Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 12 Giugno 2022

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Una Chiesa guidata dallo Spirito

Luca negli Atti menziona ventun volte “lo Spirito il Santo”, con l’articolo in greco (“tò pnèuma tò àghion”), sedici volte parla dello “Spirito Santo”, senza articolo, nove volte si parla dello “Spirito”, senza aggettivo; due volte si dice: “lo Spirito del Signore” e una volta “lo Spirito di Gesù”. Almeno venti volte si dice che i cristiani sono “pieni di Spirito Santo”. “In poche parole, si ricava l’impressione che l’inizio e l’espansione del movimento cristiano stiano sotto il segno dello Spirito Santo” (R. Fabris). 

Il racconto della Pentecoste (At 2,1-40) sottolinea come lo Spirito trasformi una comunità chiusa e pavida in una Chiesa evangelizzatrice, capace di parlare e di essere capita da uomini di tutte le razze. Inoltre la Chiesa diventa la comunità escatologica tutta di profeti promessa ad Israele: “Vi darò un cuore nuovo, e metterò dentro di voi uno Spirito nuovo… Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,26-27); “Spanderò il mio Spirito sulla tua progenie e la mia benedizione sulla tua prosperità: cresceranno… come salici lungo i corsi d’acqua” (Is 44,3-4); “Io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio Spirito” (Gl 3,1-2).

La Chiesa è sempre guidata e retta dallo Spirito: “La Chiesa… cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo” (At 9,31). Pietro accusa Anania e Saffira, che non hanno pienamente condiviso con la comunità il ricavato della vendita di un campo, di “mentire allo Spirito Santo” e di essersi accordati “per tentare lo Spirito Santo” (At 5,3.9). È lo Spirito Santo che dice al diacono Filippo di “raggiungere il carro” (At 8,29) dell’etiope, funzionario della regina Candace, per annunziargli l’Evangelo; e alla fine di questo incontro “lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. Quanto a Filippo, si trovò ad Azoto e, proseguendo, predicava il Vangelo a tutte le città” (At 8,39-40). Così è lo Spirito che ordina a Pietro (“Alzati, scendi e va’”: At 10,20) di accogliere gli inviati del centurione Cornelio, presso cui si reca per proclamargli il Vangelo di Gesù: e infine “lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso” (At 10,44). E’ lo Spirito che “disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati»” (At 13,2-3), che vieta a Timoteo e Paolo di “predicare nella provincia di Asia” (At 16,6). Questa presenza continua dello Spirito permette agli apostoli di affermare di fronte al sinedrio: “Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui” (At 5,32); o di dire, insieme agli anziani, dopo il primo “Concilio di Gerusalemme”: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi” (At 15,28). 

“Il dono dello Spirito per sé non è legato a nessuna struttura o istituzione umana, neppure al rito del battesimo” (R. Fabris). Significativo è quanto avviene mentre Pietro sta parlando a casa di Cornelio: “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo” (At 10,44-48).

La stessa struttura “gerarchica” della prima Chiesa è opera dello Spirito: Paolo ricorda ai presbiteri di Efeso che “lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20,28).

“Nella Chiesa delle origini la presenza dello Spirito santo era una presenza intima alla Chiesa, direttiva, decisionale, che forniva la forza divina necessaria all’evangelizzazione ma che era anche sorgente di prodigi e guarigioni… La Chiesa cristiana delle origini si distingue per il suo cristocentrismo e per il suo pneumatocentrismo, cioè sulla consapevolezza di essere fondata sugli eventi pasquali di Gesù Cristo morto e risorto, e sulla discesa e presenza continuata e attiva dello Spirito Santo, ricevuto dal Risorto… Lo Spirito e il Cristo costituiscono, dunque, i due soggetti trascendenti della Chiesa del Nuovo Testamento, soggetti che la comunità non ha mai perso di vista perché consapevole che se questo accadesse la Chiesa perderebbe la sua stessa identità. È questo veramente un dato basilare dell’ecclesiologia biblica: la consapevolezza della Chiesa neotestamentaria di non appartenere, in maniera radicale, a nessun passato religioso e culturale, ma di procedere direttamente da un’azione molteplice e sconvolgente di Dio, compiuta in Gesù Cristo e nello Spirito Santo. La Pasqua e la Pentecoste sono, pertanto, gli eventi necessari, fondamentali e basilari per tutto il cammino che la Chiesa dovrà compiere, fino alla fine dei tempi” (S. T. Stancati). 

Afferma Papa Francesco: “Nel Credo, subito dopo aver professato la fede nello Spirito Santo, diciamo: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». C’è un profondo legame tra queste due realtà di fede: è lo Spirito Santo, infatti, che dà vita alla Chiesa, guida i suoi passi. Senza la presenza e l’azione incessante dello Spirito Santo, la Chiesa non potrebbe vivere e non potrebbe realizzare il compito che Gesù risorto le ha affidato di andare e fare discepoli tutti i popoli (cfr Mt 28,18)… Chi è il vero motore dell’evangelizzazione nella nostra vita e nella Chiesa? Paolo VI scriveva con chiarezza: «È lui, lo Spirito Santo che, oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da Lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare, predisponendo nello stesso tempo l’animo di chi ascolta perché sia aperto ad accogliere la Buona Novella e il Regno annunziato». Per evangelizzare, allora, è necessario ancora una volta aprirsi all’orizzonte dello Spirito di Dio, senza avere timore di che cosa ci chieda e dove ci guidi. Affidiamoci a Lui! Lui ci renderà capaci di vivere e testimoniare la nostra fede, e illuminerà il cuore di chi incontriamo”.

Gesù non ci ha detto tutto

“Gesù (Gv 16,12-15) è consapevole di aver narrato, spiegato (exeghésato: Gv 1,18) Dio ai discepoli per alcuni anni con il suo comportamento e le sue parole, soprattutto amando i suoi fino alla fine (Gv 13,1), ma sa anche che avrebbe potuto dire molte cose in più. Gesù sa che c’è una progressiva iniziazione alla conoscenza di Dio, una crescita di questa stessa conoscenza, che non può essere data una volta per tutte. Il discepolo impara a conoscere il Signore ogni giorno della sua vita, «di inizio in inizio, per inizi che non hanno mai fine» (Gregorio di Nissa). La vita del discepolo deve essere vissuta per una comprensione sempre più grande, e tutto ciò che una persona vive (incontri, realtà, ecc.), attraverso l’energia dello Spirito santo apre una via, approfondisce la conoscenza, rivela un senso. Ognuno di noi lo sperimenta: più andiamo avanti nella vita personale e nella risposta alla chiamata del Signore nella storia, più lo conosciamo! Il Vangelo è sempre lo stesso, “Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,8), non cambia, ma noi lo conosciamo meglio proprio vivendo la nostra storia e la storia del mondo.

Per questo Gesù confessa di non aver detto tutto: ha detto l’essenziale riguardo a Dio, quello che basta alla salvezza, ma la conoscenza è infinita. Ora Gesù è nel Regno con il Padre, ma lo Spirito santo che egli invia ai discepoli ricorda loro le sue parole (Gv 14,26), le approfondisce, rende comprensibile ciò che essi non hanno compreso su di lui durante la sua vita (cf. Gv 2,22; 12,16). Nuovi eventi e realtà sono illuminati e compresi proprio grazie alla presenza dello Spirito santo” (E. Bianchi).

Lo Spirito vi guiderà a tutta la verità

La dottrina della Chiesa è quindi in continua evoluzione fino alla fine dei tempi. Questo perché “ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Infatti la Chiesa ha ricevuto il dono dello Spirito che la guida in maniera dinamica a una comprensione sempre più piena del mistero di Dio. Gesù infatti ci ha assicurato: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26); “Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13). Lo Spirito ci guida quindi progressivamente, giorno dopo giorno, alla “verità tutta intera”.

Una teologia in divenire

“Però, assicura Gesù, «quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità… e vi annuncerà…» – e questo è importantissimo – «le cose future»… Lo Spirito spinge al futuro. Lo Spirito non ripete le cose del passato: c’è sempre la tentazione da parte degli uomini di rimpiangere i bei tempi di una volta, che erano belli soltanto perché sono passati e sono dimenticati e, quindi, di rimpiangere un tempo passato e non di proiettarsi verso il tempo che arriva. Ebbene, quando si rimpiange il tempo passato lì lo Spirito non può far nulla, perché lo Spirito di Dio è quello che – dice la scrittura – “fa nuove tutte le cose”. Allora, l’apertura al nuovo fa emergere lo Spirito. Cosa significa questo? Che la tensione della comunità cristiana ai sempre nuovi bisogni dell’umanità, farà scoprire nuove capacità di risposta. In queste nuove risposte ai bisogni dell’umanità emerge lo Spirito della verità.   Questa è la dinamica della vita del cristiano, quindi, sempre teso verso il nuovo, sempre pronto a dare nuove risposte, non le risposte antiche. Non si possono dare ai bisogni di oggi risposte antiche, ma formulare, inventare, creare, nuove risposte per i bisogni dell’umanità” (A. Maggi).

Scriveva Ortensio da Spinetoli: “L’evangelizzazione non è la standardizzazione dei testi neotestamentari, ma la loro rilettura, reinterpretazione, trasposizione alle situazioni nuove in cui l’uomo è chiamato a vivere e alla maturità spirituale a cui è pervenuto. Importa sempre ricordare ciò che Gesù ha detto e fatto, ma ancor più ciò che direbbe e farebbe se, per aiutarlo a risolvere i suoi problemi, si rivolgesse all’uomo di oggi, inquadrato in situazioni sociali e culturali ben diverse dalle sue. E siccome egli non ha più la possibilità di intervenire spetta ai suoi seguaci l’arduo compito di attualizzare nel tempo il suo messaggio. La parola di Dio non è lettera morta ma viva e, come la vita, capace di crescita e di adattamento (Eb 4,12)”.

noscere tra tutti gli uomini: amarsi scambievolmente (Gv 13,34). Questo è l’unico criterio di ecclesialità proposto da Cristo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Perché questo comandamento è “nuovo”? Esso è rivoluzionario per l’origine: i credenti si amano perché Dio li ha amati per primo (1 Gv 4,19). Inoltre l’amore con cui devono amarsi trova la sua fonte in Dio: l’avverbio greco “come” (“kathòs”) nell’espressione “come io vi ho amati” (Gv 13,34) non esprime tanto un paragone, quanto piuttosto la causalità, la materialità: “Amatevi dello stesso amore con cui io vi ho amati”. È un comandamento nuovo per la misura: non dovranno più soltanto amarsi come loro stessi (Mt 22,39), ma come Gesù li ha amati, cioè “fino alla fine” (Gv 13,1), fino a dare la vita per gli amici (Gv 15,13). Ed è nuovo per l’estensione: non dovranno solo amare i “loro”, quelli del loro gruppo, della loro razza o della loro religione, quelli che stanno loro simpatici, ma addirittura i nemici (Mt 5,43-48). L’amore sarà poi il segno della nuova Alleanza: la carità reciproca deve essere segno, sacramento tangibile, del supremo atto di affetto di Dio per gli uomini, il sacrificio del Figlio (Mt 26,28).

L’amore fraterno inoltre apre al mistero di Dio: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4,7-8): tante volte la fede è debole proprio perché non si ama; amando, si può ottenere la “conoscenza” di Dio, cioè entrare nella sua intimità: bisogna ricordarlo, quando si è in “crisi di fede”…

L’amore fraterno poi traduce il comando di amare Dio, anzi ne è l’unica espressione: “Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20). “Se uno possiede le ricchezze in questo mondo, e vedendo il proprio fratello nel bisogno gli chiude il cuore (letter.: le viscere), come l’amore di Dio può dimorare in lui?” (1 Gv 3,17).

L’amore è quindi il centro della fede: “Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14); “pieno compimento della Legge è l’amore” (Rm 13,10). Per questo gli apostoli costantemente esortano: “Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3,14); “Amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri” (1 Pt 1,22); “soprattutto conservate tra voi una grande carità” (1 Pt 4,8).

La chiamata alla condivisione dei beni nasce dal comando dell’amore: è per amore che si danno le ricchezze ai poveri, è per amore che si lotta al loro fianco. È l’amore per il fratello la misura della donazione. “Ciò che è costante nei Padri della Chiesa è che le risorse devono servire ad uso di tutti… Il problema non è quello di sapere se i cristiani possono possedere dei beni o se debbano darli ai poveri. La questione vera è quella di valutare se i cristiani possono conservare tutti i beni, quando ci sono accanto a loro dei poveri che muoiono di fame. La misura della spoliazione del ricco si stabilisce a livello della sfortuna del povero. Non si tratta di chiedersi ciò che si può serbare, ma di saper ciò che si deve dare… È possibile che si sia obbligati a dare anche il proprio necessario, quando si è in presenza di una povertà assoluta” (A. Persic). “Un’eccessiva insistenza sulla distinzione obbligatorio/facoltativo può favorire una concezione minimalista della vita cristiana, dimenticando che è proprio dell’amore precisamente il non porre misure, l’essere animato da una dinamica di crescita continua” (V. Fusco).

In Gesù non c’è l’esaltazione del pauperismo in sé, una mistica della vita misera. Il distacco dai beni non è una dimensione interiore: è gesto “per gli altri”, è condivisione con i poveri, è gesto d’amore. E la prima comunità proporrà la condivisione dei beni “perché non ci fosse tra loro nessun povero” (At 4,34), come concretizzazione del comando della carità. Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La povertà delle Beatitudini è la virtù della condivisione: sollecita a mettere in comune e a condividere i beni materiali e spirituali, non per costrizione, ma per amore, perché l’abbondanza degli uni supplisca alla indigenza degli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2833)

È mistificante ridurre l’amore cristiano a pio sentire, ad emotiva compassione di fronte alle tragedie dei fratelli, senza poi tradurlo in fattiva condivisione con i poveri. “La comunione degli animi, che è stretto dovere dei cristiani, non si realizza senza la comunione dei beni. Tale è la prospettiva in cui si intende ormai la mistica dell’elemosina e del sostegno ai fratelli in miseria. L’uso cristiano della ricchezza è dominato da questa esigenza di amore, che va ben al di là di quanto comanderebbe la giustizia contrattuale” (P. Grelot).

La condivisione è il primo momento di comunione con il fratello, è la base di un’interrelazione profonda con lui. “Si tratta di un rapporto non limitato a merce da cui ci si libera. Si tratta di un incontro tra persone soggetto a una sua graduale maturazione: da una iniziale comunione di beni materiali si è spinti infatti a una comunione umana che matura sino all’eterna comunione con Dio… Il cristiano è colui che si accorge di chi è nel bisogno e, nel caso di ricchezze eccedenti, il suo cuore «brucia», per usare un’espressione dei Padri che indicava l’avvertire immediato del bisogno altrui” (V. Grossi).

“Povertà” è quindi la traduzione indispensabile di “carità”: “Perché si possa parlare di povertà evangelica è necessario avere povertà effettiva, gioia interiore e distacco, condividere la vita dei poveri, amare, aiutare e servire i poveri… Il primato della carità non relega al secondo posto la povertà, al contrario la suppone e la esige. La povertà purifica l’amore ed è garanzia della sua autenticità” (E. Bartolucci). “Il sentiero indicato da Gesù non è la povertà in sé, ma la vita nell’amore, che deve necessariamente esprimersi come carità verso i derelitti, come solidarietà verso i poveri e gli sfruttati… Se si propone una via, non è quella della povertà, ma quella dell’«agàpe»” (J. de S. Ana).

Scriveva monsignor Tonino Bello: “L’importantissima categoria del servizio… deve essere tenuta presente da chi vuole educarsi alla povertà. Spogliarsi per lavare i piedi, come fece Gesù che, prima di quel sacramentale pediluvio fatto con le sue mani agli apostoli, «depose le vesti». Chi vuol servire deve rinunciare al guardaroba. Chi desidera stare con gli ultimi, per sollecitarli a camminare alla sequela di Cristo, deve necessariamente alleggerirsi dei «tir» delle sue stupide suppellettili” (A. Bello).

Al contempo, se non v’è carità senza povertà, una povertà vissuta come obbligo, e non come risposta d’amore all’Amore di Dio, non sarebbe cristiana: “Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, nulla mi giova” (1 Cor 13,3). La povertà per il credente non è una norma, ma un frutto di quella “carità di Cristo che ci spinge” (2 Cor 5,14). “Paolo parla dell’«agape» o della carità… che è di Dio, che è da Dio e che è messa nel nostro cuore dallo Spirito, come ragione e principio di valore del nostro «distribuire» tutto ai poveri… L’uomo che Dio ha reso giusto – potremmo ancora dire secondo le categorie di san Paolo – mediante il dono dell’agape o della carità, l’uomo che Dio ha chiamato a libertà (è ancora la medesima cosa), l’uomo che porta i pesi gli uni degli altri e compie la legge di Cristo, quest’uomo può rendersi povero come Gesù Cristo; quest’uomo è veramente «ad immagine» di Dio come Gesù Cristo lo è” (G. Maioli). 

Carlo Miglietta

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