Commento al Vangelo di oggi, 17 Luglio 2019 – Mt 11, 25-27

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Il commento al Vangelo di oggi è a cura dei padri Dehoniani.

XV settimana del tempo ordinario
III Settimana del Salterio

Ricchi di una promessa

Mosè, nonostante sia stato uomo potente in Egitto, cresciuto alla corte del faraone, ora ha perso tutto quello che possedeva. Non ha più ciò che costituiva la ricchezza e soprattutto l’identità di una persona del suo tempo. Non ha una terra, ma è straniero in  una  terra  non  sua;  non  ha  un  gregge,  ma  pascola  il  gregge  di altri.  Deve  attraversare  il  deserto  che,  stando  alla  testimonianza del  Deuteronomio,  è  un  luogo  «grande  e  spaventoso,  luogo  di serpenti  velenosi  e  di  scorpioni,  terra  assetata,  senz’acqua»  (Dt 8,15). Inoltre ha vissuto l’esperienza del rifiuto: nella sua infanzia è  stato  minacciato  di  morte,  nell’età  adulta  è  stato  rigettato  dal suo  popolo,  e  anche  il  faraone  lo  cerca  per  ucciderlo.  Mosè  in questo  momento  sperimenta  una  povertà  radicale,  la  sua  stessa vita  sembra  non  avere  un  solido  fondamento;  Mosè  stesso,  potremmo  dire,  ha  bisogno  di  essere  salvato.  Ed  è  proprio  lui,  un debole,  un  fuggiasco,  un  povero,  un  bisognoso  di  salvezza,  che Dio sceglie per liberare il suo popolo.

Potremmo dire, nella luce del brano di Matteo che oggi ascoltiamo, che anche Mosè è tra quei piccoli ai quali il Padre, nella sua benevolenza,  si  compiace  di  rivelare  il  suo  mistero.  Tra  questi piccoli,  tra  questi  poveri,  c’è  anzitutto  Gesù,  che  può  dire  di  se stesso: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il  Figlio  se  non  il  Padre,  e  nessuno  conosce  il  Padre  se  non  il Figlio  e  colui  al  quale  il  Figlio  vorrà  rivelarlo»  (Mt  11,27).  Essere piccoli, poveri significa proprio questo: rimanere davanti al Padre sapendo di dover ricevere tutto da lui, di non possedere nulla se non  quello  che  il  Padre  ci  dona.  E  lo  fa  nella  sua  benevolenza, dunque  nella  sua  gratuità,  non  perché  meritiamo  qualcosa  o  ce lo guadagniamo in qualche modo. A noi compete soltanto di fare spazio all’agire di Dio, di liberare il campo della nostra esistenza da tutto ciò che lo può inutilmente occupare, togliendo posto al dono di Dio; vigilare sulle resistenze o le distrazioni che possono impedirci di accogliere quello di cui desidera gratificarci.

Anche Mosè vive l’incontro con Dio in modo gratuito. Sta pascolando il gregge, non sta cercando Dio. Per quanto povero e bisognoso, non invoca aiuto, non supplica una grazia, una liberazione. Non sembra rimpiangere neppure il suo passato. Accoglie la sua vita e le rimane fedele. Lascia il deserto e va verso l’Oreb, ma per il bene del suo gregge, non per il proprio. Cerca un pascolo per le sue pecore, non per la propria fame. Eppure, in questa fedeltà al suo oggi, Mosè rimane aperto all’imprevedibile azione di Dio. Quanto vede non lo lascia indifferente, lo incuriosisce, lo interroga, accende interessi e domande nel suo cuore: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?» (Es 3,3).

Probabilmente molti avrebbero visto quello che Mosè vede senza lasciarsi toccare. Avrebbero proseguito il loro cammino. Al contrario, Mosè si avvicina. È curioso, sa stupirsi, è capace di riconoscere una novità che si manifesta nell’ordinarietà della sua vita, vive di conseguenza una ricerca. Meravigliarsi, domandare, cercare sono condizioni essenziali perché la nostra vita possa aprirsi giorno dopo giorno alla novità dell’incontro con Dio. Inoltre, laddove leggiamo che Mosè vuole «avvicinarsi a vedere», più esattamente il testo ebraico dice che «fece un giro», suggerendo l’idea che abbia abbandonato il gregge e cambiato strada per andare a vedere il roveto. Per incontrare Dio  occorre  avere  il  coraggio  di  fare  un  giro.  Egli  si  manifesta nell’ordinarietà  della  nostra  vita,  mentre  svolgiamo  il  lavoro  di sempre,  ma  non  ci  lascia  lì,  ci  chiede  di  uscire,  di  andare  oltre, di abbandonare la via già battuta per intraprenderne una nuova, senza paura, con speranza e fiducia. L’unica garanzia che ci offre è  la  sua  promessa  e  un  Nome,  che  però  si  declina  al  futuro:  «Io sarò con te» (3,12).

I poveri, i piccoli ai quali Dio si compiace di rivelare il suo mistero, sono proprio coloro che non pretendono di avere altra  ricchezza che questa promessa!

Padre buono e santo, noi vogliamo essere con Gesù e come Gesù davanti a te, poveri e accoglienti, piccoli e fiduciosi, disponibili a non possedere nulla se non il tutto che tu desideri donarci. Il tuo dono dia senso, valore, consistenza a tutto ciò che siamo, a tutto ciò che viviamo, a tutto ciò che facciamo.

Leggi il Vangelo di oggi

Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11, 25-27

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Parola del Signore

L'autore

Padri Dehoniani
Padri Dehoniani

Le riflessioni sulle letture vengono proposte da fr. Adalberto Piovano, monaco benedettino della Comunità Ss. Trinità di Dumenza; fr. Luca Fallica, anch'egli monaco nella medesima comunità; fr. Roberto Pasolini, frate minore cappuccino della Provincia S. Carlo in Lombardia.

Il Centro editoriale dehoniano − della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani dal nome del fondatore, p. Leone Dehon − nasce nell'ottobre 1960, e di lì a poco dà vita alle Edizioni Dehoniane Bologna - EDB, che ne costituiscono l'espressione più visibile.
Per contatti: info@commentoalvangelo.it

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