Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 15 Maggio 2022

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La condivisione, concretizzazione del comandamento dell’amore

La scelta dei poveri è implicata dal comando dell’amore. Ormai i cristiani hanno un “comandamento nuovo” che li deve far riconoscere tra tutti gli uomini: amarsi scambievolmente (Gv 13,34). Questo è l’unico criterio di ecclesialità proposto da Cristo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Perché questo comandamento è “nuovo”? Esso è rivoluzionario per l’origine: i credenti si amano perché Dio li ha amati per primo (1 Gv 4,19). Inoltre l’amore con cui devono amarsi trova la sua fonte in Dio: l’avverbio greco “come” (“kathòs”) nell’espressione “come io vi ho amati” (Gv 13,34) non esprime tanto un paragone, quanto piuttosto la causalità, la materialità: “Amatevi dello stesso amore con cui io vi ho amati”. È un comandamento nuovo per la misura: non dovranno più soltanto amarsi come loro stessi (Mt 22,39), ma come Gesù li ha amati, cioè “fino alla fine” (Gv 13,1), fino a dare la vita per gli amici (Gv 15,13). Ed è nuovo per l’estensione: non dovranno solo amare i “loro”, quelli del loro gruppo, della loro razza o della loro religione, quelli che stanno loro simpatici, ma addirittura i nemici (Mt 5,43-48). L’amore sarà poi il segno della nuova Alleanza: la carità reciproca deve essere segno, sacramento tangibile, del supremo atto di affetto di Dio per gli uomini, il sacrificio del Figlio (Mt 26,28).

L’amore fraterno inoltre apre al mistero di Dio: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4,7-8): tante volte la fede è debole proprio perché non si ama; amando, si può ottenere la “conoscenza” di Dio, cioè entrare nella sua intimità: bisogna ricordarlo, quando si è in “crisi di fede”…

L’amore fraterno poi traduce il comando di amare Dio, anzi ne è l’unica espressione: “Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20). “Se uno possiede le ricchezze in questo mondo, e vedendo il proprio fratello nel bisogno gli chiude il cuore (letter.: le viscere), come l’amore di Dio può dimorare in lui?” (1 Gv 3,17).

L’amore è quindi il centro della fede: “Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14); “pieno compimento della Legge è l’amore” (Rm 13,10). Per questo gli apostoli costantemente esortano: “Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3,14); “Amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri” (1 Pt 1,22); “soprattutto conservate tra voi una grande carità” (1 Pt 4,8).

La chiamata alla condivisione dei beni nasce dal comando dell’amore: è per amore che si danno le ricchezze ai poveri, è per amore che si lotta al loro fianco. È l’amore per il fratello la misura della donazione. “Ciò che è costante nei Padri della Chiesa è che le risorse devono servire ad uso di tutti… Il problema non è quello di sapere se i cristiani possono possedere dei beni o se debbano darli ai poveri. La questione vera è quella di valutare se i cristiani possono conservare tutti i beni, quando ci sono accanto a loro dei poveri che muoiono di fame. La misura della spoliazione del ricco si stabilisce a livello della sfortuna del povero. Non si tratta di chiedersi ciò che si può serbare, ma di saper ciò che si deve dare… È possibile che si sia obbligati a dare anche il proprio necessario, quando si è in presenza di una povertà assoluta” (A. Persic). “Un’eccessiva insistenza sulla distinzione obbligatorio/facoltativo può favorire una concezione minimalista della vita cristiana, dimenticando che è proprio dell’amore precisamente il non porre misure, l’essere animato da una dinamica di crescita continua” (V. Fusco).

In Gesù non c’è l’esaltazione del pauperismo in sé, una mistica della vita misera. Il distacco dai beni non è una dimensione interiore: è gesto “per gli altri”, è condivisione con i poveri, è gesto d’amore. E la prima comunità proporrà la condivisione dei beni “perché non ci fosse tra loro nessun povero” (At 4,34), come concretizzazione del comando della carità. Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La povertà delle Beatitudini è la virtù della condivisione: sollecita a mettere in comune e a condividere i beni materiali e spirituali, non per costrizione, ma per amore, perché l’abbondanza degli uni supplisca alla indigenza degli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2833)

È mistificante ridurre l’amore cristiano a pio sentire, ad emotiva compassione di fronte alle tragedie dei fratelli, senza poi tradurlo in fattiva condivisione con i poveri. “La comunione degli animi, che è stretto dovere dei cristiani, non si realizza senza la comunione dei beni. Tale è la prospettiva in cui si intende ormai la mistica dell’elemosina e del sostegno ai fratelli in miseria. L’uso cristiano della ricchezza è dominato da questa esigenza di amore, che va ben al di là di quanto comanderebbe la giustizia contrattuale” (P. Grelot).

La condivisione è il primo momento di comunione con il fratello, è la base di un’interrelazione profonda con lui. “Si tratta di un rapporto non limitato a merce da cui ci si libera. Si tratta di un incontro tra persone soggetto a una sua graduale maturazione: da una iniziale comunione di beni materiali si è spinti infatti a una comunione umana che matura sino all’eterna comunione con Dio… Il cristiano è colui che si accorge di chi è nel bisogno e, nel caso di ricchezze eccedenti, il suo cuore «brucia», per usare un’espressione dei Padri che indicava l’avvertire immediato del bisogno altrui” (V. Grossi).

“Povertà” è quindi la traduzione indispensabile di “carità”: “Perché si possa parlare di povertà evangelica è necessario avere povertà effettiva, gioia interiore e distacco, condividere la vita dei poveri, amare, aiutare e servire i poveri… Il primato della carità non relega al secondo posto la povertà, al contrario la suppone e la esige. La povertà purifica l’amore ed è garanzia della sua autenticità” (E. Bartolucci). “Il sentiero indicato da Gesù non è la povertà in sé, ma la vita nell’amore, che deve necessariamente esprimersi come carità verso i derelitti, come solidarietà verso i poveri e gli sfruttati… Se si propone una via, non è quella della povertà, ma quella dell’«agàpe»” (J. de S. Ana).

Scriveva monsignor Tonino Bello: “L’importantissima categoria del servizio… deve essere tenuta presente da chi vuole educarsi alla povertà. Spogliarsi per lavare i piedi, come fece Gesù che, prima di quel sacramentale pediluvio fatto con le sue mani agli apostoli, «depose le vesti». Chi vuol servire deve rinunciare al guardaroba. Chi desidera stare con gli ultimi, per sollecitarli a camminare alla sequela di Cristo, deve necessariamente alleggerirsi dei «tir» delle sue stupide suppellettili” (A. Bello).

Al contempo, se non v’è carità senza povertà, una povertà vissuta come obbligo, e non come risposta d’amore all’Amore di Dio, non sarebbe cristiana: “Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, nulla mi giova” (1 Cor 13,3). La povertà per il credente non è una norma, ma un frutto di quella “carità di Cristo che ci spinge” (2 Cor 5,14). “Paolo parla dell’«agape» o della carità… che è di Dio, che è da Dio e che è messa nel nostro cuore dallo Spirito, come ragione e principio di valore del nostro «distribuire» tutto ai poveri… L’uomo che Dio ha reso giusto – potremmo ancora dire secondo le categorie di san Paolo – mediante il dono dell’agape o della carità, l’uomo che Dio ha chiamato a libertà (è ancora la medesima cosa), l’uomo che porta i pesi gli uni degli altri e compie la legge di Cristo, quest’uomo può rendersi povero come Gesù Cristo; quest’uomo è veramente «ad immagine» di Dio come Gesù Cristo lo è” (G. Maioli). 

Da: C. MIGLIETTA, CONDIVIDERE PER AMORE. La chiamata dei cristiani alla povertà, Gribaudi, Milano, con prefazione di Arturo Paoli

Carlo Miglietta

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