Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 7 Febbraio 2021

C

Gesù guarisce la suocera di Pietro e molti altri (1, 29-34)

(cfr Mt 8,14-17; Lc 4,38-41)

29 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. 32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Gesù esorcista, Gesù guaritore. Gesù che si fa vicino al povero.

Quando Gesù guarisce la suocera di Pietro, c’è un triplice miracolo perché:

  1. Gesù si fa vicino a una donna: nell’ebraismo la donna aveva scarsissima rilevanza sociale.
  2. Caccia da lei la febbre, cioè una manifestazione del male. Che cosa dice Gesù a questa suocera? “Eghèiro!”, “Alzati!”: è lo stesso verbo della resurrezione di Gesù. Gesù ci fa risorgere: attaccati con il Battesimo alla sua morte partecipiamo alla sua resurrezione, ci leviamo (Rm 6,3-11).
  3. Gesù compie un’azione rivoluzionaria per i suoi tempi: è l’unico rabbino di cui si sa che accettasse il servizio delle donne, è l’unico rabbino dell’antichità che si accompagnasse ad un seguito femminile: e qui accettare di essere servito dalla suocera di Pietro.

Questa donna, nella casa di Simone, viene guarita (“la febbre la lasciò”) e si mise a servirli.

La casa di Pietro è la Chiesa: la comunità riconosce se stessa nella suocera di Pietro che, guarita da Gesù, subito si mette al suo servizio. Nella misura in cui accogliamo Gesù come Salvatore, nella stessa misura lo serviamo.

Ecco perché occorre sempre avere presente le meraviglie che Dio opera in noi. Cerchiamo di riflettere, di capire i prodigi che Dio fa continuamente in ciascuno di noi. Il Salmo 138 proclama: “Signore, tu mi hai fatto come un prodigio” (Sl 138,14): io sono il prodigio di Dio. Se capisco che sono il prodigio di Dio, che sono l’innamorato di Dio, che sono la gioia di Dio, come dice Isaia  (Is 62,5), allora pieno di stupore mi metto a servire.

Si sta con Gesù per andare a servire. E “li serviva”: un verbo all’imperfetto, che indica perciò un’azione continuativa. C’è sempre un duplice movimento: liberati dallo spirito del male, stando con Gesù, riappacificati interiormente, riuniti interiormente dalle nostre schizofrenie, sciolti dalle nostre ansie, dalle nostre angosce, dobbiamo diventare servi. La prospettiva evangelica è quella del servizio: Gesù stesso servirà a tavola e laverà i piedi ai discepoli, come il padrone della parabola “serve i servi” in Lc 12,37.

“Gli portavano tutti i malati, ma non permetteva ai demoni di parlare perché lo conoscevano” (v. 32): il miracolo per Gesù non è mai un gesto propagandistico. Gesù non fa mai dei miracoli per dimostrare di essere il Figlio di Dio. Gesù compie i miracoli perché condivide la sofferenza del malato, e vuole togliere il male da lui. Possiamo allora capire perché, quando Gesù fa un miracolo, lo compie magari, come qui nella casa di Pietro, dove nessuno lo vede. Consideriamo anche come è la casa di Pietro: chi è stato in Israele a Cafarnao avrà visto la casa di Pietro e si sarà reso conto che era una povera casa, di camera e cucina. Gesù non fa i miracoli in piazza, non si mette in luoghi affollati, per farsi vedere, non fa degli spot pubblicitari: Gesù guarisce quella donna nel chiuso di quella camera. Gesù tutte le volte che guarisce qualcuno, raccomanda di non dirlo a nessuno: è il cosiddetto “segreto messianico”. Temeva infatti che lo inquadrassero in una visione trionfalistica e gloriosa: la sua via era invece quella della Croce, era il Messia che doveva morire. Per Gesù quindi il miracolo non è propaganda, non é un mezzo per farsi vedere, ma partecipazione amorosa del sofferente.

Gesù si ritira in preghiera (1,35-39)

“35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni”.

Questi versetti sono carichi di messaggi per noi.

Dopo una giornata faticosa Gesù trova il tempo di pregare: egli riflette e, nell’ascolto del Padre, cerca di capire la sua missione storica e il sua progetto di attuazione.

  1. Pregare sempre: Paolo lo conferma (Ef 6,18; 1 Ts 5,17), sulla parola di Gesù (Lc 21,36). Gesù dice di pregare sempre, anche se si è affaticati. Gesù stesso pregava, ed era spossato perché per tutta la giornata predicava e guariva i malati, ma trovava sempre il tempo per pregare.
  2. Gesù si alzò quando era buio e andò nel deserto a pregare. Qui c’è tutta la teologia della preghiera: è nel silenzio che si ascolta la Parola di Dio. Non posso pregare con la televisione accesa: bisogna che trovi quel momento, quei minuti nella mia giornata, nella settimana, in cui mi chiudo nella mia stanza, e resto nel silenzio ad ascoltare Dio che parla. Se Gesù, che era Figlio di Dio, usava questi accorgimenti, quanto più dobbiamo farlo noi che siamo poveri peccatori.
  3. Primato della preghiera sull’azione. E’ Dio che salva il mondo: non siamo noi che salviamo il mondo: questo lo possono dire a tutti anche quelli di noi che sono preti, suore, catechisti, biblisti… che magari, presi dall’ansia di annunciare il Vangelo, alla fine finiscono di non pregare più. Non siamo noi che salviamo il mondo: è Dio che lo ha salvato una volta per sempre in Gesù Cristo. Allora pregare è proprio mettersi in disparte, riconoscendo la Signoria di Dio, riconoscendo che è Dio che opera ed è Dio che converte.

Pregare è attingere luce e forza per la prassi. Quante volte noi portiamo invece proprio la scusa del versetto 37. I discepoli vanno da Gesù e gli dicono: “Tutti ti cercano, ci sono tanti malati da guarire, ci sono molte persone da convertire”: ma Gesù pregava. Quante volte noi, nell’Apostolato o nel Volontariato, diciamo di non poter pregare perché abbiamo troppo da fare. Quante volte le madri di famiglia dicono: “Come faccio a pregare? Ho i figli da seguire, da portare e prendere a scuola”. I padri: “Come faccio a pregare? Lavoro tutto il giorno, ho da fare”. Ma la preghiera è elemento fondamentale della vita cristiana.

Così il Cardinal Angelo Comastri racconta il suo incontro con Madre Teresa di Calcutta: “Mi guardò con due occhi limpidi e penetranti. Poi mi chiese: «Quante ore preghi ogni giorno?». Rimasi sorpreso da una simile domanda e provai a difendermi dicendo: «Madre, da lei mi aspettavo un richiamo alla carità, un invito ad amare di più i poveri. Perché mi chiede quante ore prego?». Madre Teresa mi prese le mani e le strinse tra le sue quasi per trasmettermi ciò che aveva nel cuore; poi mi confidò: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega. Pregando, Dio mi mette il Suo Amore nel cuore e così posso amare i poveri. Pregando!»”.

Chi non prega non sta con Gesù, e quindi non sperimenta la sua capacità di guarirci dalle nostre ansie, dalle nostre schizofrenie, e non coglie quindi il suo messaggio per andare poi a liberare i fratelli.

  1. Infine la vera preghiera è sempre per la missione. La preghiera non è per salvarsi l’anima: la preghiera è per andare ai fratelli, per scacciare i demoni, la preghiera è per poi ributtarsi nel sociale a creare dei segni concreti del Regno di Dio.

Carlo Miglietta

L'autore

Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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