Commento al Vangelo del 16 Maggio 2019 – Gv 13, 16-20

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Il commento al Vangelo del 16 Maggio 2019 a cura dei Dehoniani.

IV settimana di Pasqua – IV settimana del salterio

Il calcagno

Nel suo discorso nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, Paolo ricorda le parole con cui Giovanni, l’ultimo e il più grande dei profeti, annuncia la venuta dell’Atteso: «Diceva Giovanni sul fi-nire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”» (At 13,25). Eppure il Vangelo di Giovanni ci mostra Gesù che lava i piedi dei suoi discepoli, assumendo su di sé il ruolo dello schiavo.

Il più grande si fa come il più piccolo, il Signore come il servo di tutti. Lava i piedi anche a colui che sta per tradirlo, a colui che alza contro di lui il suo calcagno, come preannuncia Gesù, citando un versetto del Salmo 41 (v. 10). Proprio quel calcagno, alzato contro di lui, Gesù lo laverà, al pari dei piedi di tutti gli altri. E tutto quello che sta per accadere, e che Gesù profetizza durante la Cena – il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, la consegna alla morte –, rivelerà in modo insuperabile e definitivo il suo mistero, la sua identità, il volto vero di Dio e del suo amore. «Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono» (Gv 13,19). Chi è davvero Gesù? È colui che dona la sua vita anche per chi si accinge a tradirlo.

Questo rivela infatti il gesto del lavare i piedi: non è soltanto l’umile servizio dello schiavo; Giovanni ce ne propone soprattutto una lettura simbolica: è il gesto di chi, nell’amore, dona la propria vita ai discepoli, per riscattare il loro peccato, il loro tradimento, la loro fuga. Si rivela così l’«Io sono», cioè il mistero di Dio, il suo modo di essere e di agire. A questa altissima rivelazione, Gesù fa poi seguire una parola che qui sem-brerebbe fuori contesto, sul senso dell’invio e dell’accoglienza di chi è mandato: «In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (13,20).

Eppure è bene, è necessario che queste parole siano pronunciate proprio qui, proprio ora. Il contesto nel quale sono inserite le illumina e le chiarisce. Colui che è inviato deve essere segno di Gesù e prima ancora del Padre. Segno e presenza. Accogliere l’inviato significa accogliere Gesù, acco-gliere Gesù significa accogliere il Padre stesso, che ha mandato nel mondo suo Figlio «perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (3,16-17).

Questa consapevolezza, di conseguenza, impegna l’inviato a essere testimone, presenza, annuncio di questo amore senza misura di Dio, che si è mani-festato nel Figlio, e ora deve manifestarsi nel discepolo e nella sua missione. L’inviato non è incaricato anzitutto di rivelare una verità, di istruire una condotta morale, di formare alla vita spiri-tuale. Tutto questo è necessario farlo, ma a condizione che sia dentro una testimonianza più radicale, che sappia far percepire quanto davvero Dio abbia amato e continui ad amare il mondo, e in esso ogni uomo, ogni donna, ogni creatura, ogni più debole palpito di vita.

È quanto fa Paolo ad Antiochia di Pisidia: in un lungo discorso narra l’intera storia della salvezza, racconta tutto ciò che Dio ha fatto per il suo popolo, per liberarlo dalla schiavitù e santificarlo nella libertà dei figli di Dio. Egli davvero – come ascolteremo domani nella seconda parte del discorso – ha compiuto tutte le sue promesse in Gesù, risuscitandolo dai morti (cf. At 13,32-33).

I nostri errori, i nostri peccati, i nostri tradimenti, per quanto incomparabilmente gravi e detestabili, non possono tuttavia compromettere il disegno di salvezza che Dio ha pazientemente intessuto con Israele e, grazie alla sua elezione, con tutti i popoli. Non possono impedire il compiersi delle sue promesse. Se noi alziamo contro di lui il nostro calcagno, egli torna comunque a lavarci i piedi.

Padre buono, tu con pazienza hai intessuto nella nostra storia la tua salvezza. Spesso il nostro peccato ha opposto resistenze al tuo agire, non ha saputo accogliere e lasciarsi trasformare dal tuo amore. Nonostante la nostra incredulità, la nostra cecità, le nostre paure e diffidenze, rivelaci il tuo mistero, affinché, comprendendo chi davvero tu sei, possiamo conoscere in modo diverso anche noi stessi e la via che ci solleciti a intraprendere.

Chi accoglie colui che manderò, accoglie me.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 13, 16-20

[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

L'autore

Padri Dehoniani
Padri Dehoniani

Le riflessioni sulle letture vengono proposte da fr. Adalberto Piovano, monaco benedettino della Comunità Ss. Trinità di Dumenza; fr. Luca Fallica, anch'egli monaco nella medesima comunità; fr. Roberto Pasolini, frate minore cappuccino della Provincia S. Carlo in Lombardia.

Il Centro editoriale dehoniano − della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani dal nome del fondatore, p. Leone Dehon − nasce nell'ottobre 1960, e di lì a poco dà vita alle Edizioni Dehoniane Bologna - EDB, che ne costituiscono l'espressione più visibile.
Per contatti: info@commentoalvangelo.it

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