Primo atto: tutto è «assolutamente soffio» (Qo 1,2-11)

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Qo 1,2-3: il motto del libro

2Vanità delle vanità (hebel habalim), dice Qoèlet,
vanità delle vanità (hebel habalim): tutto è vanità (hebel).
3Quale guadagno viene all’uomo
per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?

Cosa significa hebel? Significa «soffio». – «Vanità delle vanità»: questa espressione non ci è nuova. L’abbiamo sentita in molti modi, forse molti ricordano il film diretto da Luigi Magni “State buoni se potete” con Johnny Dorelli, quando ad un certo punto si canta la canzone «Vanità di Vanità» di Angelo Branduardi. Ma cosa significa? Proviamo ad affrontare la questione da un punto di vista esplicitamente linguistico, interpelliamo, cioè, la lingua ebraica. L’espressione hebel habalim, che traduciamo con «vanità delle vanità», è un superlativo ebraico. Con lo stesso stile ricordiamo altre espressioni come: Cantico dei Cantici, cioè il «Canticissimo», Santo dei Santi, cioè il «Santissimo», «re dei re», etc.

Il termine ebraico hebel è il motto che percorre tutto il libro. L’espressione Hebel habalim è una ripetizione del termine e, a partire da San Gerolamo (IV-V sec. d.C.), è stato inteso come «vanità delle vanità».

Proviamo ad approfondirlo proprio a partire dal suo significato ebraico: «soffio del vento, vapore, fumo».  Può essere utile leggere i seguenti passi: Is 57,13; Sal 78,33. Questo «soffio» viene applicato alla transitorietà della vita: Sal 144,4; Gb 7,16; alla bellezza femminile che svanisce: Pr 31,30; all’inconsistenza dei pensieri e dei progetti dell’uomo: Sal 94,11. Dalla stessa parola hebel deriva il nome di Abele: il primo fratello che compare nella Bibbia (Gen 4,2) e scompare come un soffio. Abele sfuma in fretta proprio come il suo nome. Questa assurdità che l’uomo constata può trovare un buon commento nelle parole del Salmo 39,5-7:

5«Fammi conoscere, Signore, la mia fine,
quale sia la misura dei miei giorni,
e saprò quanto fragile io sono».
6Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni,
è un nulla per te la durata della mia vita.
Sì, è solo un soffio (hebel) ogni uomo che vive.
7 Sì, è come un’ombra l’uomo che passa.
Sì, come un soffio (hebel) si affanna,
accumula e non sa chi raccolga.
[…]12 Sì, ogni uomo non è che un soffio (hebel).

Hebel, «soffio», è tutto ciò che è inefficace. Va inteso come assurdità, enigma, fragilità, illusione ed esprime il risultato di una scoperta. Il motto, allora, appare come conclusione rassegnata e sintetica con cui Qoèlet valuta l’esistenza. Come va inteso?

Un termine da non prendere troppo sul serio – È vero che il motto si ripete. Tutto è vanità. Tutto è assurdo? Sì! Ma fino ad un certo punto. Il termine è ripetuto trentotto volte, è innegabile che costituisca uno dei temi principali con cui la trama del libro si dispiega; addirittura si ripete in 12,8, come ultime parole di Qoèlet, disegnando la stessa «cornice» del libro: le parole dell’autore si aprono con il «soffio» e si chiudono con il medesimo «soffio». Qual è il messaggio? Forse che la felicità non è da cercare in ciò che è effimero, nelle cose che illudono e deludono. Riteniamo che questa sia una risposta molto semplicistica. Non sembra plausibile fare di questo motto, e quindi del tema, quello costituivo del testo, per lo meno non è l’unica tonalità o non va preso troppo sul serio: il tema del soffio viene arricchito di senso proprio dentro la trama del libro. Per come procede lungo il libro, questo verso sembra che sia più una «punto di partenza», che un «punto di arrivo». Una constatazione con cui confrontarsi, che apre, da cui partire, piuttosto che il condensato pessimistico del suo pensiero. Ci troviamo ad un rovesciamento di prospettiva: la constatazione che tutto è assolutamente soffio, non è una conclusione rassegnata, ma la partenza per una riflessione molto provocante, anche da un punto di vista religioso.

«Tutto è soffio, assolutamente soffio»: proprio tutto? – Questo riferimento, queste suggestioni, questi richiami tra una frase così totalizzante come «tutto è vanità/soffio» e l’uomo, richiamando anche il primo fratello, Abele, vittima di uno dei suoi gesti più riprovevoli, quale il fratricidio, ci offre anche un quadro che aiuta a interpretare il termine «tutto». Non si può infatti dire che tutto, la totalità infinità (potremo dire in termini filosofici: non si tratta di un «tutto ontologico») sia soffio, ma tutto ciò che sta sotto il sole.

Sotto il sole – Il v. 3, infatti, offre una prima coordinata per orientare il pensiero, l’argomentazione, le idee di Qoèlet. Si parla di fatica e guadagno (= «vantaggio, profitto»), due parole che sono spesso correlate lungo il testo: esse vogliono indicare l’inutilità dello sforzo umano a fronte di qualcosa che non dipende da nessuno sforzo, ma che devono fare i conti con le regole della vita, della natura, della storia sotto il quale sottostiamo: cioè sotto il sole.

Sotto il sole è un modo di dire orientale sulla terra, sinonimo di «sotto il cielo». Quindi l’espressione ha un tono di universalità ma non di infinitezza: non si può vedere oltre il sole. C’è uno spazio dentro il quale l’uomo può comprendersi, crescere, illudersi, disincantarsi. Sotto il sole dice uno sguardo dall’alto (cfr. Qo 5,1), dove tutti e tutto sono illuminati dal sole, quindi è «tutto» ciò che per noi è a disposizione, il mondo appunto, ma con il suo limite: è il tutto come luogo delle possibilità, delle scelte e delle condizioni. Sotto il sole significa «su questa terra e in questa storia».

La domanda – Si parte con l’osservazione: «tutto è un soffio» (ironia dell’assurdo) e si prosegue con la domanda: «perché tanto affanno?». La domanda apre: infatti non è per nulla retorica, ma molto seria.

I primi versetti sono sferzanti, ma non imprigionano il lettore, semmai lo riposizionano, nel senso che lo scomodano dalla posizione di sempre, cosa che Qoèlet tenterà di fare spesso, anche rispetto a questo stesso motto: tutto è soffio, assurdo. Sì la presenza delle contraddizioni permette di non prendere nemmeno sul serio proprio questo incipit.

Siamo all’inizio di un viaggio: aver intuito senza aver compreso, aver intrapreso la navigazione dentro un oceano aperto senza già godere di un porto dove ormeggiare, è un buon inizio nelle intenzioni di chi ha radunato l’assemblea (qahal).

Ironia del soffio – Nell’uso della parola motto hebel è rinvenibile un senso di ironia (Qo 1,2; 12,8). Hebel non assume solo un valore semplicemente negativo, ma svolge anche una funzione costruttiva in chiave sia teologale, istillando il timor di Dio, sia in nome di una «sobrietà antropologica»: sotto il sole non è possibile alcun guadagno, quanto piuttosto un misurato e gioioso apprezzamento della sorte di vita effettivamente disponibile.

Considerazioni – Queste concezioni di Dio e dell’uomo permettono di cogliere alcuni aspetti critici di Qoèlet in relazione alla tradizione con la quale si confronta e alla situazione del suo tempo.

Egli polemizza contro la pretesa di poter coltivare una giustizia perfetta davanti a Dio attraverso l’osservanza scrupolosa della Legge; Dio infatti non retribuisce l’uomo in base a presunti meriti ottenuti con l’obbedienza, ma come e quando vuole. L’uomo deve stare nel limite che Dio gli pone, rispettandolo senza riserve e senza pretese, poiché tutto è gratuito.

Inoltre, contro la pretesa di conoscere Dio e il suo mistero, invita a diffidare dei sogni e delle visioni (5,6), così come afferma che il tempio è luogo di ascolto e non di espressione di fanatismo cultuale (4,17–5,6).

Qoèlet non crede che all’uomo sia possibile raggiungere la totalità della sapienza, poiché per lui è disponibile solo una sapienza parziale, lontana e inaccessibile (7,23-24; 8,16-17), introvabile, a meno di accettare i limiti in cui si è collocati (7,19-20; 8,1-6; 9,13-18) e di avere il coraggio di porsi domande anche scomode (Chi? Che cosa? Dieci volte Chi sa? 2,19; 3,21; 6,12; 8,1 Chi può trovare?).

Qo 1,4-11: «tutte le parole/cose si esauriscono»

4Una generazione se ne va e un’altra arriva,
ma la terra resta sempre la stessa.
5Il sole sorge, il sole tramonta
e si affretta a tornare là dove rinasce.
6Il vento va verso sud e piega verso nord.
Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
7Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.
8Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.

Non si sazia l’occhio di guardare
né l’orecchio è mai sazio di udire.
9Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
10C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Ecco, questa è una novità»?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
11Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.

Acuto osservatore della creazione e della storia – Queste parole condensano con tratti poetici una considerazione che Qoèlet compie sul creato e i suoi dinamismi naturali, sulla storia e il suo ripetersi generazionale. Parte con i vv. 4-7, dedicati ad una osservazione sulla natura; al centro troviamo il misterioso v. 8: tutte le parole si esauriscono; poi seguono i vv. 9-11 che invitano il lettore a compiere uno spostamento di interesse: dall’osservazione della natura all’osservazione della storia. Creazione e storia sono luoghi principali dell’agire di Dio. Il saggio dunque non può che esplorare in queste i segni con cui Dio svela qualcosa all’uomo. Eppure il modo con cui Qoèlet parla di questi due aspetti sembra molto, molto lontano dalla prospettiva che conosciamo dal Libro della Genesi e dell’Esodo: al contrario di questi ultimi, Qoèlet non lascia spazio per cogliere un agire di Dio, quanto un ciclo, naturale e storico, dentro il quale non possiamo che sottostare.

Le generazioni e i quattro elementi della natura – Il primo passo di Qoèlet è prendere un tema frequente in molta letteratura non biblica: il susseguirsi delle generazioni. Questo tema è messo in contrapposizione con il primo dei quattro elementi principali di cui si pensava fosse composta ogni cosa: terra, fuoco, aria e acqua. In una riga notiamo come egli riesca a dire che sia nel contemplare il movimento delle generazioni, sia contemplando il luogo dove «appoggiano la propria sicurezza, la terra», non è che capiti qualcosa di nuovo: la terra non si modifica. Osserva questi elementi nella loro versione naturale: egli nota che le cose si ripetono e nello stesso tempo non si modificano, non sorprendono, in un certo senso non si compiono. Per Qoèlet movimento non significa mutamento. Il mare infatti non è mai pieno; così il giro del sole si ripete, è un ciclo. Con il v. 7 sembra voler affermare che questo ciclo non permettendosi di sorprendere (ad esempio con la sosta dei fiumi, oppure con un mare sazio, o con una nuova terra, un mondo diverso) in fondo non si compie, ma sembra destinato ad un ciclo che si ripete all’infinito. Qoèlet osserva che la natura non si compie, si ripete. Ma questo non basta. Alla constatazione subentra un versetto dal tono sentenzioso. Si tratta dell’inizio del v. 8:

tutte le cose (debarim «cose, eventi») si esauriscono.

Ascoltiamo anche questa traduzione:

tutte le parole (debarim «parole») si stancano.

«Parole» o «cose»? – Questo versetto ha una caratteristica particolare: non è facile da tradurre in italiano e ha il sapore di una sentenza che l’autore inserisce nel suo argomentare. Il plurale ebraico debarim significa sia «parole», che «eventi, fatti, cose». Forse è un’ambiguità voluta, cosa che non stupisce, visto lo stile di Qoèlet.

Il versetto afferma in modo lapidario la conseguenza di queste quattro osservazioni: il movimento degli elementi naturali, l’impossibilità di vederne un compimento, esprimono un travaglio, una stanchezza: oggi diremmo «una monotonia». Qoèlet dopo aver osservato la natura attraverso i suoi quattro elementi principali, afferma che «tutte le cose si stancano». Nessuno spiega il motivo, per cui la situazione di questo dinamismo senza sosta, stancante e travagliato viene offerto all’osservatore che scrutandolo non riesce a capacitarsene: un movimento infatti che conserva sempre tratti inesprimibili, quindi mai completamente spiegabile, ecco allora il senso del versetto se traduciamo debarim con «parole»: le parole, quale mezzo potente che il saggio aveva da secoli a disposizione per spiegare il senso ultimo della realtà, sono considerate depauperate di questo potere. Qoèlet ci riposizione di nuovo: abituati dalla sapienza tradizionale a scoprire un potere quasi magico della parola, ora il potere della parola è sconfitto.

L’esperienza dell’insaziabilità – Con due termini, occhio e orecchio, si continua il poema parlando dell’insaziabilità dell’uomo: mai sazio di vedere, contemplare, mai sazio di ascoltare, sapere. Ma che senso ha questa insaziabilità a fronte di una storia che non ha nulla di nuovo da dire? Anche la storia ha i suoi ricorsi in eventi che si ripetono senza sosta. La novità è dunque illusione! Si tratta di una sottile critica al tono ottimistico di Isaia 43,19? Qoèlet è molto severo, allora, nel considerare l’agire di Dio. Mantiene un tono drammatico. Rispetto a Proverbi, l’autore del libro non vede una felicità possibile, ma mantiene una sfiducia nella possibilità di una felicità vera. Sia il mondo, infatti, sia la storia, come luogo delle azioni umane, rispondono a delle leggi cicliche. La novità allora non c’è. Nemmeno la conservazione della memoria è di consolazione: fa parte del ciclo della storia una sorta di oblio (cfr. 4,14-16). Qoèlet presenta (per ora nel suo risvolto negativo e in questo è molto onesto!) una dimensione incredibile dell’uomo, e cioè che «la sua capacità di percezione è maggiore delle percezioni di tutta una vita»; in altre parole: «la sua capacità di desiderare è ben più grande delle possibilità che la vita gli offre di esaudire i proprio desideri».

Sorprende infatti che Qoèlet abbia già osservato l’incompiutezza del linguaggio, della parola, l’insufficienza che la parola ha nel cogliere il senso pieno della realtà, eppure proprio lui ha iniziato a parlare, quindi qualcosa si può dire.

E sopra il sole? – Ci si domanda se questa prima conclusione non debba portare per forza a un certo pessimismo. Una lettura immediata risponderebbe di sì. Ma in profondità si può cogliere un messaggio di grande realismo (in seguito comparirà l’invito di Qoèlet a non perdere di vista le occasioni di felicità che il presente offre). Lungo il libro, quindi – possiamo ormai dirlo – nel pensiero dell’autore, compare l’invito a una sorta di carpe diem, da comprendere nel contesto, nel dinamismo, nel modo di pensare di Qoèlet.

Il luogo della ripetitività è sotto il sole, il mondo creato e la storia, ma si tratta di un luogo osservato dal medesimo luogo, di una storia osservata dalla medesima storia. Forse questo può aprire un varco di speranza. C’è un luogo, inaccessibile all’uomo, ma gravido di promessa, che sta al di là del sole, che va oltre il sole. Lo sguardo del Qoèlet, non può che ridursi a vedere in modo realistico ciò che sta sotto, però questo non esclude ciò che va oltre. Allora questa domanda di senso che attraversa il libro conserva un carico di desiderio, di anelito, di ricerca, espressa anche nella sincerità di qualche forma di rassegnazione, ma che in qualche modo scopre il proprio limite, e quindi diventa attesa, attesa in questa forma molto drammatica, ma molto sincera.

La parola alla comunità

È faticoso affrontare questo testo: sinceramente non desta simpatia sia per lo stile, sia per il messaggio che ne stiamo ricavando.

Sembra smarrire il senso profondo della vita. Forse conviene coglierne immediatamente il senso alla luce del Nuovo Testamento, altrimenti apparirebbe demotivante.

In effetti il disagio di queste parole è da considerare. Non comprendiamo come sia possibile che siano Parola di Dio.

Qoèlet è un nichilista? Uno che alla fine riduce la vita a qualcosa per cui non serve lottare, darsi da fare, prendersi impegni? Non sembra questo un messaggio «tanto esaltante» …

Una parola per te

Sei arrivato fin qui con la lettura, hai compiuto il primo passo: bene! Se ti fermi qui, però, non comprendi nulla di Qoèlet, anzi, rischi di comprendere il contrario di quello che il suo libro vuole dirti.

Hai iniziato a leggerlo con le sue sorprese. Non fidarti troppo di una frase o di un brano. In che senso? Non leggerli senza il contesto generale di tutto il testo, non prendere il brano sul serio da solo, senza tener conto di altri brani, altrimenti rischi di comprendere male.

Dopo questo primo atto, ti provoco con questo invito: ascolta le emozioni che queste parole di Qoèlet ti hanno suscitato, non temere. Ascoltale! Sono importanti. Non cercare risposte alle domande che hai in cuore, non pensare di quietare con velocità e razionalizzazione affrettate alcune inquietudini, non pretendere da te stesso di arrivare al nocciolo delle cose in modo affrettato: c’è un tempo per la quiete, ma prima c’è il tempo della tempesta. Non temere di questo, è un momento. Fidati di Qoèlet, lasciati accompagnare.

Puoi ascoltare il cuore, soprattutto comprendere senza pretendere di aver capito tutto o di come le cose dovrebbero essere. Non ti dico che sia facile, sicuramente è salutare.

Fonte: Diocesi di Verona

Commento biblico:
prof. Don Martino Signoretto e prof.ssa Suor Grazia Papola

L'autore

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