Quarto atto: l’«ironia» dei sacrifici senza cuore (Qo 4,17-5,1-6)

Q

417Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio.

            Avvicinati per ascoltare piuttosto che offrire sacrifici,

            come fanno gli stolti, i quali non sanno di fare del male.

                  51Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferire parole davanti a Dio,      perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole. 2Infatti

dalle molte preoccupazioni vengono i sogni,

e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto.

                  3Quando hai fatto un voto a Dio, non tardare a soddisfarlo,

            perché a lui non piace il comportamento degli stolti: adempi quello che hai promesso.

            4È meglio non fare voti che farli e poi non mantenerli.

            5Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole

            e davanti al suo messaggero non dire che è stata una inavvertenza,

            perché Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga l’opera delle tue mani.

     6Poiché dai molti sogni provengono molte illusioni e tante parole.

            Tu, dunque, temi Dio!

Di nuovo sei volte «Dio» – Qoèlet trae così le prime conseguenze etiche della sua precedente riflessione. Abbiamo visto come in 3,10-15 fosse ripetuto il nome «Dio»: sei volte. Di nuovo ricorre per sei volte il nome «Dio» in questa nuova sezione: il contesto è un po’ diverso dal precedente perché si tratta di una riflessione riguardo il modo in cui rapportarsi a Dio.

Dopo la riflessione, ecco le prime ammonizioni – Per la prima volta nel libro, Qoèlet inizia con una ammonizione, fatta in seconda persona, tipica della letteratura sapienziale; una nuova ammonizione chiude la sezione. Per quattro volte Qoèlet ammonisce il lettore a proposito del comportamento religioso dell’uomo; in particolare affronta i temi della preghiera e del sacrificio (4,17–5,1) e quelli dei voti (5,3-4) e delle inavvertenze (vv. 5-6). Ciascun ammonimento è seguito da una motivazione, ulteriormente ampliata da una spiegazione (4,17c), da una conclusione (5,1c), da un nuovo ammonimento (5,4).

I due proverbi citati – I due proverbi dei vv. 2 e 6 servono a delimitare le due sezioni in cui il testo è suddiviso; più in particolare: il proverbio del v. 2 serve a creare una sorta di pausa di riflessione e ad aggiungere un nuovo elemento, il sogno. Il secondo proverbio arriva quando meno ci si aspetta: l’ultima ammonizione (5,5) è seguita, come negli altri tre casi, da una motivazione espressa in forma di domanda retorica: «perché Dio dovrebbe adirarsi …?». Sorprendentemente, però, il proverbio di 5,6 precede l’ammonimento finale «ma tu temi Dio». In tal modo, oltre a ritornare sul tema del sogno, si crea uno stato di tensione che prepara l’invito a temere Dio, che costituisce il vertice della pericope.

Anche la religione esige intelligenza – Più sinteticamente, il testo non costituisce una esposizione complessiva del pensiero religioso di Qoèlet, ma presenta quattro avvertimenti contro la “stoltezza” (cfr. 4,17) che può insinuarsi anche nella pratica religiosa:

  • bada ai tuoi passi (4,17): i sacrifici
  • «non essere precipitoso» (5,1-2): le preghiere
  • «non indugiare a soddisfarli» (5,3-4): i voti
  • «non permettere … non dire» (5,5-6): le inavvertenze

Qoèlet non critica né i pii né i peccatori, ma gli “stolti” (4,17). Anche la religione, perciò, esige intelligenza.

Prima ammonizione: «custodisci i tuoi piedi» – In 4,17 leggiamo «Bada ai tuoi passi quando entri nella casa di Dio», letteralmente «custodisci i tuoi piedi». Un inaspettato imperativo esortativo («bada») apre l’ammonimento relativo ai piedi che si recano nella casa di Dio. I piedi, ovvero i passi, sono spesso usati come metafora del comportamento umano. «Badare ai propri passi» significa dunque tenere una condotta retta. Il tono imita quello dei saggi, ma ben diverso è il contenuto; se per i saggi del libro dei Proverbi è il Signore, il Dio di Israele, che bada ai tuoi passi (cfr. Pr 3,26), per Qoèlet sei invece tu a dover badare ai tuoi passi quando ti rechi di fronte a lui. Andare al tempio è una cosa importante.

Ascoltare è già dono, è già offerta – Avvicinarsi per ascoltare è preferibile al donativo degli stolti. Qoèlet ricorda, in linea con la tradizione biblica (cfr. 1Sam 15,22; Pr 15,8; 21,3; 21,27; Am 5,21-25; Os 6,6; Is 1,10ss.; Mi 6,6-8; Ger 7), che l’ascolto vale più dei sacrifici. A questo punto ecco giungere il suo commento ironico e pungente: certo l’ascolto è meglio dei sacrifici, soprattutto quando si tratta dei sacrifici degli stupidi, che sono tali anche perché neppure si accorgono che stanno agendo in maniera sbagliata. Gli stolti pensano che il sacrificio cancelli automaticamente le colpe senza bisogno di conversione o di ascolto obbediente del Signore, ma il sacrificio non può sostituire l’atteggiamento interiore dell’ascolto.

Ironia nel e del male? – La finale di 4,17 crea difficoltà. Letteralmente suona così: «poiché essi non sanno fare il male». È una scusante per gli stolti? Oppure qui c’è un tratto di ironia e di disprezzo? Probabilmente, si vuol dire che gli stolti sono talmente istupiditi e accecati che non si rendono conto o non hanno coscienza di fare il male, oppure che essi non sanno quali disastrose conseguenze produce il loro modo di agire. In tutti i casi Qoèlet critica la religiosità formalistica, presuntuosa e stupida che è priva di interiorità.

Seconda ammonizione: presso il tempio. – Il secondo ambito è quello della preghiera compiuta «davanti a Dio», cioè nel tempio (5,1-2).

Mentre in 4,17 all’ascoltare si contrappone il «sacrificio degli stolti», qui si pone di fronte all’ascolto l’eccessiva facilità dell’uomo nel «parlare» di fronte a Dio; all’ascolto si aggiunge così la necessità del silenzio. In tutto il libro Dio parla, eppure qui si afferma che l’uomo deve tacere e «ascoltare» davanti a lui, quando si trova nella sua casa; ma, se è necessario «ascoltare» significa che in qualche modo qualcuno parla.

Nella tradizione profetica il silenzio era pensato in contesti di giudizio: di fronte al giudizio di Dio, l’uomo deve tacere. Per Qoèlet si tratta piuttosto di comprendere che le parole dell’uomo sono limitate; già davanti alla realtà concreta la parola umana è incapace di coglierne completamente il senso (1,4-11); tanto più «davanti a Dio» le parole dell’uomo debbono cessare. Qoèlet sottolinea la difficoltà di raggiungere Dio con le nostre parole.

Pregare è ascoltare – Qoèlet non nega la possibilità della preghiera, ma l’illusione che essa sia di per se stessa efficace, o che sia lo strumento per mettere le mani su Dio, condizionarlo e indurlo a fare ciò che gli si chiede. «Dio è in cielo» vuol dire che Egli sfugge alla presa dell’uomo e che le nostre preghiere non possono presumere di intaccare la sua assoluta libertà. Ci sono due possibilità, due modi di stare davanti a Dio. Da una parte si possono moltiplicare le parole pensando in questo modo di condizionare la divinità, quasi di catturare Dio imponendo se stessi, come se la ragione per cui Dio ascolta fosse in qualcosa che sta nella qualità o nella quantità della preghiera dell’uomo, nel suo stare davanti a Dio e non nel suo essere misterioso, trascendente e insieme prossimo e vicino (cfr. Mt 6,7).

Il richiamo del salmo 115 – Il v. 1 riecheggia il Sal 115,3.16, dove si stabilisce un nesso tra «essere in cielo» e libertà, per cui la preghiera non può pensare di modificare la volontà di Dio; non è anzitutto parlare, ma ascoltare (v. 3). Al v. 16 il Salmo afferma che quando l’uomo prega non dà nulla a Dio, non aggiunge nulla alla grandezza e alla gloria di Dio; la preghiera non serve a Dio, ma all’uomo.

Uomini inquieti che cercano soluzioni nei sogni – La critica ai sogni va collocata nel contesto culturale dell’epoca dell’autore, con l’affermarsi della convinzione che la comprensione del cosmo e della realtà possa venire all’uomo solo da una rivelazione superiore, il cui mezzo privilegiato diventa sempre più la visione, mentre viene meno l’interesse verso la storia. Il sogno è la risposta sensibile, gratificante di Dio che concede la sua visione, la sua apparizione. Qoèlet esorta a non sollecitare ciò, perché il sogno non è espressione della divinità, ma di un’umanità inquieta, affannata e angosciata. In tal modo egli condanna la strumentalizzazione dell’esperienza religiosa.

Terza ammonizione: non tardare nell’adempiere la promessa. In 5,3-6 il tema della parola viene sviluppato nell’ambito di un discorso sul voto e sulla necessità di far fronte all’impegno assunto nei confronti di Dio. Fare promesse o voti a Dio era una prassi comune, che perdura anche nel NT (cfr. At 18,18). La legislazione biblica sui voti è ampia e minuziosa (cfr. Lv 7,16-17; 22,18-23; 27,1-25; Nm 6).

Un confronto con il Deuteronomio. – In particolare, la prima parte del v. 3 ricalca Dt 23,22. Qoèlet conosce la legislazione deuteronomica e la utilizza, condividendone, almeno a prima vista, il contenuto: i voti vanno adempiuti; il non farlo è causa di peccato. La conclusione appare ovvia ed è già implicita nel testo del Deuteronomio: meglio allora non fare voti, se poi non si vogliono mantenere. Eppure il confronto fra i due testi rivela numerose differenze: il v. 4 è formulato come stabilendo un confronto «è meglio … piuttosto che …»; è eliminato il tetragramma; il precetto è trasformato in un consiglio; più significativo è il fatto che all’ammonimento è aggiunta la motivazione del v. 3: Dio non gradisce gli stupidi.

Confidenza e superficialità nel «voto religioso» – Se hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo. Il voto poteva apparire come un segno di religiosità e di confidenza in Dio; nel tempo del bisogno estremo ci si appella a Dio: se tu mi liberi, se tu mi concedi … io ti do. Anche qui non si mette in discussione la fiducia in Dio, soprattutto nelle situazioni estreme, ma la superficialità che si manifesta nella fretta di appellarsi a Dio: se tu mi dai … io ti darò. Poi, superato il bisogno, cominciano le recriminazioni.

L’autore denuncia la poca serietà, la banalizzazione della qualità di un Dio che risponde al grido.

Se ti sei impegnato con Dio, hai impegnato la tua libertà, devi rispettare la parola data. Non perché Dio abbia bisogno del voto, ma perché lo scioglimento del voto deve essere segno dell’autenticità e della serietà dell’appello, dell’invocazione di colui che dal profondo di un abisso di morte si è rivolto al Dio della vita. Lo scopo di Qoèlet è perciò diverso da quello del Deuteronomio: non si tratta di evitare i voti per il rischio di trasgredire la Legge, ma piuttosto di evitare la pretesa di sentirsi a posto con Dio solo per mezzo di atti esteriori quali appunto sono i voti.

Quarta ammonizione: attenzione alle inavvertenze. Infine, Qoèlet conosce la legislazione religiosa che prevede i peccati di inavvertenza (cfr. Nm 15,22-31; Lv 4,2-5).

Il peccato di inavvertenza più facile si fa parlando con leggerezza, senza riflettere, magari in un momento di ira. Nella linea sapienziale anche Qoèlet ritiene segno di saggezza non rendersi colpevoli con la bocca (cfr. Gc 3,2).

Incapacità di ammettere la propria posizione – Ma ancor più grave della superficiale sventatezza nel parlare è presentarsi al sacerdote e dire che è stata una inavvertenza, cioè un atto non voluto, quando invece non si era voluti essere attenti, ragionevoli, responsabili. «Perché» o per paura che Dio abbia ad adirarsi, si dichiara di non aver agito con conoscenza di causa o per cattiva intenzione. È il caso di chi cerca attenuanti rispetto a quello che ha compiuto: per cui aggiunge al male fatto, un male ulteriore giustificandosi.

Il timore del Signore – Più che sacrifici, lunghe preghiere chiacchierate, voti fatti alla leggera e non mantenuti, peccati confessati falsamente come inavvertenze, sogni, futilità varie e tante tante parole, ciò che conta è il profondo, reverenziale rispetto di Dio, che è precisamente l’opposto di tutti gli atteggiamenti dello stolto descritti sopra. Temere Dio significa ascoltarlo, stare in silenzio davanti a lui, riconoscere e accettare il mistero della sua attività.

Il rapporto tra il silenzio e la parola – Contrariamente a ciò che si pensa generalmente, il tema fondamentale di questa pericope non è la prudenza nel culto, ma, la dialettica silenzio/parola. Il tema della vanità delle parole, che si moltiplicano indefinitamente è, come si vede in 1,8, uno degli argomenti preferiti dal Qoèlet (cfr. anche 10,12-14). In questa sezione, il culto è il contesto nel quale il Qoèlet sviluppa questa tematica.

Un’esperienza in sé sensatissima, com’è quella religiosa, promettente, aperta, solida, consistente, rischia di essere svuotata, può essere ridotta a espressione inconsistente, non solo deludente, ma addirittura dannosa.

Qoèlet non costruisce un discorso unitario e sistematico sulla bellezza, sulla grandezza o sulle dimensioni dell’esperienza religiosa e dell’incontro con Dio. Utilizza alcune affermazioni sintetiche, taglienti per alcuni aspetti, e messe insieme in modo non facile. Le possibilità di interpretazione sono certo diverse e divergenti, ma c’è un filo, un pensiero dominante nella constatazione e nella denuncia della capacità dell’uomo stolto di vanificare anche questa esperienza così grande. Essa diventa fragile non perché sia in se stessa limitata, ma perché il soggetto che la pratica o la vive la può svuotare dall’interno.

Sacrificio, preghiera e voto sono cose straordinarie per la loro bellezza, ma vengono minacciate dalla tentazione della stoltezza; l’uomo ha la capacità di non farle più diventare segno o promessa di una dedizione incondizionata del credente al mistero di Dio, ma di trasformarle in semplice costume, uso, tradizione, abitudine religiosa, che non coinvolge la radice dell’essere.

«Parola» e «silenzio». La tradizione di Israele conosce un’esperienza paradossale di questa dialettica nell’episodio di Elia al monte Oreb, quando Dio si manifesta al suo profeta come «una voce sottile di silenzio» (1Re 19,12). È il paradosso del mistero; la parola è presente nel silenzio, è un suono (che dice presenza), ma silenzioso. Non la tempesta, il terremoto o il fuoco fanno paura, ma quel silenzio che rivela Dio nella piccolezza; un Dio misterioso, mai catalogabile, mai uguale a se stesso. È il Dio della libertà: i segni della sua presenza non sono più terrificanti, lasciano l’uomo libero; sono appello alla fede, e il profeta deve essere capace di discernerli, riconoscendo nell’inatteso, il passaggio del Signore, in ascolto della voce del silenzio. Egli è nella voce del silenzio. La sola voce di Dio è il suo silenzio.

La Parola di Dio non è automatica, può essere enunciata per niente e comportare il fallimento.

E il silenzio non è più il segno della collera divina o del suo rifiuto, esprime la presenza divina come e meglio della parola. Attraverso questo dittico il silenzio di Dio cambia il segno. Dal livello dell’inerte accede a quello della vita. Se la tradizione di Israele connetteva il timore di Dio piuttosto con l’osservanza dei comandamenti, Qoèlet vi vede invece un atteggiamento di rispetto del mistero di Dio, la capacità di stare in silenzio davanti a un Dio che non potrà mai essere pienamente compreso. Non si tratta allora di un Dio lontano e incomprensibile; Dio è in realtà presente e agisce nel mondo e come tale può essere colto dall’uomo che si pone nell’ottica del «timore di Dio». Il testo ricorda come l’errore consista nella pretesa dell’uomo di raggiungere Dio attraverso strumenti umani, fosse anche la preghiera e il sacrificio; tutto è perciò soffio/hebel tranne la volontà di porsi nel silenzio in ascolto di questo Dio, cioè di temerlo. Ci vuole più coraggio, davanti a questo Dio così apparentemente estraneo all’uomo, a gridare contro di lui, come Giobbe, o a tacere, come Qoèlet? Eppure Qoèlet non mette in dubbio la presenza e non contesta l’agire di questo Dio. Il «temere Lui» pone Qoèlet in una situazione di attesa.

Il lettore apprende che il Dio vivente è il Dio del silenzio e del nascondimento. È l’esperienza che si compie nel silenzio macinato della croce, un silenzio di Dio a cui Gesù si affida morendo.

La parola alla comunità

Qoèlet affronta un discorso di religione e di fede, così come lui lo viveva al suo tempo, eppure sembra così contemporaneo. Le sue parole ci mettono un po’ con le spalle al muro. La nostra fede e la nostra religione: è vero, non possiamo disgiungere queste due dimensioni, ma nemmeno confonderle. Non fare voti e promesse, essere cauti nel parlare, fa pensare i momenti in cui moltiplichiamo le cerimonie perché non abbiamo altro con cui porci in relazione con Dio, ma facendo così rischiamo di legarci a dei modi di celebrare, pregare, relazionarci che sono molto formali e non esprimono il nostro cammino interiore. Forse Qoèlet temeva proprio questo rischio? Un parlare vuoto, un promettere a Dio i nostri buoni propositi ma senza cuore? Addirittura Qoèlet ci sta dicendo che non siamo capaci di ammettere che in fondo non siamo fedeli alle promesse. Non abbiamo il coraggio di ammettere questo nostro limite. Pensiamo di essere fedeli, bravi, all’altezza di ogni situazione anche nel rapporto con Dio. Allora lui cosa fa? Ci aiuta a scendere da questo piedistallo, perché  si tratterebbe di una posizione che non è per il nostro bene.

Alla luce del suo pensiero e di quello che ci stiamo dicendo: cosa significa «laico»? Significa un «non religioso» o un «lontano dalla fede»? Pensiamo a chi ci circonda, alle persone che frequentiamo: come possiamo dire con semplicità che sono lontane dalla fede o che non sono religiose? È paradossale ma quanti di quelli che sono religiosi – adempiono i precetti fondamentali – di fatto sono lontani dalla fede? Ci domandiamo allora per chi devono essere pensate queste riflessioni di Qoèlet? Forse per noi che in fondo siamo per certi aspetti «religiosi», quindi sono vincolati a una qualche forma di promessa. Ma le sue riflessioni sono per tutti.

Che posto possono avere gli «altri», passi il termine, quelli lontani dal nostro mondo, dalla fede?  Alle volte parliamo di “banchetto” e magari ci rivolgiamo a persone che non fanno parte di questo banchetto (sia fisico che psicologico), perché non lo riconoscono come tale (dono di Dio) o perché non vi hanno accesso a livello materiale (povertà). Questo banchetto della parola, queste riflessioni che ci stanno elevando sono per noi. Ma come aprire il banchetto a tutti?

Possiamo cercare di spogliarci dei bisogni superficiali per giungere al bisogno essenziale; possiamo essenzializzare alcuni modi religiosi, con lo scopo preciso di puntare ad una fede bella, ripulita da cose che la rendono opaca,  poi di fatto senza alcuni gesti e riferimenti religiosi, è difficile parlare di fede. Possiamo passare sempre dal “fare” all’essere, anche nelle nostre comunità. Il criterio ultimo, il limite al quale fare riferimento sia personale che comunitario potrebbe (dovrebbe?) essere la Parola di Dio.

Una parola per te

Qoèlet ti mette di fronte al modo con cui vivi la fede. Ci sono modalità espressive, costumi religiosi e riti, che rendono trasparente la tua fede, altri, invece, che la rendono opaca. Il discernimento non è facile tra le forme di religiosità che sono autentiche e altre che non lo sono. La fede, giustamente, è anche una questione molto personale, per cui il discernimento si compie anche sulla vita del singolo, non solo sui costumi di una comunità: quello che qualcuno vive con autenticità, un rito o una devozione, non è detto che valga per un altro. Gli avvertimenti di Qoèlet sono importanti. Ci spronano a non sottovalutare il male che si insidia proprio dove pensiamo di fare il bene.

Fonte: Diocesi di Verona

Commento biblico:
prof. Don Martino Signoretto e prof.ssa Suor Grazia Papola

L'autore

CaV
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