Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 15 Novembre 2020

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IL PADRONE DESPOTA: LA PARABOLA DEI TALENTI (Mt 25,14-30)

“Nella parabola dei talenti[1]    scende in campo un personaggio particolarmente scandaloso” (K Berger[2]): un padrone asociale.

Dio ci tratta in modo differente

Innanzitutto è un padrone che non è equanime con i suoi sottoposti: “A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità” (Mt 25,15). Il talento pesava circa 34 chili, e poteva essere d’argento o d’oro: alle quotazioni di oggi, contando l’argento a circa 670 euro al chilo e l’oro a 52.000 euro al chilo, il padrone a uno dà da 113.900 a 8.840.000 euro, a un altro da 45.560 a 3.536.000 euro, al terzo da 22.780 a 1.768.000 euro: in ogni caso, una bella differenza. Nel brano parallelo di Luca, il padrone distribuisce somme ridottissime, poche mine: e la mina vale un sessantesimo del talento (pesa circa 571 grammi)[3]. In ogni caso, se questo padrone è immagine di Dio, ci si chiede subito perché il Signore dia a ciascuno capacità diverse, e quindi doni diversi […]. “La diversa distribuzione dei talenti può sembrare arbitraria o iniqua: a un servo un talento, a un altro due, a un altro cinque. In una società come la nostra, ad alto tasso di soggettività e di individualità, la differenziazione può sembrare un sopruso, un attacco alla dignità della persona” (L. Zani[4]). “L’operato dell’uomo […] sembrerebbe ingiusto o, quanto meno, non equo. In effetti non sarebbe cosa consigliabile a nessun padre o padrone, trattare in maniera differente i subalterni o i figli[5]“ (R. Virgili[6]). Almeno nel brano parallelo di Luca[7] il padrone dà ad ogni servo la stessa somma: dieci mine.

 

Un Dio capitalista?

Al suo ritorno, il padrone chiede i conti: i primi due hanno raddoppiato il capitale. Il terzo, che lo aveva solo conservato senza farlo fruttare, viene aspramente redarguito e “gettato fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,30). Eppure il suo aver sotterrato il suo talento “non rappresenta un comportamento irragionevole, ma una forma di assicurazione contro i ladri: <<Il denaro non può essere custodito con sicurezza se non sotto terra>> (Baba’ Mezi’a’ 42a)” (A. Mello[8]). Questo padrone “pretende bruscamente ciò che non aveva richiesto in modo esplicito […] Si aspettava gli interessi, gli interessi composti e l’usura. Ricompensa soltanto colui che ha investito in modo redditizio ed è adirato con colui che, secondo i suoi criteri capitalistici, ha fallito. Per finire, il padrone rimprovera ancora allo schiavo di aver saputo che razza di padrone aveva, uno davanti al quale non conta essere bravi a conservare quanto ricevuto, bensì l’incremento del capitale a qualunque costo, anche a costo di perdere fisicamente dei dipendenti. Dio quindi – così lo dipinge questa parabola provocatoria – è come un capitalista, uno Shyloch del <<Mercante di Venezia>> di Shakespeare, come un banchiere ai piani alti della city” (K. Berger[9]).

Si noti poi che il padrone non fa nulla per accrescere il capitale: se ne sta fuori dal problema, è in viaggio[10]. Tocca a quei poveri servi sgobbare per far fruttare il capitale.

“Nella parabola dei talenti, che razza di capitalista rigoroso è questo, che mette alla porta il dipendente che non investe abbastanza? Uno che dice di se stesso: io colgo dove non ho seminato? Ma questo vuol dire: faccio lavorare gli altri per me e li sfrutto […]. L’imprenditore capitalista che affida i talenti è esageratamente severo” (K. Berger[11]). “Chi è questo padrone che approfitta del lavoro altrui e riconosce cinicamente di farlo? Dov’è in questa parabola la buona novella? Dov’è la carità? Chi viene rifiutato e condannato è il meno dotato: ufficialmente oggi nessuno fa così. Il racconto non fa niente per smorzare la tensione fra il caso dei primi due servi e quello del terzo. Anzi, termina dicendo che al servo più dotato, che però prende già parte della gioia del suo padrone, viene dato il talento che prima era stato affidato al servo pigro e pauroso, e che il terzo è gettato fuori nelle tenebre” (L. Zani[12]).

 

Dio ha fiducia in noi

Ma qui ci sono alcuni meravigliosi insegnamenti. Il primo è che Dio è altro da noi. Ci lascia completamente liberi. Ci affida il nostro campo d’azione. Ha fiducia in noi. A noi che aspettiamo sempre un Dio che intervenga continuamente nella nostra storia individuale e sociale viene ricordato che il mondo è lo spazio della nostra responsabilità, del nostro impegno personale: siamo noi che dobbiamo costruire il Regno di Dio in questo mondo. Spesso, come il terzo servo, incolpiamo Dio per l’“ingiustizia esistente nel mondo, si imputa all’Altissimo la responsabilità di questo male quando, in realtà, è l’inefficacia dell’uomo che ha generato tanta miseria che si erge insultante contro il piano di Dio” (A. Fernandez[13]).

L’amore non ha misura

La seconda rivelazione è che l’amore non deve avere misura, come Dio che è immenso nella generosità. “E’ sensato parlare di Dio così?… La domanda andrebbe posta soltanto quando ci si è accertati che nella Bibbia si parla di Dio in modo tanto scandaloso, benché ciò non confermi i nostri pregiudizi e la maniera in cui ci piacerebbe che fosse il buon Dio […]. E l’essere spronati senza misura? Una vita severa non è forse molto più affascinante di una pigra che scorre solo placidamente e basta?” (K. Berger[14]). Come in ogni vera storia d’amore, siamo chiamati ad uscire da noi stessi (“ex-stasis”), ad andare in “estasi” amorosa, a donarci oltre i nostri limiti. “In questa parabola Gesù dice: <<Se volete essere beati, lasciatevi sfidare da colui che talvolta vuole da voi questo “plus ultra” (“sempre di più”)>> […]. Dio è esigente, come vi è noto anche attraverso il <<rigore>> dell’amore passionale. Così il rigore spietato del banchiere non è altro che il <<rigore>> con cui veniamo esortati radicalmente a raggiungere la beatitudine al cospetto del Dio misterioso, a non perdere noi stessi. E’ una questione di vita o di morte, o del regno dei cieli” (K. Berger[15]). “Il cristiano smette di essere fedele, non solo nella misura in cui rinnega la sua fede, ma anche nella misura in cui non si sforza di farla fruttificare […] È una legge, non di <<morale>>, ma della vita […]. Ogni fecondità implica uscita da se stessi, uscita che è rischio e donazione” (A. Fernandez[16]). Come diceva Agostino: “Tutta la colpa del servo redarguito si riduce a questo: non ha voluto dare. Ha conservato integro il valore ricevuto, ma il Signore voleva i suoi guadagni. Dio è avaro relativamente alla nostra salvezza”[17].

Il dipendente che ha nascosto il talento ricevuto “non ha fatto nient’altro che il suo stretto dovere, non ha fatto niente di reprensibile: non ha rubato al suo padrone, non si è fatto derubare, non ha perso il bene che gli è stato affidato e lo restituisce intatto. Ma è rimasto solo servo, non si è sentito per nulla socio del padrone. Si è preoccupato solo di evitare il male, ha omesso di fare il bene; è come il terreno arido e sassoso che non permette al seme di dare frutto; è come la luce messa sotto il moggio e che non illumina: perciò è chiamato cattivo, pauroso […]. Dio non vuole indietro i talenti affidati, non vuole una restituzione o un aumento del capitale: noi non esistiamo per restituire a Dio i suoi doni e questa immagine, dettata dalla nostra paura, immiserisce Dio. Egli moltiplica la gioia, vuole la condivisione della sua stessa gioia, in una comunione senza confusione, che ha già avuto inizio su questa terra: l’ingresso nella gioia piena del padrone chiude il tempo, segna il compimento della storia, ma la condivisione della gioia del padrone può realizzarsi già qui in terra e manifesta la nuova qualità delle relazioni tra il padrone e il servo già quaggiù. Dio ci ha dato i suoi doni perché possiamo vivere la nostra vita con il cuore dilatato dalla gioia e dalla comunione con lui già quaggiù: già ora siamo persone amate dal Signore. Non vuole la restituzione di ciò che ci ha dato, ma che viviamo come lui, a nostra volta donatori di pace, di libertà, di giustizia, di gioia” (L. Zani[18]).

 

“Nell’amore non c’è timore”

Il terzo insegnamento è che, come dirà Giovanni, “nell’amore non c’è timore” (1 Gv 4,18). Il terzo servo ha avuto “paura” (Mt 25,25[19]) della durezza del padrone. “Ora nella tradizione evangelica il ruolo del servo pauroso e sospettoso è ben rappresentato dagli scribi e dai farisei i quali, per paura delle trasgressioni, hanno avviluppato il dono di Dio, la sua parola, rivelazione e legge, in una siepe di prescrizioni[20]; hanno ridotto il rapporto dell’uomo con Dio a un rapporto di paura con un padrone duro ed esoso; è questa paura che toglie all’uomo ogni iniziativa e libertà. Solo un rapporto nuovo di fiducia e di amore con Dio, quale quello inaugurato da Gesù, rende l’uomo libero dalla paura, gli restituisce il gusto della creatività, dell’iniziativa e del rischio; l’uomo libero di amare è in grado di prendere a cuore gli interessi di Dio e di rispondere con audacia e coraggio alla sua generosità” (R. Fabris[21]).

 

Dannazione è uscire dalla logica di Dio

Il vero motivo della condanna del terzo servo è quindi racchiuso nei tre aggettivi con cui il padrone lo qualifica: “malvagio (<<poneròs>>), infingardo (<<oknròs>>) […], inutile (<<achreiòs>>)” (Mt 25,26.30). Nel  Nuovo Testamento la qualifica di “malvagio” esprime la cattiveria dell’uomo in contrasto alla bontà di Dio: definendolo così, il padrone lo dichiara fuori dalla sua logica di amore, di dono, di gratuità. Con il secondo apprezzamento il servo è definito falso, perché ha preferito le apparenze alla verità del suo rapporto con il padrone: ha preferito apparire nel giusto che entrare nella dinamica della creatività del suo Signore. Il terzo appellativo, “inutile”, esprime la nullità del suo rapporto con il suo Signore, che lo porta quindi ad allontanarsi dalla fonte della vita e della felicità, a non aver “parte della gioia del padrone” (Mt 25,23), autoescludendosi da esse, finendo “nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,30).

 

La sovrabbondanza del premio

Anche il finale del brano è sconcertante: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,28-29). Gesù ha pronunciato questa sentenza partendo dalla considerazione che nel mondo in genere i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri[22]. “A chi misura il Regno come un bene preziosissimo, come un tesoro incommensurabile […], <<sarà dato>> da parte di Dio in modo sovrabbondante; chi invece ode il Vangelo in modo distratto, valutandolo una piccola cosa tra tante altre, si vedrà privato anche di ciò che ha o che <<crede di avere>>“ (L. Monti[23]): “Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere” (Lc 8,18).

NOTE:

[1] Mt 25,14-30

[2] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 353

[3] Fabris R., in Barbaglio G., Fabris R., Maggioni B., I Vangeli, Cittadella, Assisi, 1975, pg. 536

[4] Zani L., http://www.santantonioabate.altervista.org

[5] Gen 37,3-4

[6] http://www.dimensionesperanza.it/aree/esperienze-formative/lectio-divina/item/7625-la-parabola-dei-talenti.html

[7] Lc 19,11-27

[8] Mello A., Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, Bose (Magnano – BI), 1995, pg. 434

[9] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 353

[10] Mt 25,15

[11] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 118-119

[12] Zani L., http://www.santantonioabate.altervista.org

[13] Fernandez A., Teologia Moral, Burgos, Aldecoa, 1992, v. I, pg. 250

[14] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 118-119

[15] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 355

[16] Fernandez A., Teologia Moral, Burgos, Aldecoa, 1992, vol. I, pg. 249

[17] Agostino di Ippona, Sermo 94

[18] Zani L., http://www.santantonioabate.altervista.org

[19] Lc 19,21

[20] Lc 11,46.52

[21] Fabris R., in Barbaglio G., Fabris R., Maggioni B., I Vangeli, Cittadella, Assisi, 1975, pg. 1201

[22] Sl 48,17

[23] Monti L., Le parole dure di Gesù, Qiqajon, Bose (Magnano – BI), 2012, pg. 23

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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