25; 19,9.23; 22,4; 24,14.22; Gv 10,9. Verità: Gv 1,14.17; 8,31-32; 18,37. Vita: Gv 1,3; 1 Gv 1,1; 5,20; Gv 5,21.26; 10,10.28; 6,48-51; 11,25-26. D) E’ nel Padre ed il Padre in lui: Gv 10,30.38. 2. I discepoli: A) l’amore fraterno: il comandamento dell’amore (15,12-17; 1 Gv 2,7-9; 3,23; 4,21; 5,2-3; 2 Gv 5-6): a) è nuovo perchè supera la Legge antica (Mt 5,43-48; Lc 10,29-37), perchè Cristo ne è l’origine, per la misura, perchè segno della Nuova Alleanza (Lc 22,20; 1 Cor 11,25; Gv 13,35); b) è dono (v. 34); c) è cristologico: Gesù ne è la fonte e il modello (1 Gv 4,11.19); d) è ecclesiologico (vv. 33-34: cfr 1 Gv 4,19-21). B) la fede: credere in Dio è credere in Gesù (14,1.6; 12,44; 14,9; 20,31. C) la sequela di Gesù: il discepolo segue il Maestro fino al Calvario (12,24-26).

2) L’amore concreto e l’inabitazione della Trinità nei credenti: 14,15-31

Esegesi: 1. L’amore concreto dei discepoli: l’amore per Gesù va concretizzato nell’osservare i suoi comandamenti (vv.15.21.23.24: cfr 1 Gv 2,3-6): il suo comandamento è di amarci scambievolmente (vv.34-35: cfr 1 Gv 3,18). L’amore di Dio è la fonte del nostro amore (13,34), ma solo se amiamo conosceremo Dio (1 Gv 4,8). 2. La venuta del Paraclito: nell’Antico Testamento troviamo spesso esempi di relazioni strette tra due personaggi, di cui uno muore o scompare di scena e l’altro ne prende il posto raccogliendone lo spirito: Mosè e Giosuè (Dt 34,9), Elia ed Eliseo (2 Re 2,9.15)… Alla sua morte in croce, Gesù effonde lo Spirito sui credenti (Gv 19,30: “Emise lo Spirito”; cfr 7,38-39); ed è lo Spirito il grande dono del Risorto (Gv 20,22; At 1,9-11; 2,33). Per Giovanni, colui che egli chiama “un altro Paraclito” (Gv 14,16) è un altro Gesù. E poichè il Paraclito può venire solo quando Gesù se ne va (Gv 16,7), il Paraclito è la presenza di Gesù quando Gesù è assente. Il termine paràkletos può avere più significati: come passivo di parakalèin è il “chiamato vicino”, l’avvocato difensore o meglio, in Giovanni, il testimone a favore in un processo; in forma attiva parakalèin è “colui che si fa vicino”, il protettore, l’amico, il consolatore; correlato a paràklesis, è colui che esorta, che incoraggia. Non è casuale che Girolamo, traducendo il Vangelo in latino nella cosiddetta Vulgata, abbia preferito mantenere la semplice translitterazione dal greco, paracletus, per mantenere tutti i significati. Lo Spirito procede dal Padre, che lo invia nel nome di Gesù (Gv 14,16.26): ma anche Gesù lo invia autonomamente (Gv 15,26; 16,7): i Concili Ecumenici cattolici concluderanno che “procede dal Padre e dal Figlio”. Lo Spirito Santo inabita nei cuori dei cristiani; in Gv 14,16-17, in uno stupendo crescendo, non solo si afferma che Egli è con (metà) i credenti, ma che è presso (parà) di loro, anzi in (en) loro: essi sono così diventati “Pneumatofori”, “Portatori dello Spirito Santo” (Rm 8,9-11; 1 Cor 3,16-17; 6,13-20; Ef 2,22; 4,30; 1 Pt 4,14; 1 Gv 3,9). La Chiesa stessa è “tempio vivo dello Spirito” (Pref. VIII per annum; cfr Ef 2,20.22). 3. La Trinità e la sua inabitazione nei credenti: Gesù applica a sè le prerogative divine e soprattutto il nome divino (6,35.51; 8,12; 10,7.9; 10,11.14; 11,25; 14,6; 15,1.5; 6,20; 18,5; 8,28.58; 13,19)… In che senso dice allora: “Il Padre è più grande di me” (v.28)? Perchè il Figlio è generato e il Padre no, perchè in quanto uomo incarnato è inferiore al Padre, perchè “un messaggero non è più grande di chi lo ha inviato” (13,16). Non solo lo Spirito Santo inabita nei credenti (vv. 16-17), ma anche il Padre e il Figlio (v. 23): siamo templi viventi di Dio! 4. Il dono della Pace: Il termine ebraico shalòm non corrisponde alla semplice assenza di guerra del greco eirène o alla sicurezza basata su patti bilaterali del latino pax: shalòm deriva dalla radice slm, che significa essenzialmente “completamento”, “pienezza”, anche nel senso di “riparazione”, “restitutio ad integrum”. Shalòm significa quindi ogni benessere (Gdc 19,20), fortuna e prosperità (Sl 73,3), salute fisica (Is 57,18; Sl 38,4), contentezza e soddisfazione (Gn 15,15; 26,29; Sl 4,9), piena intesa tra popoli e persone (1 Re 5,26; Gdc 4,17; 1 Cr 12,17.18), salvezza  totale (Ger 14,13; 29,11; Is 45,7): la pace è in qualche modo l’essenza stessa di Dio, il cui nome è proprio “JHWH SHALOM”, “Dio Pace” (Gdc 6,4).  Israele attende perciò un regno di pace escatologico (Is 54,10; 62,1.2), che sarà realizzato dal Messia, “principe della pace”, sotto il cui dominio “la pace non avrà fine” (Is 9,5-6; cfr Is 11,1-9; 42,1-4; 49,6). Questa speranza si è realizzata proprio nel dono che Dio, “il Dio della pace” (Rm 15,33; Eb 13,20; 2 Ts 3,16), fa di sè agli uomini, Cristo stesso. Solo aderendo a Cristo l’uomo trova pace con Dio (Ef 2,14-17). Ed è appunto la pace il grande tema che racchiude tutta la vita di Gesù, dall’annuncio degli angeli a Betlemme (Lc 2,14) all’ingresso finale in Gerusalemme (Lc 19,38). “Pace!” è offerta da Gesù ai malati (Mc 5,24), ai peccatori (Lc 7,50), ai discepoli dopo la Resurrezione (Lc 24,36; Gv 20, 19.21.26), come salvezza e riconciliazione piena con Dio (Rm 5,10; 2 Cor 5,18; Col 1,20-22) e tra gli uomini (Ef 2,14-16). E’ la “sua” pace, non come “la dà il mondo” (Gv 14,27): è la pace “in lui” (Gv 16,33), che deriva dall’accoglierlo nella nostra vita (Col 3,15; Fil 4,7).

  1. B) SECONDO DISCORSO: 15-16

I capitoli 15-17 sono stati probabilmente aggiunti in un secondo tempo (14,31)

1) La vera vite: 15,1-17

Testo: v. 1: –Io sono: proclamazione del Nome di Dio; v. 4: -rimanete in: menein en ricorre dieci volte nei vv. 4-10; v. 9: –come: è ancora kathos, che non è solo comparativo, ma anche causativo.

Esegesi: 1. Gesù vera vite: nell’Antico Testamento è ricorrente l’immagine della vigna o della vite per designare Israele in quanto popolo di Dio, sua proprietà (Is 5,1-7; 27,2-6; Ger 2,21; 12,10-11; Ez 15,1-6; 19,10-14; Os 10,1-3; Sl 80,9…): e tale metafora è ripresa anche dai Sinottici (Mc 12,1-11; Mt 20,1-16; 21,28-32; Lc 13,6-9; 20,9-19). Ma talora la vite è un simbolo individuale: un re della casa di Davide (Ez 17), la Sapienza personificata (Sir 24,17-21), il Figlio dell’uomo, il Messia (Sl 80,15-16).  “Gesù è la vite escatologica, perchè è il Messia, il resto d’Israele, la Parola-Sapienza che prende il posto della legge mosaica e anima il nuovo popolo di Dio dall’interno” (Panimolle). Gesù è la “vera” vite in opposizione alla sinagoga e al giudaismo sterile, ma anche a tutte le ideologie (lo Stato, la Religione, il Potere, l’edonismo, il materialismo…) che promettono vita all’uomo. Noi esistiamo solo uniti a Gesù: lontani da lui c’è solo morte. E’ il tema del “rimanere in Cristo”, che tanta importanza ha nel Vangelo di Giovanni (vv. 9-10; 14,6). Solo in Gesù portiamo frutto: “Senza di me non potete far nulla” (v. 5): tale testo fu citato nel Concilio di Cartagine contro i Pelagiani e nel Concilio di Trento contro i Riformatori, per sostenere l’importanza della grazia e la possibilità per l’uomo, unito a Cristo, di compiere opere buone. Ma non basta essere uniti a Cristo nella fede: bisogna anche “portare frutto”, nell’osservanza dei comandamenti del Signore (v. 10), soprattutto nell’amore fino al dono della vita (vv.12-13), amando “non a parole nè con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3,18). E’ infatti vero che “l’uomo è giustificato per la fede” (Rm 3,28), ma “che giova se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?”; e “la fede senza le opere è morta” (Gc 2,14.26). Chi non porta frutto, nel giudizio escatologico sarà punito con il fuoco (Gv 5,29; Mc 9,43; Mt 3,10; 13,30; 25,41). Si noti bene che solo il Padre è il vignaiuolo: l’unico padrone della vigna è lui, e nessun altro può arrogarsi il potere di eliminare o potare i tralci. Ma anche chi porta frutto viene potato: è la Parola del Signore, “più tagliente di una spada a doppio taglio” (Eb 4,12), che ci monda continuamente, che ci purifica, che ci mette continuamente in crisi per farci migliori. Al credente non è risparmiato il dolore, ma nella sofferenza nasce l’uomo nuovo (Gv 16,21). 2. L’amore reciproco: la grande tradizione rabbinica, nel marasma di prescrizioni e decreti dell’ebraismo, ricercava quale fosse “il primo” (Mt 22,34-40), “il più grande” (Mc 12,28-31) comandamento, quello che potesse compendiare tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40). Il Talmud diceva che venne Mosè e furono dati 613 comandamenti, 365 negativi (il numero dei giorni dell’anno) e 248 positivi (il numero delle membra del corpo umano); Davide li ridusse a 11 (Salmo 15), Isaia a 6 (Is 33,15-16), Michea a 3 (Mi 6,8), ancora Isaia li compendiò in 2 (Is 56,1), infine Abacuc in uno solo (Ab 2,4). Gesù insegnò che “il più grande e il primo dei comandamenti” era: “Amerai il Signore Dio tuo”, ma che il secondo era “simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-38); anzi, in Marco  si dice: “Non c’è altro comandamento (ndr: al singolare) più importante di questi” (Mc 12,31), e Luca li presenta come un unico comando (Lc 10,27). Gesù in Giovanni proclama “un comandamento nuovo: come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34): e qui parla dell’amore reciproco come del “suo comandamento” (Gv 15,12): l’amore fraterno è il frutto del rimanere uniti a Gesù-vite. La Chiesa di Cristo deve essere il luogo dell’amore: Ignazio di Antiochia afferma che il nome della Chiesa è agape. Essa è chiamata a testimoniare al mondo al mondo la dimensione agapica di Dio. Per questo è essenziale che sia il luogo della “philadelfìa“, cioè dell’amore per i fratelli: i credenti sono quelli che con-soffrono (1 Cor 12,26), con-gioiscono (1 Cor 12,26; Fil 12,17), con-vivono e co-muoiono (2 Cor 7,3), col-laborano (Fil 1,27; 4,3), con-riposano (Rm 15,32). La Chiesa è il luogo della reciprocità: “gli uni gli altri” (Gv 14,34-35; 15,12.17). L’agape è il criterio definitivo di ecclesialità: l’amore è l’unico segno non ambiguo di appartenenza al Signore (Gv 13,35; 15,10.12; 1 Gv 4,12).

2) L’odio del mondo: 15,18-16,4a

Testo: Cap. 15: v. 18: in Gv il “mondo” ha tre significati: cosmologico (il creato), antropologico (l’umanità) e satanico (le forze del male): qui è nella terza accezione; v. 25: Legge: in senso più ampio, in quanto si cita Sl 35,19; 69,5 (Gv 10,34; 12,34); v. 26: nella maggior parte dei casi nella Bibbia, lo Spirito è rappresentato come una forza, che però ha una propria attività intellettuale. “La personalità divina dello Spirito Santo è invece chiaramente affermata nei passi in cui viene nominato accanto al Padre o insieme con Cristo Signore, per cui il concetto di personificazione letteraria sarebbe un controsenso: è il caso, in particolare, delle formule trinitarie, come Mt 28,19; 1 Cor 12,4-6; 2 Cor 13,13, ecc.. Ma è soprattutto nel quarto Vangelo che lo Spirito santo viene descritto nei contorni di una persona divina, distinta dal Padre e dal Figlio… Molto significativo, in questo senso, l’uso del pronome maschile “ekèinos“, “egli” (Gv 15,26; 16,8-15), benchè il soggetto “pneuma” sia neutro” (E. Kamlah); v. 27: il tempo della testimonianza inizia dopo la resurrezione e l’effusione dello Spirito. Cap. 16: v. 2: anche per i discepoli verrà un'”ora” di passione e glorificazione; v. 4: esiste anche un'”ora” per i persecutori (Lc 22,53).

Esegesi: L’odio del mondo: fin dal Prologo, Gv ci ha presentato la lotta cosmica tra la luce e le tenebre (1,4-5): anche i figli della luce sono coinvolti in questa lotta. Questa è la scelta di fondo della nostra vita cristiana: il servire o il servirsi, l’umiliazione o la gloria, il martirio o la potenza. La scelta è tra il bere lo stesso calice di Cristo, subendo il suo stesso battesimo (Mc 10,39), o il sedere su troni come i capi delle nazioni (Mc 10,37.42). Non siamo chiamati a possedere, ma a dare, non siamo chiamati al dominio, ma al martirio, alla testimonianza (in greco marturìa) fino al dono di noi stessi. Dobbiamo con forza di nuovo meditare sulla nostra vocazione ad essere martiri.  La via della croce è l’unica strada proposta da Gesù ai suoi discepoli (Mc 8,34).

3) La testimonianza del Paraclito e la gioia dei discepoli: 16,4b-33

Probabile doppione di 13,31-14,31

Testo: v. 5: –vado: la morte è sempre espressa da Gesù in termini di viaggio: hypagein (13,33; 14,4.5.28; 16,5.10), aprechestai (16,7), poreuesthai (14,2.3.12.28; 16,7); v. 15: versetto di rivelazione trinitaria; v. 16: per “vedere”, Gv usa: a) blepein: la vista materiale (9; 13,22; 20,1; 21,9); b) theorein: osservare (2,23; 4,19; 6,2); c) horan – opsesthai: la vista accompagnata da comprensione (qui e in 1,50.51; 3,11.32; 11,40; 14,7.9; 19,35.37; 20,29); d) theastai: contemplare (1,14; 4,35); v. 17: termina qui il monologo più lungo del Vangelo; v. 19: Gesù in Gv è onniscente (2,24-25; 4,17-18); v. 25: –parabole: paroimia  è la traduzione dell’ebraico mashal; v. 28: struttura chiasmica; v. 30: la fede è “rationabile obsequium”; v. 32: è l'”ora” in cui si realizza Zc 13,7; v. 33: Gesù afferma la sua vittoria già nella Passione e Crocifissione.

Esegesi: 1. La testimonianza del Paraclito: lo Spirito Santo è luce che ci illumina: egli è lo Spirito di verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13; 1 Gv 4,6; 5,6), maestro interiore dei discepoli, che non solo ricorda loro l’insegnamento di Gesù (14,26), ma glielo fa comprendere, guidandoli alla verità tutta intera (Gv 16,13). Solo lo Spirito infatti “conosce i segreti di Dio,… e noi abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1 Cor 2,10-16; cfr Ef 3,4-5). Inoltre egli rende testimonianza a Gesù contro il mondo (Gv 15,26), e pone sotto giudizio il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv 16,8-11). L’idea di forza e di luce è racchiusa nel simbolismo del fuoco, tipico dello Spirito: Gesù battezzerà, dice il Battista, “in Spirito Santo e fuoco” (Lc 1,17), quello Spirito di cui Gesù stesso afferma: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49); è sotto forma di “lingue  come di fuoco” (At 2,3-4) che lo Spirito scende a Pentecoste; “Non spegnete lo Spirito” (1 Ts 5,19). Lo Spirito Santo ci fa comprendere la Parola di Dio, che è “la spada dello Spirito” (Ef 6,17; cfr Eb 4,12; 1 Ts 1,6; Dei Verbum 11; 18; 21). 2. La gioia dei credenti: la gioia non è un elemento accessorio nell’esperienza del credente, ma sta al cuore del cristianesimo: “Il regno di Dio è… gioia” (Rm 14,17). Già Isaia aveva posto la gioia come caratteristica del “giorno del Signore” (Is 9,2; 12,2-6); così Sofonia (Sof 3,14-18; cfr Gl 2,21.23; Lam 4,21). Il Nuovo Testamento è l’annuncio della realizzazione del “giorno del Signore”. Soprattutto Luca è l’evangelista della gioia, e il suo Vangelo e gli Atti sono pervasi da questo sentimento: gioia per l’incarnazione (Lc 1,14.44.47; 2,10), la conversione (Lc 15,7.10.23.24.32; At 8,8.39; 13,52; 16,34), ma soprattutto per la resurrezione (Lc 24,32.41.52; At 2,26-28). Nei Vangeli Gesù è lo Sposo per il quale ci si rallegra (Mt 9,15; Mc 2,19; Lc 5,34; Gv 3,29). La gioia del cristiano si fonda sul “vedere” Gesù, sullo sperimentarlo risorto e vincitore (Gv 16,22); tale gioia nasce sperimentando l’esaudimento della preghiera nel suo nome  (Gv 16,24). Questa “gioia piena”, espressione tipicamente giovannea, indica la completezza, la perfezione, l’insopprimibilità di tale felicità, contrapposta alla caducità delle gioie umane. Essa è tale perchè è l’essenza stessa di Dio, riversata nel cuore dei discepoli (Gv 15,11;  17,13; 1 Gv 1,3-4; cfr 2 Gv 12). Questa gioia è quindi dono di Dio nel Figlio Gesù Cristo. Ecco perchè i cristiani dovranno essere “pieni di gioia  e di Spirito Santo” (At 13,52) anche nella tribolazione, anche nel dolore  (At 5,41; 2 Cor 7,4; Fil 2,17-18; Col 1,24; 1 Ts 1,6; 5,16; Fil 4,4-5; Eb 10,34; 1 Pt 4,13; Gc 1,2). La gioia “sempre” è dunque il distintivo del cristiano, la cartina al tornasole di una fede autentica, che riposa sull’amore di Dio e che a lui si affida. 

  1. C) LA PREGHIERA FINALE DI GESU’: 17

Discorso d’addio, ha i caratteri di un inno (cfr l’Hallel ricordato da Mc 14,26): è la “preghiera sacerdotale” di Gesù.

Struttura: 1) Gesù domanda la glorificazione: 17,1-8; 2) Preghiera per i discepoli presenti: 17,9-19; 3) Preghiera per tutti i credenti: 17,20-26

1) Gesù domanda la glorificazione: 17,1-8

Testo: v. 3: qui Dio e Gesù paiono distinti, ma in 1,1 e 20,28 Gv chiama Gesù “Dio”; “Gesù Cristo” qui è formula liturgica (è strano che Gesù chiami se stesso così…)

Esegesi: 1. La glorificazione del Padre e del Figlio: per l’A.T., la “gloria” è una manifestazione visibile di Dio in atti di potenza (Es 14,18; 16,7; Sl 29,3-7; 97,1-6; 102, 17; Ez 39,21-19). La kabod, gloria, quasi il “peso” di Dio, scende sul Sinai (Es 24,15-18; Dt 5,22-26), troneggia sull’arca (Nm 16,1-17; 15; 20,1-13), riempie il tempio (1 Re 8,10-13), e si rivelerà escatologicamente (Is 66,18-19; Sl 97,6; Ab 2,14) nel Servo Messia (Is 49,3). Gesù è la rivelazione della gloria del Padre (1,14.18; 2,11; 11,40; 17,4): ma Dio è Amore, pertanto la croce è il luogo della massima Rivelazione di Dio (17,1.4). In Gesù ormai possiamo vedere la gloria di Dio (Es 33,18; Gv 14,9; 17,2-6). 2. La rivelazione del Nome di Dio: il Nome di JHWH è la rivelazione stessa di Dio (Es 3,14; 6,2), di cui gli uomini non possono disporre (Es 20,7): il Nome di Dio abita nel tempio (Dt 12,11; 14,23; 2 Sam 7,13; 1 Re 3,2; 5,17; 8,14-21). Gesù sostituisce il tempio (Gv 1, 14; 2,19-22): Egli è il Luogo dove Dio ha stabilito il Nome (17,11-12; Ap 19,12-13; Fil 2,8-11).

2) Preghiera per i discepoli presenti: 17,9-19

Testo: v. 11: –Io non sono più nel mondo: contrasta con il v. 13 (“sono ancora nel mondo”): ma nel discorso d’addio di Gesù in Gv spesso il piano storico si sovrappone alla visione teologica post-pasquale; v. 14: –mondo: nel senso satanico del termine; v. 15: –maligno: poneros può essere tradotto anche come “male”: ma 1 Gv 2,13-14; 3,12; 5,18-19 lo intendono in senso personale (cfr Mt 6,13); v. 18: oltre che per la missione, parallelismi tra ciò che il Padre ha fatto al Figlio e ciò che il Figlio fa al discepolo si trovano a proposito della vita (6,57), della conoscenza (10,14-15), dell’amore (15,9; 17,23) e dell’unità (17,22); v. 19: Gesù consacra se stesso come vittima sacrificale (Dt 15,19; Eb 9,12-14; 10,10).

Esegesi: I discepoli e il mondo: anche i credenti vengono consacrati (17,17), cioè separati dal mondo: siamo in pieno dualismo giovanneo; ma nello scontro contro il male il discepolo è protetto dal Nome di Dio (17,11).

3) Preghiera per tutti i credenti: 17,20-26

Testo: v. 20: sia la seconda (v. 9) che la terza parte (v. 20) della preghiera di Gesù specificano l’intenzione della preghiera del Signore; v. 21: struttura chiasmica; una vita di comunione così forte suscita la fede; v. 22: –gloria: sinonimo di vita divina (1,12-13); v. 23: –siano resi perfetti: “passivo divino”, di cui Dio è il complemento d’agente; -li hai amati come ami me: Dio ci ama come ama suo Figlio!!!; v. 25: –conosciuto: nel linguaggio semitico, ha un senso molto vicino ad amare.

Esegesi: 1. Dio è Amore: è la grande, sconvolgente Rivelazione ( 1 Gv 4,8): il Figlio è colui che fa conoscere al mondo l’Amore di Dio (17,26), e che continuamente lo manifesta; i credenti non solo sono amati dal Padre con lo stesso amore con cui ama il Figlio (17,23), ma l’amore trinitario inabita in essi (17,26). 2. L’unità dei credenti: l’amore stesso di Dio è il fondamento dell’unità dei credenti: ecco perchè l’unità è un dono da chiedere nella preghiera. I credenti dovranno tendere a diventare “una cosa sola” (17,22; At 4,32) nella più intensa comunione con Dio, accogliendo la sua gloria (17,22), rimanendo custoditi nel suo Nome (17,11): e questa tensione all’unità sarà il segno che permetterà al mondo di credere in Cristo (17,21.23). 3. Gesù prega: Gesù è esempio di preghiera: ogni giorno, prima dell’alba (Mc 1,33), sul monte, solo (Mt 14,23), in disparte (Lc 9,18); nei momenti più significativi (Mt 4,7; Lc 3,21-22; 6,12; 9,28-29; Gv 6,11; 11,41; 17; Mc 14,36; Mt 27,45-> Sl 22,2; Lc 23,46-> Sl 31,6…); intercede per noi (Eb 7,25…); inoltre è maestro di preghiera, presentandoci a riguardo nei Sinottici due grandi catechesi: quella di Mt 6,5-14: la preghiera del cuore (Lc 18,9-14), il Pater noster (7 invocazioni: lode, desiderio del Regno, rischiesta dei beni necessari, perdono che ci invia a perdonare (Lc 11,4; Mt 7,21)); e quella di Lc 11,1-3: insistenza; fiducia; certezza di essere esauditi se si richiede lo Spirito (Lc 11,13), “cose buone” (Mt 7,11) come il perdono (Mc 11,25), il bene dei persecutori (Mt 5,44; Lc 23, 24), l’avvento del Regno e la perseveranza escatologica (Mt 24,20; 26,41; Lc 21,36; 22,31-33), se si prega con fede (Mt 21,22), se si prega in nome di Gesù (Mt 18,19-20; Gv 14,13-14; 16,23-27; 17,7.16), se si è riconciliati con i fratelli (Mc 11,25; Mt 5,23-24). In Giovanni, Gesù dà qui un grande esempio di orazione, che è ricerca della gloria di Dio, come ci insegnò nel Padre nostro, nell’obbedienza alla divina volontà (Gv 17,4), piene di fiducia nell’esaudimento (16,33), piena d’amore per i fratelli, insistente. Se la preghiera è elevazione dell’anima a Dio, è intimo colloquio con Lui, nessuna altra preghiera ha mai potuto o potrà mai superare quella di Gv 17, in cui tutti gli uomini sono portati nel Padre e si manifesta l’intimo dialogo interno delle Persone divine. Ogni nostra preghiera non potrà essere rivolta a Dio che con Cristo, per Cristo e in Cristo (Eb 7,26-27), il cui Spirito Santo ci insegna a pregare (Rm 8,15.26; Gal 4,6).

2. LA PASSIONE (18-19)

Tematiche: 1. Il giardino: il brano inizia e termina con la menzione di un giardino (18,1: il Getsemani; 19,41-42: il sepolcro), chiaro riferimento all’Eden dove si svolse la prima grande lotta tra il bene ed il male; ma nella tradizione ebraica il giardino è lo stesso Israele, e in un giardino il Messia condurrà i giusti alla fine dei tempi (Paradiso deriva dal persiano pairi-daeza, che significa “giardino reale”). 2. L'”innalzamento”: tre volte Gesù annuncia il suo “innalzamento”,  hypsothènai  (3,1-4-15; 8,28; 12,32). Nell’A.T. “innalzare” significa esaltare,  glorificare, talora regnare (Is 52,13; 1 Mac 8; 11,16): “innalzare” è usato in Nm 21 per il serpente di bronzo che dà guarigione a tutti i colpiti dai morsi dei serpenti. Nel N.T. è riferito essenzialmente all’ascensione (At 2,33). Per Gv ha significato di glorificazione, regalità, salvezza. 3. L’escatologia è già iniziata: a) il giudizio finale in Gv non è sentenza di ricompensa o condanna eterna, nè venuta del Figlio tra sconvolgimenti cosmici, ma colui che è chiamato a giudicare non emette sentenza, ma lascia che siano gli uomini, in piena libertà, ad accoglierlo e salvarsi o a rifiutarlo e dannarsi (Gv 3,18-21); b) la Chiesa è il vero Israele escatologico, la comunità del Messia (Is 2,2-5; 4,2; 11,1-11; Ger 23,2-6; 31,7-11; Mic 2,12-13): cfr Gesù pastore escatologico (10,11; 11,51-52), la tunica indivisa (19,23-24), la nascita del nuovo popolo sotto la Croce (19,25-27). 4. Cristo regna dal legno: nell’A. T. solo Dio regna su Israele (Sl regali, 1 Sam 8…): anche il re terreno è solo un suo rappresentante: solo il Messia avrà parte del potere regale (Sl 110). Nei due capitoli della Passione la parola “re” compare una decina di volte e molte sono le scene “regali” (l’affermazione esplicita della propria regalità da parte di Gesù: 18,37; la coronazione di spine e il mantello di porpora: 19,2; lo scherno al “Re dei Giudei”: 19,3; l'”Ecce homo”: 19,4-5; il titolo sulla croce di “Re dei Giudei”: 19,19-22; la croce come trono del Re Messia…). Per Gv è la morte di Gesù in croce è in realtà la sua intronizzazione come Signore dell’universo: Gesù è “il Signore che regna dal legno” (Sl 96,10). 5. La croce è il compimento dell'”ora” di Gesù: sulla croce si compie il grande movimento discensionale del Verbo che si è fatto carne davvero e che ora, in un grande movimento asensionale, porta tutta la finitudine creaturale nell’infinità di Dio. 5. Gesù è Signore anche nella Passione: è sempre lui il protagonista degli eventi, da lui già previsti (18,4) e liberamente accettati e condotti (18,5-9; 13,27; 19,17…): perciò Gv, a differenza dei sinottici, omette tutto ciò che può sembrare non “regale” nella Passione di Gesù (l’agonia nel Getsemani e il sudar sangue, il bacio di Giuda, la fuga dei discepoli, gli sputi e le bastonate sul capo, il grido di Gesù morente…). 6. La croce “segno” definitivo: suprema Rivelazione di Dio, suo massimo e definitivo intervento di trasformazione della storia.

Struttura: tre sezioni ognuna delle quali contiene un chiasma di sette elementi: 1. La consegna di Gesù: 18,1-27; 2 . Il confronto di Gesù con Pilato: 18,28-19,16; 3. Crocifissione e morte: 19,17-42

  1. LA CONSEGNA DI GESU’ (18,1-27)

I primi tre elementi del chiasma (A -B -C) si svolgono nel giardino del Gestmani, gli altri tre (A’ -B’ -C’) a casa di Anna: il cuore del chiasmo è la consegna di Gesù (D).

A) GIUDA IL TRADITORE: 18,1-3

Testo: v. 1: –uscì: è il passaggio di Gesù al Padre; al di là del torrente Cedron: Davide, tradito dal figlio Assalonne, passa il Cedron e si salva (2 Sam 15,14-23): Gesù, tradito dal “figlio spirituale” Giuda, invece no; v. 2: –conosceva il luogo: il Luogo è sinonimo della Shekinah, la Presenza di Dio; v. 3: il “mondo” (14,30) mobilita tutte le sue forze contro il “Luogo”, le piccole torce umane fronteggiano Colui che è la Luce.

B) GESU’ INTERROGA: 18,4-9

Testo: v. 4: iniziativa di Gesù, suo pieno potere sulla situazione; vv. 5-8: tre volte si ripete l'”Io sono”, il nome stesso di Dio: teofania che lascia li uomini prosternati (Dn 2,46; 8,18; Sl 56,10; 27,2…); v. 9: Gesù è il Messia escatologico che, come Mosè, difende Israele perchè non si perda.

C) PIETRO FERISCE: 18,10-11

Testo: v. 10: Pietro fa il primo passo contrario al maestro: è armato; v. 11: qui Gesù non domanda al Padre, come nei sinottici, di allontanare il calice da lui, ma lo accetta come dono del Padre.

D) GESU’ E’ ARRESTATO: 18,12-14

Siamo al cuore del primo chiasmo: ora Gesù è “consegnato”, condotto come l’agnello al sacrificio, come il Servo di IHWH, come i Patriarchi…

Testo: v. 12: tutti i poteri politici e religiosi catturano Gesù (Sl 17,9-12; 31,12-16; 35,15; 59,2-5; 88,14…); egli è “legato” come l’agnello pasquale, come Isacco secondo il midrash, arrestato come Geremia (Ger 26,8) e il Servo sofferente (Is 52-53); v. 13: Anna, Sommo Sacerdote dal 6 al 15, ha poi cinque figli e il genero Caifa (18,13) come Sommi Sacerdoti (At 4,6); v. 14: per Gv, il vero processo ha già avuto luogo durante tutto il ministero di Gesù, e la decisione è già presa (11,49-53.57; 12,10).

E) PIETRO RINNEGA: 18,15-18

Testo: v. 15: il misterioso discepolo è tipo di ogni discepolo, perchè segue Gesù nella passione ed “è conosciuto” (13,15); v. 16: Gesù è il Pastore che entra nell’atrio dalla porta, per dare la vita per le pecore, Pietro invece resta “fuori, vicono alla porta” (cfr 10,1-11)  v. 17: -Non lo sono (ouk eimì): non è un altro “Io sono”, un altro Cristo; v. 18: anche Pietro, nel freddo e nelle tenebre, sceglie un altro fuoco che non è Gesù Cristo.

F) GESU’ INTERROGATO: 18,19-24

Se in B) Gesù si presenta come l'”Io sono”, qui è la Parola che rivela: nella sezione ci sono i termini didakè (dottrina, insegnamento), didasko  (insegnare), e 4 volte lalein, parlare (Eb 1,1; Is 45,18-19; 48,16-17)

Testo: vv. 22-23: il rifiuto violento della Parola (Es 22,28); v. 24: sempre legato come l’agnello, è condotto nel cortile del tempio, dove, legati, a mezzogiorno della vigilia, sono portati gli agnelli che saranno immolati per la Pasqua.

G) PIETRO IL TRADITORE: 12,25-27

Testo: v. 25: in A) Giuda conosceva il “Luogo”, ma tradisce Gesù; in A’) anche Pietro, che ben conosce Gesù, rifiuta di testimoniarlo; v. 27: il canto del gallo, annotazione oraria del processo di Gesù, è il grido di vittoria delle tenebre.

  1. IL CONFRONTO CON PILATO (18,28-19,16)

Anche qui, sette sezioni a disposizione chiasmica, scandite dai movimenti di uscita (18,29.38; 19,4) ed entrata (18,33; 19,9) dal pretorio da parte di Pilato: Pilato che nell’intimo cerca la verità, ma si lascia soppraffare dalle pressioni esterne. Pur con l’inserimento di talune tematiche teologiche, l’episodio è indubbiamente storico.

A) PILATO CHIAMATO A GIUDICARE GESU’: 18,28-32 (esterno)

Testo: v. 28:  -era l’alba: del giorno decisivo della storia Gv ricorda l’inizio e la fine (19,42): è la vigilia di Pasqua, in cui si immolano gli Agnelli e si preparano i pani azzimi: Gesù è il vero Agnello pasquale, il pane di vita azzimo, senza lievito vecchio, per una Pasqua che coinvolge ormai anche i pagani. Al sesto giorno Gesù inizia (1,19.29) e termina (12,1) la sua attività: è il giorno della nuova creazione del nuovo Adamo (18,29; 19,5), che non sarà seguito da un settimo giorno ma da un nuovo “primo giorno” (20,1), quello della Resurrezione; -per non contaminarsi (At 11,2; 21,28): ironia giovannea! Gesù invece continua la sua spogliazione facendosi impuro (Fil 2,8; 1 Cor 9,12-23); v. 29: Pilato, procuratore della Giudea dal 26 al 36, fu sempre ostile al popolo giudaico (Lc 13,1). In A) Colui che segue la via della vita, del bene (Dt 30,15-18) è chiamato malfattore, in A’) i suoi accusatori si prostrano ad altri dei (19,15); in A) i Giudei “consegnano” (paradidonai) Gesù a Pilato, in A’) Pilato “consegna” Gesù ai Giudei; v. 31: le autorità giudaiche avevano conservato il potere di mettere a morte (8,1-11), ma forse non nei periodi di Festa o per crocifissione (19,10; 18,32); in A) i Giudei non giudicano nè condannano, in A’) Gesù non giudica nè condanna ma viene allontanato al grido: “Crocifiggilo!”.

B) PRIMO DIALOGO TRA GESU’ E PILATO: LA REGALITA’: 18,33-38A (interno)

Testo: v. 33: il titolo di Re non era stato usato da Gesù stesso, ma glielo si era attribuito (6,15; 1,49): conformemente alle affermazioni dei sinottici, questo titolo riassume le accuse delle autorità giudaiche (18,30.35): Pilato lo interpreta politicamente, come sedizione contro Roma; v. 34: Gesù chiede a Pilato se intenda la sua regalità in senso giudaico, cioè religioso, o romano, cioè politico; v. 36: la regalità di Gesù non su fonda sui poteri di questo mondo (Lc 4,5-6; At 1,6), ma viene da Dio, e non mira a instaurare un potere temporale, ma la Signoria di Dio; v. 37-38: la verità in Gv è la rivelazione di Dio in Gesù Cristo: e Gesù darà la massima rivelazione proprio sul trono regale della Croce; qui, in B), Gesù invita ad ascoltare la sua voce; in B’) Pilato ascolterà la voce dei Giudei (19,12) che lo invitano a condannare Gesù; Pilato non comprende, perchè per lui la storia è costituita dal potere politico di Roma, e non soggiace a un divino piano di salvezza.

C) PILATO DICHIARA GESU’ INNOCENTE: GESU’ E BARABBA: 18,38B-40 (esterno)

Come in C’ (19,4.6), Pilato proclama l’innocenza di Gesù.

Testo: v. 39: l’usanza di liberare un prigioniero per la Pasqua non trova altri riscontri storici fuori dei Vangeli; v. 40: lestes, brigante, fu spesso applicata agli zeloti, che praticavano la rivoluzione politico-religiosa violenta (Lc 23,19); Bar-abbà, significa “figlio del padre”, nome dato probabilmente ad un illegittimo; Israele è chiamato a scegliere tra un figlio di padre ignoto e il Figlio del Padre, tra Caino e Abele, tra un datore di morte (8,44) e il datore di vita; Barabba è ciascuno di noi, prigioniero del peccato e fatto diventare Figlio di Dio da Gesù (Is 53,5.12).

D) INCORONAZIONE DI GESU’: DERISIONE PROFETICA E TEOFANIA: 19,1-3 (interno?)

Siamo al cuore del chiasmo; per Gv la scena ha carattere pubblico e universale, perciò non è preciso sul luogo dove avviene.

Testo: v. 2: himation, la tunica di porpora, forse “le vesti” spartite tra i soldati in 19,23; v. 3: –Kaire: “Ave”, il saluto dato all’imperatore; -il re dei Giudei: la stessa formula di 19,19: ironia giovannea: i pagani, seppur per scherzo, lo riconoscono re; -schiaffi: come i Giudei lo avevano rifiutato schiaffeggiandolo (18,22), così i pagani lo rifiutano ora schiaffeggiandolo. Gesù è il Servo Sofferente di Is 50,6; ma soprattutto qui c’è una grande teofoania: Gesù si manifesta Dio in un rovo di spine, come a Mosè Dio era apparso in un roveto ardente (Es 3,1-6).

C’) PILATO DICHIARA DUE VOLTE GESU’ INNOCENTE: “ECCE HOMO”: 19,4-8 (esterno)

In Gv, Gesù è presentato al popolo con gli attributi del sacerdozio e della regalità.

Testo: v. 5: –Ecco l’uomo: a) un uomo qualunque, non un re; b) un uomo vero, non un mascalzone; c) l’uomo vero, nuovo Adamo, sacramento visibile della vita divina (4,25-26; 5,12-13; 7,46; 11,.47.50); d) il Figlio dell’Uomo (Dn 7,13-14; Enoch 46,1-6; Baruch 48,4-6; 2 Baruch 30,1; 40,2), l'”uomo” Messia (Zac 6,12; Nm 24,17), l'”uomo” Servo di IHWH (Is 53,3); v. 7: –Figlio di Dio: Gesù è accusato non solo di essersi proclamato Messia (l'”uomo”), ma Figlio di Dio (5,18-20; 10,33; 18,37); v. 8: anche l’imperatore si faceva chiamare Figlio di Dio…

B’) SECONDO DIALOGO GESU’-PILATO: IL POTERE: 19,9-2 (interno)  

Testo: v. 9: –di dove (pòthen): domanda ricorrente in Gv per significare l’origine divina, misteriosa, di Gesù (7,27; 8,14; 9,29); Gesù non risponde: sono le sue opere che lo testimoniano (5,36; 10,25.38; 14,11); v. 10: –ho il potere (exousìa): in realtà, questo potere è del Padre (“dall’alto”: v. 11) e del Figlio (10,18); v. 11: cfr B): “La tua gente e  i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me” (18,35); -una colpa: cfr 15,22; v. 12: farsi Re e Figlio di Dio è attentato all’imperatore; in Gv vi sono gli “amici di Cesare” e gli “amici di Gesù” (15,13-17).

A’) GESU’ E’ GIUDICATO E RESPINTO: IL GIUDICE E L’AGNELLO: 19,13-16 (esterno)

Colui che sembra giudicato è in realtà il vero giudice-agnello sacrificale che sulla croce compie il giudizio.

Testo: v. 13: la traduzione più corretta è: “lo fece sedere nel tribunale”: Pilato, a sua insaputa, intronizza il vero Giudice; -Litostroto: è il seggio dello Sposo del Cantico dei Cantici (Ct 3,9-11), il pavimento del Tempio (2 Cr 7,2-3); -Gabbatà: “luogo elevato”: riferimento all'”innlzamento” in croce; v. 14: nell’ora in cui nel Tempio si sgozzano gli agnelli, al Gabbatà è immolato il vero Agnello, che toglie i peccati del mondo (1,29-36; 19,36); v. 15: Gesù è il giudice che ascolta in silenzio l’apostasia giudaica, che rifiuta IHWH come unico Re (Es 20,3-5; Is 26,13; 33,22; Gdc 8,23); v. 16: Gesù è “consegnato” (paradidonai) anche da Pilato.

  1. CROCIFISSIONE E MORTE (19,17-42)

Siamo al punto cuminante: Gv omette la flagellazione, l’intervento del Cireneo, gli insulti sotto la croce: per lui Cristo è già Signore anche nella morte. E’ possibile dividere anche questa sezione in sette parti, a chiasma.

A) GESU’ INNALZATO IN CROCE. IL NUOVO ISACCO: 19,17-18

In A) i soldati prendono Gesù, in A’) lo prenderà Giuseppe d’Arimatea, in A) si parla di luogo del Cranio, in A’) si parla di un giardino nel luogo dove era stato crocifisso, in A) Gesù porta il peso del patibolo, in A’) Nicodemo porta il peso di una grande quantità di oli aromatici.

Testo: v. 17: -Gesù, portando il patibolo per se stesso (bastàzon eautò tov stauròn): Gesù prende l’iniziativa, e si carica del patibolo come di cosa per lui di grande valore, come uno scettro regale; non si menziona Simone di Cirene per reazione contro di doceti che affermavano che questi sarebbe stato crocifisso la posto di Gesù; ma soprattutto Gesù è presentato come il nuovo Isacco, caricato della legna del suo sacrificio (Gen 22,6); -luogo del Cranio: a) brullo come un cranio pelato; b) con resti umani, perchè luogo di esecuzioni; c) vi era stato trovato un cranio antico, che la tradizione identifica con il teschio di Adamo; v. 18: la posizione centrale sottolinea la regalità; i due crocifissi con Gesù non sono nominati, perchè sono tipo dei discepoli, che devono seguire il Maestro fin sulla croce (1,39; 11,16; 21,18-19).

B) L’ISCRIZIONE REGALE: “IO SONO IL RE DEI GIUDEI”: 19,19-22

Testo. v. 19: –era scritto: termine usato per citare l’A. T.: ciò che Pilato fa scritto è profezia, Parola di Dio; v. 20: letteralmente: “stava presso il luogo della città”: la Croce sta presso il Luogo, la presenza di Dio: il Figlio dell’uomo siede alla destra del Padre; le tre lingue annunciano l’universalità della profezia di Pilato (12,32); v. 21: –Io sono il Re dei Giudei: profezia involontaria: Dio, l'”Io sono” è il crocifisso.

C) IL NUOVO ISRAELE UNIVERSALE E UNITO: LE SCRITTURE SI COMPIONO: 19,23-24

Tra C) e C’) molteplici rimandi: il compimento delle Scritture, la citazione del Sl 22, la dinamica dei doni (in C) Gesù dona le vesti, in C’) gli viene dato aceto, prima che egli doni lo Spirito).

Testo: vv. 23-24: Gv si dilunga molto sulle vesti esterne (himatia), che vengono divise, e sulla tunica (chiton) che, indivisa, è sorteggiata. Le vesti esterne (himatia) sono state da Gv menzionate nella scena della lavanda dei piedi (13,5), in un contesto di kenosis, di spogliazione; in 19,2 è la porpora messagli addosso per burlarne la regalità: c’è una “teologia del vestito” che vede in esse: a) il simbolo del Regno (in 1 Sam 15,26-27 e 1 Re 11 il termine “veste-mantello” simboleggia il Regno di Israele): i pagani (4 è sinonimo della terra: 4 punti cardinali, 4 elementi fondamenatali del creato…) si appropriano del Regno che Israele ha rifiutato; b) lo Spirito profetico (cfr il mantello di Elia: 1 Re 19,20; 2 Re 2,12-15): il dono finale dello Spirito è qui anticipato nella divisione delle vesti, ed è per l’umanità intera; c) la capacità di fare esodo (2 Re 2,8-14: sia Elia che Eliseo con il mantello dividono le acque del Giordano): Gesù dà agli uomini la capacità di passare verso Dio; d) il pluralismo nella Chiesa di Cristo. La tunica indivisa (chiton) è simbolo: a) del Sacerdozio (Es 28,4; 36,27; Lv 16,4): Gesù è il nuovo e definitivo Sommo Sacerdote; b) dell’unità della Chiesa: mentre in Gv la comunità giudaica viene sempre presentata divisa (7,43; 9,16; 10,19; cfr Is 50,9), la Chiesa dovrà essere luogo dell’unità (11,52; 17, 20); c) del sacrificio espiatorio (cfr la tunica insanguinata di Giuseppe, figura del Salvatore: Gen 37,23.32).

D) LA MADRE E IL DISCEPOLO: 19,25-27

Siamo al centro del chiasmo, al compimento della missione del Crocifisso (v. 28).

Testo: v. 25: quante donne? a) due: alcuni esegeti leggono: “la madre, Maria di Cleofa, e la sorella di sua madre, Maria Maddalena”: Cleofa sarebbe il nome del padre di Maria, ed entrambe le sorelle si chiamerebbero Maria: la Madonna rappresenterebbe l’Israele che attende il compimento delle promesse, la Maddalena la Chiesa, che entra in scena dopo la resurrezione (20,11-18): e le due comunità sono sorelle…; b) quattro: la madre, la sorella di sua madre (che in base a Mt 27,56 identificano con Salomè, madre di Giovanni e Giacomo, i figli di Zebedeo), Maria di Cleofa e Maria di Magdala; c) tre: la madre, la sorella di sua madre di nome Maria di Cleofa (che sempre in base a Mt 27,56 sarebbe la madre di Giacomo e di Giuseppe o Joses, fratelli (=cugini) del Signore in Mt 13,55), e Maria di Magdala; vv. 25-27: in Giovanni, Maria è menzionata solo due volte: all’inizio del Vangelo, a Cana, e alla fine, sotto la croce; inoltre Gesù non la chiama mai “mamma”, ma sempre “donna”. A Cana, (2,1-11), Maria è figura dell’Israele obbediente, ma anche della Chiesa, che nel mimo profetico della trasformazione dell’acqua in vino riconosce il Messia. Sotto la croce (19,25-27), avviene il compimento della settima profezia del racconto della Passione (Gen 3,15): Maria è la nuova Eva, la “donna”, il cui seme schiaccia il serpente antico, e che è costituita madre della nuova umanità, i credenti in Cristo: è pertanto anche figura della Chiesa, dono da accogliere, che partorirà nuovi figli alla salvezza, ma solo dopo la risurrezione e ascensione del Signore Gesù. Maria “è data quale archetipo di ciò che la Chiesa stessa è chiamata ad essere; nella Madre di Dio l’assemblea dei credenti trova il proprio simbolo e la propria proiezione” (G. Bruni): in quest’ottica, la riflessione orante della Chiesa vedrà nella sua Immacolata Concezione l’anticipazione in Maria della comune sorte di intimità con Dio, nella sua Verginità la totalità della Presenza di Dio dei tempi escatologici, nella sua Assunzione il realizzarsi per la benedetta tra le donne del progetto che Dio ha per tutti noi. Questa lettura “tipologica”, profondamente biblica, di Maria, non esclude quella più personalistica: “Non il sentimento, ma la parola testamentaria del Signore in croce ha stabilito che Maria fosse la madre di coloro che sono un cosa sola con lui, consapevoli di adesso di avere, accanto a un padre nella fede, Abramo, anche una madre nella fede, Maria” (G. Bruni). Gv introduce il tema secondo uno “schema di rivelazione”, introdotto dalla formula: “Ecco” (ìde), che suggerisce un mistero da svelare (1,36.47; 19,5; Ap 1,7; 16,15; 21,5.6…). -Da quell’ora: dall'”ora” di Gesù inizia la storia della Chiesa; -la prese (da lambàno): a) prendere in senso materiale (6,11); b) ricevere, in senso spirituale (1,16; 20,22); c) accogliere (1,11-12): Maria mistero da accogliere; -nella sua casa (eis tà ìdia): propriamente: “tra le proprie cose”, tra le cose a lui care: la Chiesa, e Maria suo “tipo”, sono doni preziosi per il discepolo.

C’) GESU’ MUORE: L’EFFUSIONE DELLO SPIRITO; IL COMPIMENTO DELLE SCRITTURE: 19,28-30

Gesù muore sul monte vicino a Sion, là dove Isacco doveva essere sacrificato, là dove si reca lo Sposo del Cantico dei Cantici, là dove, secondo il Libro dei Giubilei, avviene la redenzione.

Testo: v. 28: –ogni cosa era stata ormai compiuta: la sua missione messianica è compiuta con la nascita del nuovo Israele; -ho sete (Sl 69,22; 22,16): a) Gesù brama di bere “il calice che il Padre mi ha dato” (18,11); b) Gesù chiede ancora una volta accoglienza, solidarietà (4,7); c) Gesù è assetato di Dio (Sl 42,3; 63,2); d) Gesù anela la salvezza dell’uomo (4,13-14; 7,37-38); v. 29: –aceto (oxos): Sl 69,22; Gesù aveva dato un vino straordinario, e ora lo ricambiano con aceto (2,6; 19,29); -canna: letteralmente “issopo”, pianta usata per aspersioni rituali (Lv 14,4; Sl 51,9), qui con simbolismo liturgico pasquale (Es 12,22); v. 30: –consegnò lo Spirito (parèdoken to pneuma): hapax nella Bibbia, coniato da Gv per annunciare la trasmissione-consegna dello Spirito, datore di vita (7,37-39) e maestro interiore dei discepoli (14,26).

B’) IL RE TRAFITTO DONA LA VITA E LO SPIRITO: 19,31-37

Come in B), nuova richiesta dei Giudei, in ossequio a Dt 21,22-23, questa volta accolta

  Testo: v. 34: –sangue e acqua: a) pericardite essudativo-emorragica; b) sangue simbolo della vita e acqua dello Spirito (7,38); c) il sangue, l’amore dimostrato, l’acqua, l’amore comunicato (1,16: pleròma richiamato da pleura, il costato); d) il sangue scorre come doveva scorrere quello dell’agnello immolato per la Pasqua; e) l’Eucarestia e il Battesimo; f) dal costato di Adamo nasce Eva, madre dell’umanità, dal costato del nuovo Adamo nasce la nuova umanità; v. 35: vedendo il sangue e l’acqua, il discepolo capisce, crede, testimonia (1,32-34; 20,8); -ed egli (ekeinos): per alcuni è riferito ad un secondo testimone, il Cristo glorioso o il Padre (o è una glossa del redattore); vv. 36-37: –non… osso: Sl 34,21+ Es 12,46+ Nm 9,12 ; -guarderanno… trafitto: Zc 12,10: opsontai: il verbo dello sguardo di fede e di comprensione (v. 35; 1,51; Ap 1,7).

A’) GESU’ E’ POSTO NEL SEPOLCRO: 19,38-42

Testo: v. 38: invito al lettore giudeo a manifestare apertamente la propria fede in Gesù; v. 39: –cento libbre: 32,7 kg! Più che una sepoltura sembra la preparazione di uno sposo per le nozze, con il bagno nei profumi (Pr 7,17-18; Sl 45, 8-9; Ct 3,6; 4,14; 5,1…); o la solenne sepoltura di un sovrano (2 Cr 16,14; 2 Re 21,18-26…); v. 40: i due non temono di contaminarsi e di non potere più celebrare la Pasqua (Nm 9,1-11); gli othonìa sono i teli di lino (Gdc 14,12-13; Os 2,7-11): lo sposo è avvolto negli abiti nuziali; vv. 41-42: compare due volte la parola “giardino”, riferimento all’Eden (Gen 2,8) ma soprattutto al Cantico dei Cantici (4,12.15.16; 5,1; 6,2.11; 7,12): Gesù nuovo Adamo ma soprattutto Sposo messianico: per questo la Maddalena lo scambierà per il giardiniere (Gv 20,15); -vicino al luogo: il Luogo è la manifestazione di Dio: la croce suprema Teofania; -ancora nessuno vi era stato sepolto: chi muore in Cristo, come lui sarà sepolto nel giardino della Resurrezione.

3. Gesu’ risorto (20,1-29)

La resurrezione di Gesù è il fulcro della storia, l’evento centrale della nostra fede. E’ il “segno” unico dato da Gesù (Mt 16,4) che quell’uomo morto trucidato su di una croce non era uno dei tanti derelitti della vicenda umana, ma Dio stesso che si caricava del limite del mondo per annientarlo e donarci la sua stessa vita divina. Ecco perchè è il kèrigma, il nucleo della fede cristiana. Paolo lo sottolinea con forza estrema: “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15,3-22). La testimonianza di Gesù Risorto è lo scopo della predicazione di tutta la Chiesa primitiva: l’apostolo deve essere il “testimone della sua resurrezione” (At 1,22; 4,33; cfr 2,22-36; 3,14-15. 26; 4,10; 5,30; 10,40-41; 17,18), “prova sicura” (At 17,31) della Signoria di Cristo (cfr At 13,30-37; Rm 1,4…). Per coloro che già credono in Dio per un cammino filosofico, la risurrezione di Gesù rappresenterà la conferma che egli è veramente Figlio di Dio (e sarà il procedimento della scuola  di Alessandria d’Egitto, dalla fine del II secolo); per altri, l’esperienza di un uomo che, risorgendo, vince la morte, e si dimostra quindi più forte della natura, quindi soprannaturale, e quindi Dio, sarà il modo di arrivare a credere all’esistenza di Dio, oltre che alla divinità di Gesù Cristo (come proporrà la “via storica” della scuola di Antiochia di Siria, dal III secolo). Tutte gli uomini di tutti i tempi sono chiamati a confrontarsi con la testimonianza apostolica: di quegli Apostoli che, pavidi e sconfitti dopo la morte di Gesù (Gv 21,19), dopo l’incontro con il Risorto escono ad annunciare al mondo la loro sconvolgente esperienza fino a pagare con la vita la loro affermazione. I cristiani sono coloro che li ritengono credibili e veritieri: accettano la loro deposizione, testimonianza di molti ed in circostanze diverse, ritenendola di persone serene ed equilibrate, uomini semplici e concreti, ben lontani dal potersi inventare speculazioni del genere, che non si vergognano di dire che essi stessi per primi han dubitato, che non si preoccupano di comporre le numerose discordanze che su particolari secondari degli eventi pasquali si riscontrano nei Vangeli (come avrebbe invece fatto chi avesse voluto inventare una storia simile), che non ci hanno guadagnato nulla dalla loro attestazione, anzi che hanno suggellato nel sangue la loro parola. I cristiani sono coloro che accolgono il loro annuncio, ma che soprattutto poi cambiano la loro vita, inserendola in quella del Risorto.

Nel trionfo della resurrezione del Signore, è stata annientato per sempre il male, il dolore, la morte: per la sua resurrezione siamo introdotti in un “nuovo cielo e una nuova terra”, in cui “non ci sarà più la morte, nè lutto, nè lamento, nè affanno” (Ap 21,1-6).  Ma soprattutto si è realizzato per noi un evento ancora più grande: addirittura siamo diventati “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4; cfr Rm 8,29-30; 1 Gv 3,2), ricevendo “l’adozione a figli” (Gal 4,5; Ef 1,5), fatti “figli … ed eredi” (Rm 8,17)! Ormai per noi in Cristo Risorto si è finalmente compiuto il progetto creazionale.

  1. SCOPERTA DEL SEPOLCRO VUOTO E APPARIZIONE A MARIA DI MAGDALA: 20,1-18

Struttura: armonizzazione di materiale eterogeneo: a) la storia di parecchie donne che, andate al sepolcro, lo trovano vuoto (Mt 28,1-8; Mc 16,1-8; Lc 23,55-24,11): in Gv ce n’è traccia in vv. 1-2 e 11-13; b) la storia di alcuni discepoli che vanno anch’essi al sepolcro, e tornano perplessi (Lc 24,12.24): in Gv si sottolinea il ruolo del discepolo amato, tipo di ogni credente; c) una storia di apparizione di Gesù alla Maddalena (Mt 28,9-10; Mc 16,9-11): la tradizione di Gv è forse la più antica.

Testo: v. 1: –nel giorno dopo il sabato: lett. “nell’uno dei sabati”: è il primo vero Sabato, giorno della festa escatologica; -mentre era ancora buio: significato teologico (in Mc 16,1-2 “il sole era già sorto”, in Mt 28,1 “all’albeggiare”); -Maria Maddalena: in Mt 28,1 c’è anche “l’altra Maria”, in Mc 16,1 “Maria di Giacomo e Salome”, in Lc 24,10 anche “Giovanna, Maria di Giacomo e altre donne”; -sepolcro: probabilmente ad arcosolio, con nicchie semicircolari scavate sulle pareti laterali della camera mortuaria, a circa 0,80 m dal suolo, profonde 0,5-1 m, con piccola apertura, verso l’esterno, inferiore al metro di altezza; v. 2: Simone e Giovanni sono gli unici che han seguito Gesù nella Passione; v. 5: –bende: sono gli othonìa, i lini: ma i sinottici parlano di una sindon, un lenzuolo (eccetto Lc 24,12, che forse è un’aggiunta): forse è un plurale di estensione, che significa “pezza di lino”; . v.6: –giacenti là (keìmena): sull’incavo dell’arosolio, non “per terra” (!!!); v. 7: –il sudario (soudàrion), fazzoletto che teneva serrata la bocca del defunto; v. 8: –vide e credette: forse meglio “cominciò a credere” (aoristo ingressivo); v. 12: –due angeli: per Mc 16,5 c’è un giovane, per Lc 24,4 due uomini, per Mt 28,2 un solo angelo: è un modo per definire una rivelazione da parte di Dio; -bianche vesti: il colore della divinità (Mc 9,3); v. 16: –si volse: ma non si era già voltata al v. 14? Forse è in senso di “conversione”; v. 17: –non mi trattenere: Gesù sottolinea il cambiamento operato in lui dalla Resurrezione.

Esegesi: 1. Pietro e Giovanni: la vera fede è amore: il discepolo amato è il primo a riconoscere il Signore (cfr 21,4-7); fede è “vedere+amare” (1 Gv 4,7-8): in Gv credere (pisteuein) spesso è seguito da “in” (eis), con idea di movimento, di slancio, di abbandono (2,11; 12,44; 3,18); 2. I panni funerari: dal modo come giacciono le bende (ripiegate con cura? Messe in modo da apparire come un contenitore vuoto di un corpo scomparso?), il discepolo vede il segno che il corpo non è stato trafugato nè portato altrove; per la “teologia dei vestito”, la nudità è anche simbolo della situazione paradisiaca di Adamo amico di Dio; 3. Riconoscere il Risorto: nei vari ritardi di agnizione (20,11-18; 21,4-7; Lc 24,31-35), diversi significati: a) apologetico: i discepoli per primi hanno dubitato (non erano dei creduloni); b) rivelativo: tra il corpo di Gesù prima della resurrezione e il corpo risorto c’è continuità (si può toccare: 20,20-27; mangia con i discepoli: Lc 24,41-42; At 10,41), ma anche profonda diversità (passa attraverso i muri: 20,19): cfr 1 Cor 15,42-45; c) teologico: è sempre Dio che fa il primo passo verso di noi: Maria di Magdala crede dopo che è chiamata per nome, i discepoli di Emmaus allo spezzar del pane, i discepoli dopo la pesca miracolosa: all’uomo non resta che “voltarsi verso di lui” (20,16), “aprire gli occhi” (Lc 24,31), gettarsi verso Gesù (Gv 20,7); 4. La glorificazione:  Luca  negli Atti pone l’Ascensione  dopo quaranta giorni dalla Resurrezione (At 1,3), per indicare il tempo compiuto, stabilito da Dio (tale è il significato biblico del numero quaranta): nel suo Vangelo invece l’Ascensione avviene nel giorno stesso di Pasqua (24,50-52; cfr Mc 16,19), per sottolineare che Resurrezione e Ascensione sono l’unico momento dell'”entrare nella gloria” (24,26). Certamente Gesù Risorto fu visto come tale per un periodo preciso di tempo, dopo di chè egli non si manifestò più in apparizione. L'”Ascensione” è un’immagine in linguaggio spazio-temporale per esprimere proprio che da un certo momento Cristo non fu più rinvenibile all’interno del limite spazio-temporale della nostra percezione umana: egli è il Vivente al di fuori dello spazio e del tempo, nell’eternità di Dio, “in cielo” (24,51). Ecco perchè nel Nuovo Testamento si parla talora indifferentemente di resurrezione o di ascensione-glorificazione-esaltazione (At 2,32-33;5,30-31; Rm 8,34; Ef 1,20; Fil 2,8-9; 1Pt 3,21-22). In Gv, la glorificazione comincia già dalla Crocifissione (12,32-33; 3,14; 8,28; 13,1): nella sua morte- resurrezione- ascensione, Egli va al Padre (14,12-28; 16,5-10.28): è tutto un unico momento, la sua “ora”.

  1. APPARIZIONI AI DISCEPOLI: 20,19-29

Struttura: Mentre Mt e Gv 21 pongono la prima apparizione del Risorto in Galilea, Gv 20, come Lc e Mc 16, la pone a Gerusalemme: lo schema è quello classico dei racconti di apparizione: a) misera situazione dei discepoli (v. 19); b) apparizione (v. 19); c) saluto (v. 19); d) riconoscimento (v. 19); e) comando (vv. 21-23). Il racconto di Tommaso (20,24-29) è invece drammatizzazione del tema del dubbio.

Testo: v. 19: –il primo dopo il sabato (cfr v. 26): riferimento liturgico; v. 22: –alitò: forse traccia di un antico rito di ordinazione; v. 25: il semplice vedere corporale (blepein: v. 15) diventa sguardo scrutatore (theorein: vv. 6.12.14), fino a diventare comprensione nella fede (horan: vv. 20.25); v. 29: è l’unico macarismo di Gv, insieme a 13,17.

Esegesi: 1. I doni del Risorto: sono non solo per gli Apostoli, ma per tutti i credenti (Lc 24,33): a) pace e gioia (Ap 19,7; 21,3-4); b) la missione: i cristiani sono un popolo di inviati; c) lo Spirito Santo (14,26; 16,7): è consacrazione profetica (17,18-19), è nuova creazione (Gen 2,7; Sap 15,11; Ez 37,4-5), è il battesimo dei discepoli (3,5); d) il potere di perdonare (Is 22,22; Mt 16,19; 18,18): non solo il perdono “sacramentale”, ma quello reciproco (Mt 6,12; 18,22) e di riconciliazione del mondo (Mc 16,15-16; Lc 24,47; At 3,19; 1 Gv 1,7.9; 5,16). 2. La fede nella Resurrezione: in Gv 20, quattro esempi di fede nella Resurrezione: il discepolo amato, Maria di Magdala, i discepoli, Tommaso: ma “beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (v. 29). 3. Il giorno del Signore: i cristiani, consci della centralità della Resurrezione, si riuniscono per celebrarla nella sua ricorrenza settimanale (At 20,7; 1 Cor 16,2): stacco dall’ebraismo, sottolineatura che nella Liturgia della domenica si incontra il Risorto (Ap 1,10).

4. conclusione (20,30-31)

Esegesi: 1. Lo scopo cristologico e missionario- soteriologico del Vangelo. 2. I segni e la fede: credere nella Bibbia: ormai, il segno che ci è dato per credere è solo la Sacra Scrittura (Dei Verbum n. 4; 21)

5. Epilogo (21,1-25)

Struttura: il cap. 21 è aggiunta di un’altra tradizione, sintesi di due diversi racconti di apparizione: 1. a Pietro durante una scena di pesca (1 Cor 15,4-5; Mt 14,28-33; 16,16-19; Lc 5,1-11); 2. agli Undici in una scena di pasto di pane e di pesce (1 Cor 15,5; Lc 24,36-43; Mc 16,14-18; Gv 20,19-23).

Schema: 1. Apparizione presso il lago di Tiberiade (21,1-4); 2. Dialogo tra il Risorto e Pietro (21,15-23); 3. Conclusione del redattore (21,24-25).

  1. APPARIZIONE PRESSO IL LAGO DI TIBERIADE: 21,1-14

Testo: v. 5: ironico: nei Vangeli, i discepoli non pescano mai nulla senza Gesù; v. 7: –quel discepolo che Gesù amava: l’amore giunge prima alla fede (20,2-10); -il Signore: Kyrios traduce l’ebraico Adonai, titolo divino (20,18.25.28); -quando ebbe udito: Pietro crede sulla Parola annunciata; -si cinse ai fianchi la sopravveste: si rimbocca solo la tunica, perchè sotto ha solo il perizoma; v. 11: –153: a) la totalità dei pesci secondo la zoologia greca; b) numero di perfezione, somma di tutti i numeri da 1 a 17; c) 100= i Gentili + 50=Israele + 3= la Trinità; d) valore numerico di qhl’hbh, “la chiesa dell’amore”; d) 76 (valore di Sìmon) + 77 (valore di ichtys, pesce); e) visione escatologica di Ez 47,10, ove i pescatori pescano da Engaddi (valore numerico 17) a En-Englaim (valore numerico 153).

Esegesi: 1. La Chiesa: la barca è la Chiesa: a) convocata da Dio; b) ministeriale; c) universale; d) missionaria; e) una (la rete non è “lacerata”, schizein, da cui la parola scisma: cfr 7,43; 9,16; 10,19; 19,24); f) sacramentale. 2. L’Eucarestia: ICTHYS, pesce, è parola formata dalle iniziali di Iesous Chritos Theou Yios Soter, Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore: l’Eucarestia è il luogo privilegiato in cui si manifesta per la Chiesa Gesù Risorto.

  1. DIALOGO TRA IL RISORTO E PIETRO: 21,15-23

Testo: v. 15: –mi ami tu: ai vv. 15-16 Gesù nella domanda usa agapan  e Pietro nella risposta usa philein, al v. 17 entrambi usano philein: forse Gesù ormai si accontenta della semplice amicizia…; -tu sai: ai vv. 15-16 si usa oida, la conoscenza assoluta, soprannaturale, al v. 17 ghinosko, il più umile cammino del sapere; -pasci: in 15 e 17 si usa boskein, provvedi il cibo, in 16 pomainein, governare; -agnelli: in 15-17 si usano prima arnion, gli agnelli, poi probaton, le pecore, poi probation, le pecorelle: è la totalità del gregge; v. 18: –tenderai le mani: possibile allusione alla croce; v. 22: –finchè io venga: la nostra morte è il momento della Parusia, della seconda venuta del Signore.

Esegesi: 1. Il primato di Pietro: alcuni aspetti dell’incarico petrino: a) il mandato: pascere il gregge, vicariando l’ufficio di Dio e di Gesù, Pastore ideale (10,1-21); b) i limiti del mandato: le pecore restano però solo di Gesù (“le “mie” pecore”), unico Pastore (1 Pt 2,25; 5,2-4); c) durata del mandato: se Gv affronta la questione tanti anni dopo la morte di Pietro, è perchè ritiene che Gesù abbia voluto anche dei successori a Pietro; d) il mandante: il pastore è nominato solo per scelta gratuita di Dio, e non per meriti speciali (Mt 16,16-19; Lc 22,31-32); e) requisiti: non un passato integerrimo, ma solo l’amore per Cristo. 2. Il ministero e la profezia: Pietro è figura dell’istituzione, Giovanni della profezia: all’autorità che vuole avere la profezia sotto controllo, Gesù ricorda: “Se voglio che rimanga…, che importa a te?” (21,22), e ordina di pensare piuttosto alla propria sequela: “Tu seguimi!” (21,22); le due dimensioni però non sono in contrasto, ma si completano a vicenda.

  1. CONCLUSIONE DEL REDATTORE: 21,24-25

Esegesi: 1. La testimonianza del Vangelo: a) riporta fatti visti personalmente (1 Gv 1,1-4); b) è ispirata dal Paraclito (16,26-27); c) è vera: per l’affidabilità del testimone oculare  e perchè Gesù è la Verità (14,6; 5,31-32); d) è confermata dalla tradizione ecclesiale (21,24); “La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo” (Dei Verbum, n. 21). 2. Gesù è tutto: come già in 20,30, lo Scrittore resta stupefatto davanti alla grandezza di Cristo, che resta l’Ineffabile: ma ormai il tempo della fede è tempo dello Spirito Santo, che “viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8,26), per “guidarci alla verità tutta intera” (Gv 16,23).

BIBLIOGRAFIA MINIMA

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Fonte

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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