Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 24 Gennaio 2021

C

Sommario (1,14-15)

I sommari in Marco sono piccoli sunti dell’attività tipo di Gesù.

Compiutosi l’Antico Testamento con la morte di Giovanni il Battista, Gesù incomincia la sua predicazione e la inizia in Galilea.

14: Per alcuni esegeti il Vangelo di Marco è un Vangelo Galilaico, cioè scritto per le chiese che erano in Galilea, oppure a beneficio della chiesa di Gerusalemme che, dopo la persecuzione degli anni 70, si disperde in Galilea.

Altri danno una diversa interpretazione. Se si dà tanta importanza alla missione di Gesù in Galilea è perché il Vangelo è scritto a Roma negli anni ‘70, gli anni della rivolta, e quindi è scritto in senso antigiudaico: la Giudea con capitale Gerusalemme è al sud, mentre la Galilea è al nord.

Ma la Galilea è la terra con cui si apre e si chiude il Vangelo, perché Gesù dirà: “Quando sarò resuscitato, mi vedrete in Galilea” (Mc 14,28). La Galilea è il teatro principale della attività di Gesù:

a) una terra che confina con i pagani: veniva chiamata “Galilea gentium”, “Galilea delle Genti”, perché era a contatto con tutte le popolazioni pagane: quelle degli odierni Libano, Siria, Giordania. Era una terra di scambio, quindi era una terra considerata impura perché, come sappiamo, se gli ebrei toccavano un pagano erano impuri, e dovevano fare le abluzioni, immergersi, e ottemperare a varie altre prescrizioni per riacquistare la purità.

Quindi gli abitanti della Galilea erano sempre impuri, non potevano mai entrare al Tempio, mai pregare, perché i pagani li avevano in casa e per forza dovevano avere a che fare con loro, parlare insieme, vivere gomito a gomito. Era quindi una terra di poveracci, di contaminati, di disprezzati. Era la terra degli ultimi, era la terra dei “paria”, degli esclusi. In questa terra Gesù comincia la sua predicazione, e i discepoli partiranno di lì per predicare.

b) è una terra “calda”: c’erano movimenti religiosi, c’erano movimenti rivoluzionari, era terra di lotta. Gesù aveva nel suo gruppetto alcuni, potremmo dire, “estremisti”. Per esempio, Giuda Iscariota, cioè l’uomo dell’iskar, l’uomo del “pugnale”: Giuda era uno che girava armato. Lo stesso Pietro nella notte del Getzemani estrasse la spada e con un colpo netto portò via un orecchio al servo del Sommo Sacerdote. Giacomo e Giovanni venivano chiamati boanerghès, “figli del tuono”, o “figli del tumulto”: probabilmente era un modo di dire per indicare la loro appartenenza ad un movimento rivoluzionario. Gesù ha preso con sé anche delle “teste calde” che vedevano in lui il Messia trionfante, il Messia potente e glorioso: scapperanno tutti, perché diranno, al momento della croce: “Ci hai tradito: noi credevamo che tu ricostruissi il Regno di Israele” (At 1,6).

15: – In questa terra di ultimi, di disprezzati, e anche di “estremisti”, Gesù annuncia: “Il Regno di Dio è vicino”.

Che cosa vuole dire questa frase? Nel semitismo antico il Regno di Dio è una circumlocuzione per indicare che Dio è vicino. Questo è l’oggetto della Buona notizia: Dio è vicino. E’ questa la notizia che annuncia la pace, la felicità, la salvezza.

Un midrash, cioè un racconto ebraico, dice che Elia, prima della venuta del Messia, annuncerà il primo giorno la pace, il secondo la felicità, il terzo la salvezza. Come è scritto in Isaia al cap 52,7: “Quant’è bello vedere arrivare sui monti un messaggero di buone notizie, che annunzia la pace, la felicità e la salvezza! Egli dice a Gerusalemme: «Il tuo Dio regna»”. Nel 110 d. C. un Rabbi, Jeshuà galileo, Gesù galileo, affermerà che il messaggero di Isaia è il Messia stesso, e che il Messia che si manifesterà in Israele comincerà annunciando la pace, facendo riferimento ai versetti succitati di Isaia. Come sappiamo Gesù in Israele è un nome molto comune, che significa: “Dio Salva”: tutte le volte che leggiamo i nomi Giosia, Giosuè, Gesù sono sempre lo stesso termine ebraico.

Dio è in mezzo agli uomini. E’ un annuncio gioioso, è un annuncio ruggente, perché chiama ad una risposta, è un annuncio universale diretto a tutti gli uomini, è un annuncio che fonda la speranza, la gioia di tutti quei poveretti che vivevano in Galilea. L’unica condizione per entrare in questa gioia è: “Convertitevi, cambiate vita, e credete al Vangelo!”. Questa è una frase catechistica, è la frase che ci dicono il primo mercoledì di Quaresima quando ci segnano con la cenere: “Convertiti e credi al Vangelo”.

Per avere Dio con te devi cambiare vita ed attaccarti all’Evangelo. Questo Evangelo è Gesù Cristo. E’ Gesù Cristo la lieta Novella. E’ Gesù Cristo il Dio vicino. Gesù Cristo è il Regno di Dio vicino a noi. Allora dobbiamo convertici, cioè fare metànoia, voltare la nostra vita di 180 gradi, cioè rivolgersi verso di lui ed affidarsi a lui.

In Marco la conversione non è una conversione morale, non è una conversione teologica, ma aderire a Gesù come persona. Allora bisogna riconoscersi peccatori, bisognosi di salvezza. Occorre capire che la salvezza non viene da noi, dalla nostra vita, ma che solo accettando il Salvatore la nostra vita sarà pienezza di gioia, di pace e di felicità.

Ed è per questo che Gesù ci dice che i peccatori e le prostitute ci precederanno nel Regno dei cieli: perché noi che ci crediamo giusti facciamo difficoltà ad aderire alla sua persona; nella misura in cui ci sentiamo disprezzati, reietti, ultimi, i Galilei, gli incapaci di tutto, in questa misura noi possiamo aderire a Gesù, e possiamo quindi godere poi della salvezza.

Mentre gli Apostoli proclameranno solo la conversione, solo Gesù parla dell’Avvento del Regno di Dio, proprio perché lui solo è il Regno di Dio, lui solo è 1’Evangelo.

 

La chiamata dei primi Apostoli (1,16-20) 

Gesù chiama i primi discepoli: quattro pescatori (cfr Mt 4,18-22; Lc 5,1-11)

Alcune annotazioni:

16: – passando. Gesù è sempre in movimento, Gesù è sempre in Esodo: la vocazione è chiamata ad un Esodo, a uscire, a passare, a mettersi in crisi, a lasciare le nostre sicurezze, a camminare anche noi. Benché le parole diano l’impressione di un incontro quasi casuale, i verbi paragein e parerchesthai (passare vicino), quando sono attribuiti a Gesù nei Vangeli, si trovano in racconti epifanici (Mt 9,27; 20,30; Lc 18,37; Mc 2,14; 6,48). Nell’A. T. quando si dice che Dio (1 Re 19,11; 2 Sam 23,4), la sua bontà (Ez 33,19), oppure la sua gloria (Ez 33,22) “passano vicino”, si vuole intendere che “si manifestano”. Qui l’espressione preannuncia una manifestazione del potere messianico di Gesù che chiama a sé dei discepoli.

Gesù passa in Galilea: nel quotidiano, che è la terra di tutti i giorni, che è la terra dei poveri, dei disgraziati.

E poi vide Simone. Quando noi troviamo il verbo “vedere” o “guardare”, nel Vangelo di Marco, significa sempre giudicare. C’è una teologia dello sguardo: quando Marco dice che Gesù guarda vuole dire che Gesù giudica, sceglie.

Durante il lavoro. Molto bella questa espressione. La chiamata di Dio ci giunge sempre inaspettata, sorprendendo. Dio ci ghermisce mentre siamo immersi nella vita quotidiana: così è stato per Mosè che faceva il pastore  (Es 3), per Gedeone il contadino (Gd 6), per Saul l’asinaio (1 Sam 9), per Amos (Am 1) e Davide (1 Sam 16) i mandriani, pastori. La vocazione non ce la creiamo mai noi: è Dio che ci chiama, è Dio che arriva ad eleggerci in maniera sorprendente ed inaspettata. La sequela non è una conquista: è essere conquistati, è essere presi, essere scelti da Gesù. Non è una dottrina: essere discepoli non significa avere delle particolari idee sociali, politiche, o teologiche, ma significa essenzialmente aderire a Gesù, vivere per Gesù, vivere come Gesù.

18: – subito lasciate le reti. Seguire Gesù implica una rottura con il passato. Gesù in Mc 8,34 dirà: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso prenda la sua croce e mi segua”. Questo implica un “sì” immediato.

Questo linguaggio è simbolico, si capisce: non è che il primo tizio che passa, ed io sono lì che faccio il pescatore, dice: “Eih!”, ed io ci vado dietro. E’ un modo simbolico per intendere che i discepoli avranno avuto una crisi, avranno pensato, ma non avranno pensato tanto prima di dire: “Signore, io ti vengo dietro”, ed hanno mollato tutto.

Bisogna sempre calare nella realtà i Vangeli, capire il significato letterario, perché altrimenti non cogliamo tutta la ricchezza che sanno darci.

– E qual è il fine della sequela? II fine della sequela è seguire il Signore. Al capitolo 3,14-15 si legge: “14 Ne costituì Dodici che stessero con lui 15 e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni”. Il fine del discepolato sono queste due cose: la prima è stare con Gesù, stare insieme, goderlo, capire veramente che lui è la nostra gioia, la nostra speranza, colui che ci salva dai nostri limiti, dalle nostre angosce e dalle nostre sofferenze, dalle nostre paure,  dal male, dalla morte.

Stare con Gesù: ma non poi stare lì a godercelo e basta. Lo “stare con” è sempre per la missione. Gesù li chiamò per stare con lui, e perché andassero…: ecco sempre il movimento. Guai ad una Chiesa che stia lì a fare ore di adorazione e basta. E’ indispensabile l’ora di adorazione, perché siamo chiamati a stare con Gesù, siamo chiamati a godere della sua presenza, ma se stessimo poi sempre solo a guardare il tabernacolo, avremo adempiuto a metà della nostra vocazione, perché 1’altra metà è uscire ed andare fuori ad annunciare il Vangelo e a cacciare i demoni. Cioè annunciare la Buona Notizia che Cristo è la Salvezza della gente e dare dei Segni concreti di questo Regno che viene debellando il male, la malattia, la morte, le ingiustizie. II credente è chiamato per stare con Gesù e per cacciare i demoni.

Ricordiamoci sempre che Marco risponde a queste tre domande: “Chi è Gesù? Chi è il discepolo? Dove trovo il Regno di Dio?”.

“Chi è Gesù?”: Gesù è Colui che mi chiama, che mi dà la Salvezza, la gioia.

“Chi è il discepolo?”: è colui che molla tutto, che sta con Gesù e poi annuncia.

“Dove trovo il Regno di Dio?”: solo in Gesù.

Due annotazioni:

a) Gesù è l’unico Rabbi, di cui si sappia, nella storia del Giudaismo, che si sceglieva lui i discepoli. Anche ora, sono sempre i discepoli a scegliersi un Rabbi, un maestro. Per capirci, sarebbe come se non fossimo noi a scegliere se fare il liceo scientifico, il classico, o geometra o istituti professionali vari… No! Qui è il Preside che ti chiama e ti dice: “Vieni!”.

b) La Parola di Cristo è potente: sempre si realizza. Tutta questa sezione è proprio sotto questo segno. Il tema dominante è la Parola autorevole di Gesù, autorevole nell’operare e nell’insegnare. Lasciamoci sedurre da questa Parola, che sola è “Evangelo”, Gioiosa Notizia.

Carlo Miglietta

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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