Commento al Vangelo del 10 Maggio 2019 – Gv 6, 52-59

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Il commento al Vangelo del 10 Maggio 2019 a cura dei Dehoniani.

III settimana di Pasqua – III settimana del salterio

Il tuo nome è Cammino, alleluia!

Sembra proprio che il racconto così dettagliato del martirio di Stefano prepari il racconto altrettanto ampio della conversione di Saulo. Il nome di colui che tutti chiamiamo ormai Paolo compare negli Atti degli apostoli proprio mentre il diacono Stefano esala l’ultimo respiro. Il redattore del testo ci tiene a farci sapere che questo giovane non solo non si ribella all’uccisione di quest’uomo, ma la approva.

Eppure, sembra che proprio mentre Saulo assiste indifferente alla lapidazione di Stefano riceva nel suo cuore, quasi suo malgrado, il seme di un turbamento che diventerà una «voce» sulla strada di Damasco: «Sàulo, Sàulo, perché mi perséguiti?» (At 9,4). Il persecutore dei discepoli del Signore che si è procurato la documentazione necessaria cerca di stroncare sul nascere questa comunità di fede, di speranza e di amore. Questa comunità che cerca di camminare alla luce di Gesù, morto che è risorto, in realtà è più in «cammino» di quanto Saulo stesso possa immaginare (9,7).

La Parola del Signore Gesù risuona come una protesta d’amore: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna» (Gv 6,54).Il grande viaggio interiore compiuto da SauloPaolo, che la tradizione della Chiesa indica e persino festeggia il 25 gennaio come «conversione», è in realtà quel processo interiore che siamo chiamati a vivere ogni giorno anche noi. Nella sua maturità e quasi vecchiaia Paolo si vanterà ancora della sua formazione e della sua scrupolosa osservanza delle tradizioni dei padri.

Non si vergognerà di parlare di se stesso come di un «persecutore della Chiesa» (Fil 3,6; 1Tm 1,13), mettendo così ancora più in evidenza il grande cambiamento avvenuto nella sua vita di fedele osservante della Torah. Questa conversione non è altro che il frutto di un incontro: «Io sono Gesù, che tu perséguiti» (At 9,5). Fino a quando Saulo cerca di stroncare sul nascere ciò che ai suoi occhi è una setta pericolosa per l’integrità della fede di Israele, prosegue decisamente per la sua strada, ma quando l’incontro si fa personale ecco che qualcosa cambia, anzi tutto cambia.La conversione di Paolo diventa così per la Chiesa e, persino, per l’umanità che non si riconosce nella Chiesa un monito e una fonte di speranza.

Se passiamo dall’ideologia fredda da propagare o da difendere per aprirci all’incontro personale con l’altro che non capiamo, e che persino ci fa così paura da farci diventare violenti, si apre una possibilità di nuova comprensione e si aprono cammini di reciproca accoglienza. Quando qualcuno come Anania supera la paura e si accosta chiamando Paolo non solo per nome, «Saulo», ma anche per vocazione di umanità «fratello» (9,17), tutto diventa nuovamente possibile. Il primo segno è che si possono guardare le stesse cose, le stesse persone, gli stessi dogmi e principi con uno sguardo diverso: «E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista» (9,18). In un modo sottile e gentile, è come se Luca volesse dirci che Paolo non è colpevole della sua violenza nei confronti dei discepoli.

Questa accanita violenza era la conseguenza della sua cecità, frutto di un impedimento che non gli permetteva di vedere il fratello se non prima di essere finalmente visto come un «fratello». Le parole che il Signore Gesù pronuncia verso la fine del suo discorso nella sinagoga di Cafarnao risuonano come una profonda consolazione: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56). Ciò che può cambiare il nostro cuore e rimetterci in cammino non è altro che sentirci non freddi spettatori, ma parte della vita degli altri che scopriamo, infine e gioiosamente, come parte della nostra stessa vita.

Signore Gesù, il tuo mistero pasquale si invera in ogni autentico processo di conversione. La gioia della tua Pasqua nutre e accresce la nostra speranza di riconoscerci e ritrovarci sempre più umani e sempre più fratelli. L’eucaristia che celebriamo sia segno dell’amore che continuamente riceviamo e doniamo. Alleluia!

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6, 52-59

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

L'autore

Padri Dehoniani
Padri Dehoniani

Le riflessioni sulle letture vengono proposte da fr. Adalberto Piovano, monaco benedettino della Comunità Ss. Trinità di Dumenza; fr. Luca Fallica, anch'egli monaco nella medesima comunità; fr. Roberto Pasolini, frate minore cappuccino della Provincia S. Carlo in Lombardia.

Il Centro editoriale dehoniano − della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani dal nome del fondatore, p. Leone Dehon − nasce nell'ottobre 1960, e di lì a poco dà vita alle Edizioni Dehoniane Bologna - EDB, che ne costituiscono l'espressione più visibile.
Per contatti: info@commentoalvangelo.it

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