Terzo atto: «ironia» della fatica ma non del desiderio (Qo 3,1-15)

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Qo 3,1-9: ogni cosa a suo tempo

1Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.

2C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.

3Un tempo per uccidere e un tempo per curare,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

4Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.

5Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

6Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

un tempo per conservare e un tempo per buttar via.

7Un tempo per strappare e un tempo per cucire,

un tempo per tacere e un tempo per parlare.

8Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

9Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?

Sette + sette: che ritmo! – Questo testo è famoso. Esso ha un ritmo, tanto che lo si potrebbe imparare a memoria. Il testo è pure costruito sul numero sette. Possiamo contare infatti quattordici espressioni contrapposte, cioè 7 + 7. Con questo ripetersi del sette per due volte, come il ripetersi di habel habalim (due volte), Qoèlet vuole dirci delle cose in poche parole, per cui usa anche la forma, lo stile. L’elenco, infatti, non è esaustivo di tutte le antitesi di cui è costellata la vita. Il fatto di elencarne sette, però, dice un qualcosa di omnicomprensivo, di totale, sul tempo almeno: e cioè che non possiamo che sottostare a dei ritmi di antitesi che non dipendono da noi, ma fanno parte dell’universo, del nostro e ci superano.

Il ritmo del tempo – Il poema che ora contempliamo è famoso: perché? Forse uno dei motivi è proprio il suo ritmo, la sua ripetitività. Qualcosa si svolge dentro un ordine, un ritmo, un rimbalzare tra estremi. Si affermano situazioni che non dipendono dall’uomo. Il ritmo, le «scadenze scadenzate», i confini che pone con tanta concretezza sorprendono. L’uomo agisce, decide, sceglie, ma c’è un però. Le sue iniziative sono dentro dei condizionamenti oppure delle condizioni. Su queste, o alcune di queste, l’uomo comprende che il suo affannarsi per conoscere il creato e agire in esso non ha peso, non può pensarsi in grado di modificarle. In questo poema troviamo un legame con Qo 1,4-11 e 3,9: ritorna il problema dell’affanno sotto il sole. Questo poema ritmato dal sette cerca di scandagliare cosa succede sotto il sole.

Il grande orologio cosmico – Il primo cap. di Genesi, il grande inno settenario che scandisce la creazione, riporta al quarto giorno due «grandi dominatori»: il sole e la luna, i luminare per dominare il giorno e la notte. È così indicato l’orologio cosmico, il tic tac delle nostre giornate, dei nostri mesi, delle stagioni. Non a caso, infatti, Il quarto giorno è il giorno che dà inizio alle grandi feste ebraiche. Il quarto giorno dice anche che questi due grandi dominatori vengono dopo Dio, non sono dèi, ma creature. Nello stesso tempo essi vengono prima dell’uomo, perché è creato al sesto giorno. Dopo lo spazio e il tempo, questi due grandi dominatori costituiscono un ulteriore limite sotto il quale l’uomo è chiamato a sottostare.

Il settenario e sotto il sole – Con un elenco di quattordici antitesi legate alle circostanze della vita, Qoèlet sembra farci capire cosa significhi essere dominati da questo orologio cosmico: cosa significa «sotto il sole». Il ritmo settenario degli inizi (Gen 1) diventa un duplice settenario di condizioni..

Antitesi o tensioni? – Ora si ripetono due elenchi e si scoprono che non devono per forza essere uguali, strutturalmente identici: ci sono antitesi che si muovono dal negativo al positivo e altre al contrario dal positivo al negativo. Un dialettica questa molto conforme alla realtà. Parlare di «antitesi», allora è riduttivo. Diciamo che sono elementi elencati in coppia: a volte la coppia esprime un’antitesi, a volte no, esprime una sorta di tensione o movimento, o gli estremi di una totalità.

La prima e l’ultima antitesi – Sorprende un dettaglio, a cui possiamo porvi l’importanza che lo stesso Qoèlet darebbe: la prima espressione, nascere e morire, è riassuntiva di una vita intera. La prima espressione è nascere: è veramente al suo posto. Nella scala dei sette non poteva stare in un posto diverso, ma in fondo questa prima espressione polare dice tutto l’arco di una esistenza, due limiti sicuri e sicuramente invalicabili, per lo meno dalla conoscenza. La quattordicesima antitesi conclude con la parola pace. Questo fa pensare. Cosa significa? Non si poteva concludere con la parola morte? Sarebbe stato più coerente. Invece possiamo intravedere uno spiraglio di possibilità verso un dono, una pace, una prosperità possibile, donata, futura, dentro condizioni che non posso controllare. Non possiamo stabilire se questo rientri in modo così esplicito nel pensiero di Qoèlet, eppure se ci confrontiamo con i sette giorni della creazione troviamo un ritmo, la separazione degli spazi nel tempo, e dopo il nascere, della luce (primo giorno), la conclusione con il settimo giorno, un giorno di riposo, benedetto, si tratta di un giorno di pace. Forse è una possibilità del testo.

Gen 1 e sette più sette – Gen 1 con il suo settenario è una risposta che è stata data alle problematiche del proprio tempo: i sacerdoti hanno risposto al senso sul cosmo, la vita e il suo sorgere con questa visione dell’universo: Genesi 1,1-2,4. Anch’esso un testo ritmico, un inno alla vita. Qoèlet non viene meno alla sfida di affrontare il proprio tempo, ma con una risposta per certi aspetti simile ma anche dissimile. Ormai per Qoèlet il senso del tempo è diverso rispetto a Gen 1: l’autore preferisce scandire dei limiti/condizioni semplicemente per quello che sono. Dio non viene nemmeno nominato, rimane sopra il sole.

C’è un «tempo»: in che senso? – Certamente non nel senso che noi occidentali intendiamo con questo termine. Si tratta di un tempo adatto per ogni cosa, un «tempo opportuno».  In greco, ad esempio, è tradotto con kairòs, cioè «occasione, tempo opportuno» anche «momento esatto». Si vuole dire una cosa importante: su questo tempo opportuno, o esatto, non si ha potere, però è importante coglierlo. Un’espressione riassuntiva e indicativa che può aiutarci a comprendere il senso del termine potrebbe essere questo: «circostanza».

Un tempo/circostanza «per» – Un tempo per significa che non si può considerare l’uomo dentro un ritmo inesorabile di fatalismo: in balia di qualcosa che gli impedisce di scegliere; oppure dentro una realtà dove si illude di scegliere. Qoèlet non è così coerente con un pensiero filosofico di questo tipo, visto che in genere prevede ampi spazi di scelta per l’uomo.

Si può invece prendere atto che gli spazi della scelta sono dentro delle condizioni, non solo lo spazio e il tempo, ma anche condizioni esistenziali, situazioni de facto, che non possono dipendere dall’uomo ma con cui l’uomo ha a che fare. L’uomo può scegliere, ma non può pensare di aver potere su molti ambiti della vita, non può avere il potere di decidere quando la vita offre certe occasioni. Tutto ciò fa semplicemente parte della vita e costituisce situazioni, limitazioni, occasioni, che l’uomo è chiamato prendere sul serio proprio per il loro modo di essere, indipendenti dalle proprie scelte, e quindi situazioni per operare la sua scelta. Dio è padrone del tempo ma non dell’agire umano.

Antitesi a due a due …

La prima coppia di antitesi: nascere e morire, piantare e sradicare – L’antitesi della vita e della morte è la più evidente per ogni uomo. Ma è proprio una antitesi? Così la percepiamo, ma non può bastarci, non possiamo fermarci a questa percezione. Si tratta di comprendere meglio come questa circostanza nascere/morire è declinata. Vediamo come prendendo la coppia dei quattro verbi, si parla dell’inizio della vita e della fine in senso molto alto, sia del mondo animato, uomini e animali (3,2a) sia del mondo vegetale: in 3,2b, infatti, si tratta di piantare e sradicare piante.

Notiamo, innanzitutto che non si parla esplicitamente del contrasto vita/morte, ma nascere/morire. Questo ci aiuta nel comprendere  il significato. Non si parla, infatti, della vita in senso lato, ma del suo inizio: nascere. È la circostanza, il momento in cui scocca la vita: per un essere vivente, uomo o animale, per un vegetale. Si invita a riflettere su qualcosa su cui non abbiamo potere, qualcosa di grandioso sia nel suo inizio che nella sua fine: la vita nel suo nascere, la vita nel suo morire.

Si potrebbe aggiungere qualcosa su questo: anche morire è vivere, nel senso che non è in contrasto con la vita, quanto invece fa parte della vita: Qoèlet lo afferma e basta, un momento da tener presente come circostanza a cui non ci si può sottrarre. Il modo con cui si muore, si lascia questo mondo non è indifferente al modo con cui siamo stati in questo mondo: il modo di morire dice molto sul modo con cui abbiamo impostato la vita. Certo si può morire improvvisamente, per un incidente stradale, o cause molto contingenti. In questo caso il momento è immediato. Diventa un momento di tragedia per molti, perché una morte non preparata porta con sé delle dinamiche traumatiche. C’è chi invece sa che sta per morire, che ha un tempo da vivere nel prepararsi una morte imminente.

La maggioranza di noi non si rende conto che questo vale per tutti: che tu faccia un incidente o che tu muoia quando sarai vecchio e sazio di giorni, tu sai di morire, ma non ci credi fino in fondo fintantoché la morte non diventa imminente. Invece chi si trova a lottare per una fine dignitosa lascia un messaggio molto importante sulla vita e sul suo inizio.

La seconda coppia di antitesi: uccidere e curare, demolire e costruire – Il passaggio è all’ambito sociale, è immediato. Se il contrario di demolire è costruire, forse non percepiamo come «curare» sia il contrario di uccidere. A molti viene in mente il comandamento «non uccidere». D’altra parte il contrario di «uccidere», visto che provoca una situazione irreversibile, potrebbe anche essere «risorgere», cosa inammissibile per il pensiero qoeletiano.

Per Qoèlet circostanze in cui si può uccidere o essere uccisi possono rientrare nei casi inevitabili: anche su questo punto ci sono fattori che non dipendono solo dall’uomo (pensiamo alla differenza tra omicidio doloso e omicidio colposo). Nel contesto antico – ma non pensiamo che il nostro sia così diverso – ciascuna generazione aveva assistito almeno ad una guerra o ad una battaglia, o a forme di rappresaglia militare; oggi non mancano omicidi a sangue freddo o che seguono una regia cinica e orribile anche nelle nostre regioni. Notiamo come in questi contesti non ci siano solo i morti, ma anche i feriti: guarire comporta una serie di gesti che portano come obiettivo la conservazione della vita. Il contrario di uccidere è risanare, conservare la vita, custodirla, impedire la morte. Curare potrebbe anche essere declinato per le conseguenze dell’uccisione non solo a livello fisico, ma anche a livello relazionale: non mancheranno due antitesi che possono essere lette in parallelo: «danzare» in antitesi con il «lutto», «cucire» in antitesi allo «strappo».

Comprendiamo allora il parallelo con la distruzione e la costruzione. I tempi di uccisione sono tempi di guerra, quindi di distruzione. Qoèlet può essere stato spettatore di città andate in rovina: «fare e disfare» sembra un ciclo connaturale alla vita, in cui notiamo che l’uomo non inventa nulla di nuovo – come direbbe Qoèlet – «sotto il sole».

La terza coppia di antitesi: piangere e ridere, fare lutto e danzare – Dall’ambito sociale passiamo ora agli stati d’animo: anche il cuore comporta una serie di situazioni che ci appartengono ma non sono sotto il nostro diretto controllo. Pensiamo a Giuseppe presso la corte del faraone (Gen 37-50). Secondo la narrazione ha avuto una ascesa al potere incredibile: odiato dai fratelli, dai bassifondi delle carceri egiziane si è trovato nominato «gran visir» del grande Egitto, quindi con un potere incredibile. Giuseppe esercitando la sua saggezza, quindi il suo potere, ha potuto far fronte ai sette anni di carestia. Eppure di fronte all’inaspettata visita dei fratelli non è riuscito a controllare il cuore ed è scoppiato in pianto. Il grande Giuseppe sa coordinare le risorse dell’oriente antico, sfamando l’Egitto e le famiglie di molti popoli, ma non sa controllare il cuore, usando questo termine nel senso che noi diamo nel nostro contesto, come sede dei sentimenti. Certe emozioni sono più forti del proprio controllo su di sé o sulla realtà: anche qui ci si scopre di fronte a circostanze che non dipendono da noi, ma sono situazioni dentro le quali giocarsi.

«Piangere o ridere» vanno colti dentro un contesto: il tempo del lutto e della danza, della festa, senza specificare se si tratti di una danza cultuale o quella degli momenti di festa, dicono che queste espressioni del nostro mondo interiori dicono una nostra partecipazione, una implicazione reale con ciò che per cui oggi, nei contesti della vita, siamo chiamati. Esserci dunque con il cuore, non perdere questa occasione. Dimensioni che sono connaturali con la vita se la prendiamo in tutte le loro possibilità, dove Qoèlet non sembra per nulla distinguere zone delimitate per il sacro e il profano.

La quarta coppia di antitesi: gettare sassi e raccoglierli, abbracciare e astenersene – Queste due antitesi non sembrano tra loro collegate come le precedenti. In effetti l’espressione «gettare sassi» e «raccoglierli» è da interpretare. A seconda del senso che diamo all’espressione allora dovremo trattare le due antitesi in modo disgiunto o no.

Gettare sassi può far pensare a due cose: al gesto del lapidare, oppure ad una attività tipica di luoghi come in Palestina dove la terra per la maggior parte piena di sassi, difficile da coltivare, chiede molta fatica prima di renderla coltivabile; ancora oggi è necessario «raccattare sassi» per preparare il terreno. In questo caso non sembra opportuno un parallelismo tra le due antitesi.

Leggendo un commento rabbinico si scopre una terza interpretazione, che sembra più coerente con il contesto e con la forma, ma il significato dipende dalla decodificazione delle parole che formeremo una frase idiomatica, per noi incomprensibile: il versetto significherebbe avere «rapporti sessuali» (gettare sassi) e «astenersi da essi» (raccoglierli).

Se accettiamo questa terza interpretazione allora comprendiamo che siamo di fronte ad un’altra coppia di espressioni volutamente messe in parallelo. Se la prima parte riguarda il tempo in cui avere rapporti sessuali, e il tempo in cui astenersi, la seconda antitesi, allora, potrebbe avere un colore più affettivo e non esclusivamente sessuale: abbracciare e astenersi dagli abbracci non cade solo sull’aspetto fisico, ma anche su quello più interiore e sentimentale, allargandosi a certe usanze nell’ambito degli incontri famigliari e di clan, dove i parenti e gli amici usano salutarsi con certe ritualità molto espressive.

Anche in questo caso Qoèlet mette il lettore di fronte alle modalità dell’amore, del rapporto di coppia, delle relazioni familiari, utilizzando delle esemplificazioni molto semplici, ma significative.

Noi stessi conosciamo quanto il mondo dell’affetto e il mondo dell’amore e del rapporto tra amanti sia colorato di fantasie, di gioco, e come nel nostro immaginario i conti tornano; spesso ci si nutre di un bel film, ma è una proiezione interiore. Poi la realtà ci delude: incontriamo l’incomunicabilità, l’equivoco, fino all’incomprensione. Ma la realtà non è priva di amore, solo che esso è declinato e plausibile dentro alcuni limiti reali non valicabili. Possiamo addirittura supporre che l’amore plausibile e reale sia molto più allettante e travolgente di quello che appartiene alla nostra immaginazione.

In parole brevi: l’amore si nutre anche di astinenza rispetto a certe forme espressive, rispetto anche ad una modalità fisica di esprimersi? Nella misura in cui crediamo che l’amore possa esprimersi solo a certi comportamenti, in certi modi, allora Qoèlet ci mette di fronte ad un limiti: c’ un tempo di astinenza da quei modi di esprimersi. Altrimenti possiamo pensare di prendere il suo punto di vista in un modo diverso: amare chiede fantasia anche in ambiti che non sono solo legati alla sfera affettiva, ma anche alla sfera della comunicazione, in particolare quella «verbale». Allora “c’è un tempo in cui astenersi dagli abbracci” non si identifica con il tempo in cui non si può amare.

La quinta coppia di antitesi: cercare e perdere, conservare e buttare via – Se pensiamo al contesto storico di Qoèlet la prima parte delle antitesi può avere riferimenti con qualche situazione reale: infatti a causa della sopraffazione di un sovrano si poteva perdere una proprietà. Quello che per una vita, in un contesto di minoranza, si è cercato di costruire, si può perdere in poco tempo. Ma il significato può essere allargato alla dimensione economica della vita: l’uomo può arricchirsi e impoverirsi. Anche queste situazioni non dipendono esclusivamente da lui e oggi questi passaggi a condizioni economiche così opposte sono molto frequenti, sono sotto i nostri occhi.

Ecco allora che ne può scaturire una riflessione: ci sono cose a cui ci si lega, che non se andranno mai dai nostri scaffali e dai nostri cassetti, ma quando una circostanza ce le toglie, sorge una nostalgia, ma anche una riflessione, una riflessione che può essere pure comunitaria. Quanto eravamo legati a qualcosa e quindi alla sua conservazione? E quanto non eravamo in grado di slegarci da cose, che forse non servivano più? Allora ci sono circostanze in cui si perde qualcosa di importante, ma ci sono circostanze in cui conserviamo qualcosa di non importante e non riconosciamo il tempo in cui buttare via, slegarci, sgomberare. Il tempo diventa accumulare e non liberare; appesantirsi e non alleggerirsi. Questa dinamica appartiene alle cose più elementari della quotidianità, imparare a slegarci, ad alleggerire la vita può farci solo che bene; poi, però, per alcuni può diventare una questione decisiva quando si perde tutto quello per cui si è lavorato.

Aver unito le due antitesi apre, allora, a una riflessione molto profonda. Ci si lega alle cose: è naturale. La vita, le circostanze possono procurarci delle perdite in senso concreto, economico, in termini di capitali mobiliari o di oggetti a cui siamo affezionati. Queste perdite non sono augurabili. Pensiamo per un attimo alle famiglie della nostra zona dell’est veronese, di Monteforte d’Alpone, Soave, San Bonifacio, o del vicentino. In una notte e un giorno hanno perso tutto quello che avevano, beni molto importanti.

Cosa ci dice questo?

Che ci sono circostanze dove «perdere» non dipende da noi. Queste situazioni innescano rabbia, scoraggiamento, preghiera, umiliazione, richiesta di aiuto, solidarietà … e poi la riflessione, che solitamente insegna ad essere molto essenziali.

Allora queste famiglie iniziano a «raccogliere»: che cosa? Nuove relazioni, nuove conoscenze, nuove motivazioni per riprendere la vita e, forse, un nuovo sguardo su Dio, il Vangelo e la solidarietà tra uomini.

La sesta coppia di antitesi: strappare e cucire, tacere e parlare – Il v. 7 ad una prima lettura sembra presentarci due antitesi non così conciliabili. In Gb 2,13 Elifaz, Bildad e Zofar esprimono la loro solidarietà con Giobbe sofferente e dolorante con un gesto: si strappano le vesti e rimangono in silenzio sette giorni e sette notti.

Le vesti strappate allora possono indicare il segno del lutto, dolore, sofferenza. Nella tradizione rabbinica abbiamo anche una raccolta di norme per come ricucire strappi di questo tipo. Allora per lenire il dolore, per dire che si può cercare una forma di consolazione o addirittura di riparazione a questo strappo/dolore, si parla di «cucire». Il senso diventa chiaramente simbolico.

Rimanendo in questa dimensione, di colore rituale, lo «strappo», il dolore, chiede silenzio. La capacità di ricucire le ferite lasciate da un lutto o un dolore, chiedono di cogliere il tempo in cui parlare. Ma anche in questo caso vale il proverbio: «un bel tacer non fu mai scritto», e si potrebbe aggiungere «di gran parlar ce n’è fin troppo». Gli amici di Giobbe, infatti, prendono parola e non sembrano per nulla intenzionati di comprendere o consolare il loro amico, di tentare la strada dell’empatia. Quando iniziano a parlare a Giobbe, portano avanti una parola che non comporta nessuna consolazione per Giobbe, che non prende sul serio le sue argomentazioni, soprattutto non è una parola che entra in relazione con Giobbe e il suo dolore, ma parole che vogliono spiegare a Giobbe il non senso delle sue parole. Gi amici non ascoltano.

Il tacere allora significa anche saper ascoltare, attendere, permettere all’altro di narrarsi. Allora cosa significa parlare? Qoèlet, probabilmente allude ad un «tacere prudenziale», dell’uomo che sa pesare le parole. Quella della prudenza fa parte di una della qualità del parlare.

Allora la domanda si sposta sul tempo: il «tempo per parlare» qual è? Se la parola ha un peso, se Gesù dirà di non moltiplicare le parole (Mt 6), se poi affermerà che il «parlare sia sì sì, no no, il resto viene dal maligno», qual è il tempo della parola opportuna? Anche questo è qualcosa che non può dipendere direttamente dal saggio, dall’uomo. Il potere della parola non è solo una questione di qualità della comunicazione ma anche di tempi: è qualcosa che ha una sua circostanza e pretenderne il controllo diventa di nuovo un soffio.

A mo’ di commento conclusivo su questo punto, può venir utile un antico aforisma: «un vecchio gufo stava su una vecchia quercia: più sapeva e più taceva, più taceva e più sapeva».

La settima coppia di antitesi: amare odiare, guerra e pace – Se accostiamo quest’ultima antitesi con la prima, incontriamo uno stile di proporre le antitesi in modo opposto: alla nascita/morte, positivo/negativo, si conclude con la guerra/pace, negativo/positivo. Questo dettaglio stilistico non è da considerare cosa di poco conto. Il testo nasconde una ritmo e quindi un sapore stilistico accentuato e formalizzato. Iniziare con la vita – con il generare, partorire, il nascere, la vita quindi nel suo venire alla luce – e concludere con la pace comporta tutto sommato un sapore positivo del messaggio globale del testo. Insomma: la prima e l’ultima parola sono positive.

Analizzando la coppia conclusiva del testo notiamo come si parte dall’opposizione che regna in termini di rapporti personali, amore e odio, alla situazione invece che si incontra a livello sociale nel rapporto guerra e pace. Naturalmente in ebraico shalom, pace, non è semplicemente l’assenza di conflitto. Shalom è benessere e bene-avere di cui gode una comunità, una società.

Quale guadagno? Nessuno! – In 3,9 incontriamo un espressione che alla luce di 1,3, 2,22, 5,15, possiamo considerare una sorta di leitmotiv. La risposta è sempre più chiara man mano che si prende la domanda dal punto di vista retorico: non vi è alcun guadagno in tanto affannarsi. La sproporzione tra affanno e ricavato, tra le energie che spendiamo per una cosa e ciò che ne ricaviamo è importante. Coscientizzare questo è un momento decisivo nella vita. Il risultato non sarà l’ozio, il non agire, smettere di scegliere. Per Qoèlet è importante cogliere l’occasione propizia per operare delle scelte, prendere l’iniziativa a tempo opportuno. Non si può pensare di vivere delusi o frustrati. Se Dio controlla gli eventi sotto il sole, c’è la possibilità di nutrire una sorta di fiducia in qualcosa che va oltre il nostro agire.

Qo 3,10-15: Dio ha posto nel cuore la durata del tempo

                  10Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino.

            11Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo;

            inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi,

            senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine.

            12Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere

            e procurarsi felicità durante la loro vita;

            13e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio.

            14Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre;

            non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché lo si tema.

            15Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto.

            Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso.

Anche  Dio è chiamato in causa – Questi versetti sono strettamente legati ai precedenti. Il biblista Luca Mazzinghi dice che si tratta di un testo che ha un duplice scopo: «commentare il poema dei tempi introducendo la figura di Dio e chiudere l’intera grande unità apertasi con l’introduzione di Qo 1,2-3 e proseguita con il poema iniziale (1,4-11) e la lunga “sezione regale” (Qo 1,12-2,26)». Il termine Dio ’elohim compare sei volte: il brano presenta una forte tenore teologico, forse il più accentuato di tutto il libro. Esso si struttura in tre parti, introdotte da un verbo di osservazione: v. 10, «ho considerato»; v. 12, «ho capito»; v. 14 «riconosco».

La prima considerazione è l’occupazione. Se puoi prova a confrontarti con Qo 1,13, dove si parla di «lavoro» (ma in ebraico è la stessa parola di 3,10): rispetto all’inizio, ora non si dice che è un «brutto lavoro», una brutta occupazione; semmai che vi è fatica. Alla luce delle quattordici circostanze e occasioni appena elencate nel brano precedente, fa pensare lavorare abbia qui un significato molto allargato: si tratta delle capacità umane nel loro insieme. Il tenore di tutto il brano, infatti, è molto più tenue rispetto ai primi versetti del primo capitolo. Il sapore apre ad una dimensione che apprezza la vita, tenendo conto dei limiti, ma aprendo una strada per sottrarsi dalla frustrazione.

La bellezza – Dio ha fatto «bella» ogni cosa: il richiamo a Gen 1 ritorna. Alla conclusione di ogni giorno Dio vide che ciò che aveva fatto era «cosa buona», in particole Gen 1,31 c’è scritto: «e Dio vide che era cosa molto buona». Qoèlet fa un richiamo a questa constatazione di Dio, ma volutamente non usa il termine «buono» in ebraico tov, ma «bella» in ebraico yafeh. L’insistenza sulla dimensione estetica è voluta. Qoèlet ci impedisce l’interpretazione moralistica della bontà delle cose, perché preferisce evidenziare più la bellezza che la bontà del creato. Da questo punto di vista ci invita a uno sguardo sull’uomo e sulla natura che non deve comportare in modo immediato il pensiero di un comportamento coerente. Questo non è escluso, ma non è nemmeno insistito. Fermarsi a contemplare la bellezza per quello che è costituisce un vero esercizio di sguardo contemplativo, un addestramento a guardare quanto le cose siano belle, semplicemente belle. La conseguenza non è morale, semmai teologica: le cose sono belle per dire che sono conformi a come Dio le vuole.

Il dono della durata dei tempi – Qoèlet osserva che negli uomini c’è un dono posto da Dio. Un dono che ha che fare con il tempo. Il termine in ebraico ‘olam a che fare con l’eternità, per cui la traduzione precedente della CEI, riportava «la nozione di eternità». Da una parte molti studiosi vedono qui una sorta di apice di tutto il libro, dall’altra il testo non è facile da interpretare. Qoèlet intende qui una sorta di capacità donata all’uomo che lo pone in condizioni di cogliere qualcosa che va oltre ciò che percepisce immediatamente, senza però riuscire a cogliere tutto. Avere il senso della durata del tempo, quindi della memoria e della previsione, mette l’uomo nelle condizioni di stivare in cuore gli avvenimenti, il loro concatenamento, il filo rosso che li lega, cogliere un senso che non è solo nella somma delle cose che vede collegate l’una alle altre. Eppure questa capacità non basta per cogliere l’inizio e la fine, cioè il tutto. È una capacità da esercitare sempre dentro dei confini, dei limiti, «sotto il sole», non sopra il sole. C’è  allora qualcosa che ci relaziona al donatore, e qui si potrebbe richiamare il fatto che si è a «immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1,26-28), ma nello stesso tempo c’è qualcosa che appartiene solo a Dio. Se secondo la Genesi l’uomo è creatura, Qoèlet lo esprime in modo molto chiaro e lapidario affermando, anzi elencando continuamente limiti creaturali, sociale, naturali e legati alla storia, per cui l’uomo non può pensarsi in grado di esercitare signoria in ciò che compete solo a Dio. Qualora ci provasse, non ne trarrebbe che frustrazione. Allora non si tratta di vedere che Dio pone in fondo qualcosa di negativo, per cui avere nel cuore la durata dei tempi, è in fondo più un problema che un dono. Si tratta di cogliere questa possibilità tutelandola dal rischio di sconfinare in ciò che non è possibile.

Con questo dono una cosa è possibile: la relazione con Dio. Spesso constatiamo che se c’è una cosa che ha dell’impossibile e ci frustra è proprio questa fatica a rapportarci con il divino. Ora Qoèlet non bara nel disincantarci dalle facili illusioni, ma nello stesso tempo non teme di affermare questa possibilità, proprio lui che non sembra molto zelante come credente. Questa conclusione apre ad una prospettiva non trascurabile. Dopo aver ironizzato su chi pensa di poter tutto ciò che vuole e aver quasi celebrato o fatto l’elogio dei limiti dell’uomo, attraverso i quali comprendere quel poco che è possibile, tra queste cose possibili compare una realtà che a noi oggi sa di impossibile: la relazione con Dio.

Il dono di «saper gioire» – Il tono positivo appena accennato lo si rincontra ora proprio in una proposta di «felicità possibile». Qoèlet ridimensiona e disincanta, ma non per questo chiude ogni possibilità di vita e di gioia. La sua non è una proposta inevitabile e realistica tribolazione perché altrimenti si vivrebbe nella menzogna, in una finta gioia illusoria. Nemmeno contrappone a questo un facile edonismo, una sorta di fuga come soluzione possibile alla frustrazione, un attimo di evasione godereccia nel cibo e nel bere a fronte di una vita gravida di fallimenti.

La sua proposta è diversa: è la gioia possibile, è qualcosa di molto realistico e concreto, qualcosa che appartiene ad ogni uomo, qualcosa che ci tiene i piedi ancorati alla realtà ma che con questo non smette di stupire. Non si tratta di godere, ma di «procurasi la felicità», quindi di «saper godere».

Tre semplici termini aiutano a comprendere il senso di questa felicità possibile: bere, mangiare e il lavoro (cf. 2,24; 3,13; 5,17; 8,15; 9,7: in tutti questi passi si ripete il tema del mangiare e del bere). Cosa c’è di più essenziale? Si tratta di un minimo sindacabile. Ma quando queste dimensioni basilari ci mancano, si soffre davvero, quando cerchiamo qualcosa che va oltre queste dimensioni basilari, rischiamo di cercare l’impossibile. Tre parole per dire tre doni. Tre parole che non si considerano delle pretese ma semplicemente doni di Dio. Cosa c’è di più naturale che mangiare e lavorare? Eppure Qoèlet ci avverte che sono un dono, se dimentichiamo questo, se non nutriamo questa consapevolezza, forse ci impediamo una «felicità possibile». Nel cibo, infatti, non solo nutriamo il corpo: la mensa è un luogo di ospitalità e amicizia, la mensa con il vino si apre alla dimensione della fraternità e della festa. Lavorare non è solo guadagnarsi da vivere, ma esprimere la capacità dell’uomo in vari ambiti, nobilitandosi per le capacità che promuovono un bene-avere e benessere comune.

Perché lo si tema – Se l’uomo ha trovato un senso per stare in un tempo di precarietà vivendo la pienezza del presente, cioè la gioia della mensa e del lavoro, a Dio compete ciò che è duraturo: in lui «nulla da aggiungere e nulla da togliere». Varie sono le interpretazioni, ma nel contesto del pensiero di Qoèlet, dopo aver tanto declamato che tutto è soffio, assolutamente soffio, qualsiasi cosa che fa Dio non è soffio ma duratura. Nell’instabilità di circostanze su cui l’uomo constata di non avere potere, Dio è ciò che di più sicuro rimane.

In 1,9 si era partiti con il senso di un ciclicità frustrante, invece in questo nuovo testo il prima, l’adesso e il poi, sono nelle mani di Dio, quindi per quanto sconosciuti o incerti, sono nelle sue mani.

Se non possiamo possedere il tempo nel suo inizio e nella sua fine, se siamo così condizionati dai limiti della storia, possiamo relazionarci con colui che governa il tempo e ha in mano la storia: temere Dio. Si tratta di un sorta di rispetto, non di paura; un riconoscimento di sproporzione tra la creatura e il creatore, dove l’uomo si apre a questa maestà grandiosa del divino e non può che accettarne la volontà e l’agire imperscrutabili.

Come dice Mazzinghi timor di Dio e gioia non vanno separati. Per cui questo timore ha un sapore molto particolare in Qoèlet. Il sentirsi sproporzionato rispetto ad una realtà che agisce in modo imperscrutabile non depone a favore di una rassegnata accettazione della sua volontà, ma qui si apre a una creatività dell’uomo in ambiti possibili, che hanno a che fare con la vita semplice ed essenziale.

La parola alla comunità

Il mangiare e l’essere nutrito è un diritto del bambino. Vi è un tempo per questo. Solo quando si diventa grandi le cose cambiano, ma prima si sperimenta – seguendo la logica della natura – un ricevere gratuitamente dalla vita, da chi ti ha messo al mondo e ti ama. Figli si nasce, poi lo si impara cammin facendo.

Parliamo molto di essere figli nel figlio Gesù: non possiamo negare che si tratti di una dimensione essenziale, che non appartiene solo alla nostra condizione di uomini ma anche alla nostra condizione di cristiani per opera del battesimo. Qoèlet, forse, vuole insegnarci ad essere creature, prima di essere figli.

Per approdare bene a questa identità di figli è bene non sorvolare questo passaggio: il rapporto creatura e creatore. Poi siamo chiamati ad essere – ma anche imparare a essere – figli.

Ci sono condizioni anche oggi, nel rapporto tra genitori e figli e nelle circostanze lavorative della società che non sembrano permettere molto margine per esercitarsi a essere figli di Dio, a sentire questa esperienza come vera, visceralmente vera. Ci si scontra con qualcosa di più potente: strutture sociali comprese. Anche Qoèlet si scontra con una legge che non condivide. Lui propone il possibile per mantenersi dentro uno statuto spirituale, per non soccombere, per recuperare una «felicità possibile».

Ma allora quando un figlio diventa adulto? Non può mangiare il pane – godere della vita – sempre con il lavoro di un altro.

Qoèlet dice che siamo tutti uguali e tutti sulla stessa barca. Dobbiamo allearci invece che scannarci. Qoèlet chiede il senso della vita.

Quando ho realizzato il mio processo di umanizzazione l’altro diventa fratello.

Qoèlet non usa Dio come tappabuchi dei problemi che stiamo affrontando. I vv. che dicono “solo Dio può cercare … egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo”; sembrano dire che alla fine non vi è una risposta!

Qoèlet dice solo che «sopra il sole» c’è Dio, tu sei chiamato a temere Dio «sotto il sole» e basta.

Per lui Dio va oltre. Non chiede un intervento divino ma una tua posizione nei suoi confronti; una presa di posizione nei confronti della vita, delle circostanze, delle occasioni, una presa di posizione a partire da limiti molto reali, dentro i quali non soccombere.

Una parola per te

Ora si parla del tempo e di Dio: prova a riflettere, sono due aspetti difficilmente disgiungibili.

Qoèlet ci ricorda che ci sono dei limiti naturali ed esistenziali, che non possiamo pretendere di modificare. Per lui possono addirittura essere occasioni.

«C’è un tempo per … » lo puoi rendere nel tuo cuore in due modi: «ci sono circostanze in cui … e ci sono occasioni in cui …».

Oramai avrai capito che molte cose della tua vita non dipendono da te ma dalle «circostanze». Molto dipende da come le cogli, da come scegli di starci dentro.

In tutto questo vi è un messaggio molto provocante: non usare Dio come tappabuchi, in modo scontato. Non fare della provvidenza di Dio una parola dietro la quale nascondi le tue fughe o un certo opportunismo. La provvidenza diventa fuga quando dirai: «tanto ci pensa Dio, non serve darsi da fare». La provvidenza sarà opportunismo quando dirai: «che bello, quante persone che mi aiutano, quanta generosità attorno a me! Posso contare su tante persone!» In realtà tu non muovi un dito, non ti dai da fare, sfrutti ogni persona per scroccare un piacere e chiami questa situazione provvidenza. Qoèlet ti dice che non funziona così la vita. Se sai smascherare questi sotterfugi spirituali, allora il tuo cammino di fede può approdare a qualche ulteriore tappa di maturazione. Qoèlet vuol darti uno scossone sul modo con cui vivi la fede … le sue parole permettono un processo di maturazione.

Fonte: Diocesi di Verona

Commento biblico:
prof. Don Martino Signoretto e prof.ssa Suor Grazia Papola

L'autore

CaV
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