Commento al Vangelo del 1 Maggio 2019 – Gv 3, 16-21

C

Il commento al Vangelo del 1 Maggio 2019 a cura dei Dehoniani.

II settimana di Pasqua | II settimana del salterio

S. Giuseppe lavoratore (memoria facoltativa)

Il tuo nome è Popolo, alleluia!

L’ultima parola della prima lettura di quest’oggi sembra portarci lontano perché ci riconduce alla «porta accanto» di una realtà di condivisione radicale: «per timore di essere lapidati dal popolo» (At 5,26). In pochi versetti ritorna più volte il riferimento a quanti, in certo modo, pur facendo parte del «popolo» si sono messi in una condizione di privilegio e di superiorità che li mette in pericolo. Il testo della prima lettura comincia proprio con una sorta di altisonante evocazione di quelli che, nel linguaggio odierno, chiameremmo i «poteri forti»: «Si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducèi…».

L’autore degli Atti degli apostoli fa seguire una nota che ci sorprende: «pieni di gelosia» (5, 17). La domanda sorge del tutto naturale: «di che cosa possono essere gelosi i notabili del popolo in relazione a un gruppo così eterogeneo, disorganizzato e ingenuo come sono gli apostoli dopo il fallimento pasquale del loro rabbi»? Eppure, la «gelosia» è talmente grande e il senso di minaccia così forte da far immaginare la soluzione più radicale: «Presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica» (5,18).L’accostamento che la liturgia fa delle letture ci fa trovare nel vangelo una possibile spiegazione a questo accanimento dei notabili contro gli apostoli: «Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate» (Gv 3,20).

Non possiamo certo dimenticare che queste parole il Signore Gesù le pronuncia «di notte» (3,2) e le rivolge a un uomo di nome «Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei» (3,1). Il mistero si infittisce! Ciò che sta creando problema ai sommi sacerdoti e ai sadducei è che il «popolo» rischia di esercitare appieno la sua sensibilità. Questa capacità ritrovata permette un discernimento spontaneo e non più teleguidato come era avvenuto durante la condanna plebiscitaria di Gesù di Nazaret al cospetto di Pilato. Ciò che i discepoli testimoniano è la possibilità di insorgere con la forza che viene dalla risurrezione del Signore Gesù contro ogni diminuzione di speranza e di sogno.Che il profeta di Nazaret sia stato condannato passi, ma che i suoi discepoli vengano fustigati sembra che al «popolo» non piaccia. I discepoli vanno raccontando la risurrezione con i mezzi che hanno a disposizione.

Questi mezzi sono certamente molto più poveri e inadeguati di quelli del loro Maestro. La loro povertà di mezzi e passione di dedizione rimette in moto non solo la speranza, ma fa dare un nome al vuoto che l’assenza di Gesù ha creato. Dopo il dramma della Pasqua, sembra che il «popolo» senta come la «luce» sia diminuita nel mondo. L’assenza di Gesù permette al popolo di comprendere la preziosità del suo messaggio e per questo intuiscono ciò che sta dietro alla sua condanna: la «gelosia». Il popolo sembra non accettare più che qualcuno – i notabili del popolo – spenga la «luce» che il Verbo fatto carne ha acceso nel cuore della storia dell’umanità, e in particolare di chi ne ha maggiormente bisogno.

Al cuore dei più poveri non può essere spenta la luce che si incarna in una parola cui non si può rinunciare: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Ancora per noi «un angelo del Signore» apre «le porte» di ogni «carcere» (At 5,19) in cui i potenti cercano di rinchiudere la speranza che nessuno può annientare. Essa è come la luce che insorge ogni mattina perché nessuno continui a vagare nelle tenebre, a meno che non lo voglia.

Signore risorto, non lasciare che si spenga nei nostri cuori la luce della tua vittoria pasquale su ogni gelosia che spegne la speranza. Tu sei la rivelazione dell’infinito amore del Padre, che ci libera da ogni paura aprendo la porta di una gioiosa cospirazione per una vita piena. Alleluia!

Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perchè il mondo sia salvato per mezzo di lui.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,16-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

C: Parola del Signore.

A: Lode a Te o Cristo.

L'autore

Padri Dehoniani
Padri Dehoniani

Le riflessioni sulle letture vengono proposte da fr. Adalberto Piovano, monaco benedettino della Comunità Ss. Trinità di Dumenza; fr. Luca Fallica, anch'egli monaco nella medesima comunità; fr. Roberto Pasolini, frate minore cappuccino della Provincia S. Carlo in Lombardia.

Il Centro editoriale dehoniano − della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani dal nome del fondatore, p. Leone Dehon − nasce nell'ottobre 1960, e di lì a poco dà vita alle Edizioni Dehoniane Bologna - EDB, che ne costituiscono l'espressione più visibile.
Per contatti: info@commentoalvangelo.it

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