Sesto atto: «ironia» della vecchiaia (Qo 11,7-12,8)

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117Dolce è la luce

e bello è per gli occhi vedere il sole.

8Anche se l’uomo vive molti anni,

se li goda tutti,

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:

tutto ciò che accade è vanità.

9Godi, o giovane, nella tua giovinezza,

e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.

Segui pure le vie del tuo cuore

e i desideri dei tuoi occhi.

Sappi però che su tutto questo

Dio ti convocherà in giudizio.

10Caccia la malinconia dal tuo cuore,

allontana dal tuo corpo il dolore,

perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

121Ricòrdati del tuo creatore

nei giorni della tua giovinezza,

prima che vengano i giorni tristi

e giungano gli anni di cui dovrai dire:

«Non ci provo alcun gusto»;

2prima che si oscurino il sole,

 la luce, la luna e le stelle

e tornino ancora le nubi dopo la pioggia;

3quando tremeranno i custodi della casa

e si curveranno i gagliardi

e cesseranno di lavorare le donne che macinano,

perché rimaste poche,

e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

4e si chiuderanno i battenti sulla strada;

quando si abbasserà il rumore della mola

e si attenuerà il cinguettio degli uccelli

e si affievoliranno tutti i toni del canto;

5quando si avrà paura delle alture

e terrore si proverà nel cammino;

quando fiorirà il mandorlo

e la locusta si trascinerà a stento

e il cappero non avrà più effetto,

poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna

e i piagnoni si aggirano per la strada;

6prima che si spezzi il filo d’argento

e la lucerna d’oro s’infranga 

e si rompa l’anfora alla fonte

e la carrucola cada nel pozzo,

7e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,

e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato.

8Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

tutto è vanità.

L’invito alla gioia: 11,7-10

Esortare alla gioia – In 11,7-10 domina il tono esortativo: non è una pia esortazione moralistica. Il tono è positivo: si esorta a godere la vita. Possiamo fare mente locale ad altri passi importanti di Qoèlet: 2,24; 3,12; 5,17; 8,15; 9,7-9. Tuttavia questa pericope si distingue dalle precedenti per una duplice caratteristica: il legame del godimento con lo stadio giovanile e il tema del ricordo dei giorni oscuri e del giudizio di Dio.

Vivere in pienezza ciascuna stagione della vita – Qoèlet esplode in una lode incondizionata alla vita: «dolce è la luce». La luce è simbolo della vita (cfr. Sal 56,14); ebbene, la vita è dolce, gradevole e deliziosa come la luce. Come ci si abbandona all’estasi estetica, così Qoèlet si consegna alla gioia di vivere senza nessun pudore né reticenze né complesso. In ogni stagione della vita, tanto più se prolungata, ognuno, senza limiti di età, è invitato a godere gioiosamente, tutti i giorni finché vive.

Nel realismo tra buio e luce – Nella seconda parte del v. 8 viene enunciato un tema sviluppato poi in 12,1ss. Qoèlet raccomanda all’uomo di tenere presenti nella memoria i giorni oscuri, che saranno molti i giorni bui che possono essere interpretati in senso generico, oppure come giorni di vecchiaia, o addirittura come quelli della morte. Per Qoèlet in ogni età si può fare esperienza felice di godimento e quindi esperienza di una vita significativa. Uno studioso dice che «la memoria dei giorni bui dice non propriamente una reminiscenza, quanto piuttosto un’anticipazione preveggente, non per ossessionare la vita, ma per meglio affrontarla».

Il soffio ritorna – Il v. 8 si conclude con l’affermazione emblematica dell’intero libro: tutto quello che viene è effimero. Non soltanto il passato non è altro che memoria, ombra, nulla; ma anche il futuro – che si sta approssimando, pieno di promesse, atteso, bramato – è effimero, anch’esso trascorrerà. Ci resta solo il presente, anche se ha la stessa consistenza del vento che corre veloce. Ecco dunque l’urgenza di afferrarlo e goderne nella sua stessa e unica brevità, come ripeterà in 11,9-10.

Qoèlet vuole evitare una memoria religiosa tardiva, praticata solo per paura, propugnando invece un’intensa gioia teologale da coltivare già nel pieno delle forze giovanili. In questo senso il pensiero della vecchiaia e della morte non è inteso come un peso che grava sulla vita, ma come ciò che consente un sano e necessario ridimensionamento alla luce di una creaturalità pienamente vissuta.

Il piacere fa parte del piano di Dio – Nel v. 9 l’autore invita direttamente il giovane al piacere e alla felicità nella vita. Lo sviluppo e il progresso del pensiero sul godimento sono notevolissimi: dall’eventualità, li goda, si passa all’imperativo diretto, godi; l’uomo generico diventa il giovane.

È l’invito a godere la vita e alla gioia di vivere più aperto e coraggioso di tutta la sacra Scrittura.

Il tono suona provocatorio e perfino destabilizzante, propugnando una via per nulla coincidente con quella tradizionale della Torah, che prescrive una ferrea disciplina del desiderio sotto il comandamento.

Una contraddizione? Gli antichi commentatori giudaici coglievano la flagrante contraddizione tra Qo 11,8 e Nm 15,39. Qoèlet difende una logica all’insegna della libertà del desiderio, anch’essa tuttavia soggetta al ridimensionamento, suggerito attraverso il riferimento al giudizio di Dio, e quindi al timore a lui dovuto.

«Sappi che su tutto ciò Dio ti farà venire in giudizio»: la vita non è un gioco senza senso né è dissipazione superficiale e sventata né fatica senza gioia. Anzi è possibile e più ancora doveroso godere veramente il dono di Dio che è la vita. Dio giudicherà chi non sa o non vuole godere dei suoi doni. Alla radice sta la ferma convinzione che Dio vuol far vivere felici con Lui e le esigenze morali non sono richieste ascetiche per punire o per impedire il pieno godimento umano, bensì le condizioni per un godere pieno, giusto, equilibrato e sensato.

Viene la fine: 12,1-8

La struttura di 12,1-8 è piuttosto semplice e chiara. All’inizio c’è un’affermazione imperativa: ricordati (v. 1); seguono tre sezioni temporali con la stessa apertura: «prima che» (vv.1b; 2a; 6a).

La vecchiaia – In questi versetti si può notare un originale sviluppo del tema della vecchiaia. I lettore è aiutato con fantasia ad mettersi dentro un futuro immaginario, ma descritto come un’urgente anticipazione su tempi ineluttabili di quando si diventerà anziani. Prima del loro fatale profilarsi, Qoèlet inculca un affettuoso e gioioso ricordo del Creatore, stimandolo come pensiero e atteggiamento fondamentale da far scattare a tempo opportuno, proprio anche evocando un futuro ineludibile, che potrebbe rendere arduo praticare l’istruzione della memoria del Creatore.

Uno stile non solo biblico – In questo contesto Qoèlet riprende il genere di poesia antica e conosciuta, quindi appartenente alla cultura non solo israelita ma anche ellenistica, in cui, di fronte alla prospettiva della morte, tutti sono invitati a godere della vita presente. In base a tale modello ci si aspetterebbe che Qoèlet subito dopo dichiari qualcosa come «ricordati della vecchiaia/della morte» e invece, al suo posto, arriva imprevisto, un «ricordati del tuo Creatore» in anticipo sui giorni bui di vecchiaia e non.

Un modo inesplorato di parlare di Dio – Qoèlet propone inoltre una novità quando parla di Dio in termini nuovi, degni di grande rilievo (12,1). In precedenza invitava per sette volte a «temere Dio», mai però a ricordarsene, mai chiamandolo creatore. Tantomeno ne ha parlato come de «il tuo creatore», espressione in cui proprio «tuo» costituisce la novità maggiore di questo appello finale. Congedandosi dal lettore, Qoèlet gli regala un nuovo, inedito modo di nominare Dio, impartito in toni più squisitamente personalizzati e affettivi.

Gioire della vita è possibile soltanto se tale gioia è vissuta come un dono di Dio.

Il «tuo» creatore – Questo Dio di Qoèlet, per molti una divinità anonima e muta, per la prima e unica volta nel libro appare con il pronome possessivo «tuo». Nel ricordo del «tuo» Creatore la gioia non è più, in tal modo, un anestetico somministrato all’uomo da un Dio assente e inefficace di fronte alla certezza e alla tragedia della morte; ricordarsi del Creatore non è neppure un pio invito a non peccare, che correggerebbe in senso molto moralistico le troppo ardite affermazioni dei versetti precedenti. Proprio di fronte alla certezza della vecchiaia e alla inevitabilità della morte, ricordarsi del Creatore significa imparare a gioire della vita che quel Creatore ha dato. Tale invito a gioire, rivolto ai giovani, non è una triste esortazione al godersi una vita troppo breve, prima che sia troppo tardi. La gioia teologalmente fondata sulla memoria di Dio proprio creatore e coltivata nei tempi pieni della vita, costituisce l’unica possibile azione rispetto alla ineluttabilità dei tempi bui a venire, dei guai di vecchiaia e di tutti i mali possibili. Dio non è presentato come nemico della gioia, ma come amico e custode della vera e autentica gioia, ne è addirittura la fonte.

Ironia delle parole ma non dell’esistenza: «una vita che vale la pena che sia vissuta» – «Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza» è così un consiglio che nasce da una certezza che rivela quanto Qoèlet sia profondamente ancorato nella fede del suo popolo: nel pensiero della sua fine l’uomo scopre così il progetto iniziale di Dio e ritrova, almeno in parte, la gioia; la vita vale perciò la pena di essere vissuta, nonostante la cruda realtà della vecchiaia e della morte, perché comunque è dono di Dio. Il ricordo del Creatore è il motivo migliore per continuare a vivere.

Un allegoria del tempo della vecchiaia? – Tradizionalmente, a partire da 12,3, il poema è stato interpretato (dagli ebrei e anche dai cristiani) come un’allegoria della vecchiaia con il suo decadimento fino alla morte. Ma questa chiave ermeneutica in realtà non è necessaria.

«Prima che non»: come interpretali? – L’effetto della lunga digressione introdotta dal triplice «prima che non» non ha come effetto quello di atterrire con una filza di lagne geriatriche, ma di elaborare una realistica e suggestiva visione di morte coincidente, per chi la patisce, con la morte stessa del tempo e del mondo, scandita da sette quadri (sei + quello conclusivo) puntualizzabili come:

  1. lo sconvolgimento cosmico/meteorologico v. 2.
  2. la desolazione della casa e dei suoi abitanti v. 3.
  3. la desolazione del mercato e della città invasa dagli uccelli vv. 4-5a.
  4. e quella del mondo vegetale v. 5ab.
  5. la morte dell’uomo e il suo funerale v. 5b.
  6. la distruzione della manifattura v. 6.
  7. il destino della polvere e del respiro v. 7.

Vecchiaia e sconvolgimento cosmico – Lo sconvolgimento cosmico/meteorologico (descritto con sapore apocalittico v. 2) comincia con un oscuramento totale diurno e notturno. Analogamente, il cielo resta sempre chiuso dalle nubi. In quanto alterna, la pioggia sarebbe di per sé una benedizione, ma la sua minaccia permanente è evidentemente un segno negativo.

Vecchiaia e desolazione della propria casa – La desolazione della casa e dei suoi abitanti (v. 3). L’immagine della casa coi suoi diversi abitanti, viene elaborata secondo polarità funzionali per una totalità. Ecco allora due coppie di personaggi, maschili e poi femminili, ciascuna delle quali formata da ceti nobili e popolari, tutti comunque toccati da un evento di portata terribile, per cui «tutti diventano incapaci di mantenere i loro ruoli».

«In quel giorno» è una ben nota formula profetica per il giorno del Signore. Si comincia con i servi guardiani, incaricati del compito della custodia, che invece tremano, si continua con i signori, nobili anche soldati che tuttavia si piegano.

Alla prima polarità servi/signori, in chiave maschile, subentra quella in chiave femminile. Le donne alla macina si fermano e smettono di lavorare, perché sono rimaste in poche: evidentemente qualcosa di terribile sta succedendo, qualcosa come una morte improvvisa, una decimazione che elimina molte di loro, coglie di sorpresa tutte, anche le superstiti, che sospendono così la loro attività. A fronte delle donne di ceto servile, quelle di rango nobiliare guardano alla finestra in uno stato di attesa, qui destinata ad andare delusa. Tutti gli abitanti di questa casa, d’ogni ceto e sesso, sono qui sconvolti, alterati nella loro funzione abituale.

Vecchiaia e desolazione della vita sociale – La desolazione, però, si estende anche all’esterno della casa, cioè al mercato e alla città invasa dagli uccelli (vv. 4-5a). Così la routine quotidiana si interrompe non solo entro le mura domestiche, ma anche all’esterno della casa, nei comunissimi luoghi pubblici. Se il mercato piomba nel silenzio, ecco il non meno inquietante affievolirsi sia del rumore della mola, sia della luce della lampada, prodromo della desolazione generale (cfr. Ger 25,10-11).

Il versetto 12,4 presenta problemi di interpretazione. Parte di questo versetto potrebbe essere reso così: «se il suono umano della mola va scemando (12,4a), un altro invece, animale, va crescendo (12,4b), ed è quello degli uccelli». L’immagine evoca un insediamento umano abbandonato, divenuto ormai sede abituale di uccelli selvatici.

Vecchiaia e simbologia vegetale – Rispetto alla consueta lettura allegorica della vecchiaia, possiamo interpretare tutto 12,5ab come tre immagini vegetali riferite a tre piante comuni di Israele (anche la locusta, un legume), suscettibili di una simbolica assai comune. Sarebbero tre segni di una vegetazione completamente stravolta: il mandorlo in fiore così attraente diventa intollerabile alla vista, cadente la locusta, completamente defoliato il cappero.

Vecchiaia e morte – Preceduta dalle alterazioni del cosmo, dell’ambiente umano e di quello vegetale, sopraggiunge la morte dell’uomo e il suo funerale (12,5b), a questo punto possiamo intravedere una parola di Qoèlet sul futuro: il cielo si oscura e la luce si spegne, ogni economia domestica e attività sociale cessa, anche la natura muore, a motivo di questo: l’umanità sta andando nelle tenebre eterne. Come interpretare questo totale decadimento? Questa è una «visione escatologica»; una modo di vedere il futuro non solo per quanto concerne gli aspetti personale e soggettivi, ma anche dimensioni naturali e cosmiche, quindi universali. «Andarsene alla sua casa eterna» è come andarsene nelle tenebre (2,14; 6,4).

Vecchiaia e funerale – La strofa conclusiva propone un paio di immagini ricavate dai prodotti artigianali funerari (12,6). La prima è quella di una preziosa lampada funebre con l’asta di argento e dotata della sua boccia in oro per la riserva di olio.

L’infrangersi della lampada, come pure della brocca sulla fine evoca l’usanza funeraria antica di rompere delle suppellettili per collocarne i cocci infranti nella tomba del defunto. Probabilmente questo avveniva durante il funerale, a simbolizzare l’evento della morte, intesa come il rompersi di un vaso (Sal 31,13).

Vivere per imparare a morire – Il poema termina fissando l’estrema, insuperabile, triplice differenza tra l’uomo, la terra (il mondo) e Dio. Morendo, come polvere l’uomo torna alla terra, mentre il suo spirito vitale viene restituito a Dio. Si percepisce un tono non astioso contro la morte, che fa parte non tanto della “natura”, quanto dell’ordine creato, riconducibile alla misteriosa quanto insindacabile libertà del Creatore. Per quanto evento drammatico, morire è sottostare alla sua volontà, al suo estremo giudizio, che ha tuttavia dietro un misterioso, inscrutabile dono.

Tutto è soffio – In versione accorciata, 12,8 ripropone il motto di 1,2, che ora diventa più intellegibile in rapporto alla testimonianza che Qoèlet ha dato con la propria opera. Suona non come sanzione nichilista, non come giudizio metafisico, ma come ammonizione antropologica a tener conto della propria finitezza.

In ogni caso le immagini del poema simbolizzano la morte di un individuo, la cui dimensione cosmica dice il punto di vista dell’individuo stesso nel momento della morte. Per il singolo, con la propria morte, tutto il mondo muore con lui. Ma la sua fine personale non è la fine del mondo, è più semplicemente la fine del mondo per lui.

«L’uomo e tutto ciò che egli crea sono realtà passeggere ed evanescenti. E ogni convinzione e ogni desiderio che non tengano conto di questa evanescenza dell’uomo sono insostenibili e “vane”. Con ciò in alcun modo la vita diventa nel suo insieme “insensata” e “assurda” come pensava il re di 1,12–2,26. Piuttosto, il senso della vita umana sussiste nel fatto di concedere a sé e agli altri il godimento del bene nell’ambito delle possibilità e dei limiti fissati da Dio (3,10–12,7). Quale rimando anaforico all’inizio del libro 12,8 è anche un invito finale al lettore alla rilettura del libro da questa angolatura» (Krüger).

La parola della comunità

«Mi sono commossa perché ho ripensato a mio nonno. Nonostante fosse anziano lui ripensava alla sua vita e ai suoi amici con serenità.  Era una persona con la consapevolezza che il mondo fosse cambiato e gli amici non si fossero più, eppure era sereno. Io non riesco a essere serena come lo era lui».

Ci domandiamo: perdere/ritrovare può essere un «ricominciare»?

Qoèlet ci invita  a guardare alla morte non come antitesi alla vita ma come parte della vita: “ritorni la polvere alla terra …” mi colpisce il fatto che il Qoèlet a questo punto non dice che ha capito il senso della vita, ma vuole riviverla ancora: trova la felicità possibile anche adesso.

Ma Qoèlet ha scritto tutto il libro di getto? O ci ha messo tutta la vita?

Comprendiamo che stiamo ascoltando un uomo saggio che parla anche a nome di altri.

Fa sue le domande non sono solo sue. Lui pensa: «Mi intriga la domanda dell’altro, ci rifletto e scrivo». Una voce rappresentativa di più voci. Non tutto ciò che ha scritto lo ha sperimentato. L’esperienza dell’altro l’ha fatta sua. È come se Qoèlet dicesse: «anch’io ho avuto il coraggio di dare voce ad una comunità che non parla. Ho coraggio di dire ciò che gli altri non vogliono dire». Qoèlet è una finzione con questa assunzione di responsabilità. Se pensiamo per un attimo come sono i libri biblici, abbiamo di che riflettere. Conosciamo qualche autore della Bibbia? È una «genialata» il fatto che non vi sia un libro biblico con l’autore. È importante l’autore, o quello che viene scritto?

Noi leggiamo il diario di un’esperienza: lì troviamo qualcosa di nostro. Noi compriamo un libro in base all’autore. Nel mondo biblico compri il libro per quello che viene scritto.

Una parola per te

Se sei vecchio, come vedi il mondo nuovo? I cambiamenti così veloci?

Se sei giovane, come guardi il tuo futuro lontano, quando sarai vecchio? Quando vedrai che il mondo in cui sei vissuto non corrisponde più al mondo in cui consumerai la tua vecchiaia?

Qoèlet non smette di porti di fronte a delle domande molto forti, che toccano delle questioni scomode da affrontare, ma molto realistiche. In questo però è sereno: la vecchiaia in questo caso – cosa non scontata – coincide con maturità.

Dopo questo percorso ci si può domandare chi sia Qoèlet per te: ora che lo hai conosciuto come lo immagini? Che messaggio ha di bello da dirti la sua «anzianità»?

Più in profondità: questo libro cosa ti lascia? Quale cammino ti ha fatto fare? In cosa ti ha permesso di maturare? Hai assaporato anche delle scoperte?

Ora te la senti di fare la tua «convocazione»?

Fonte: Diocesi di Verona

Commento biblico:
prof. Don Martino Signoretto e prof.ssa Suor Grazia Papola

L'autore

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