Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 17 Luglio 2022

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L’ospitalità

Gesù è accolto in casa di Marta e Maria. L’accoglienza è un tema fondamentale nella Bibbia.

Sono almeno tre i termini fondamentali della Bibbia ebraica per indicare lo “straniero” o “forestiero”. Tre termini che ci aiutano a capire la progressiva maturazione di Israele sul tema dell’accoglienza: 

  1. La parola ebraica zar indica lo straniero che abita fuori dei confini di Israele. Verso questa figura si verifica un senso di paura. C’è un gioco di parole nell’ebraico, che permette di confondere zar (“straniero”) con sar (il “nemico” da cui ci si deve difendere). La paura dello straniero ha quindi delle radici molto profonde nel cuore umano, e viene documentata dalla Scrittura. Questa considerazione negativa dei popoli stranieri si evolve verso toni più positivi specialmente dal momento dell’esilio in Babilonia (circa VI sec. a. C.), quando affiora la percezione che Dio affida ad Israele una missione di salvezza per tutte le genti (Is 42,6; 49,6). 
  2. Il secondo termine, nokri, è usato per lo straniero di passaggio, che si trova momentaneamente in mezzo al popolo per motivi di viaggio o di commercio (una sorta di “migrante economico”). Verso il nokri ci sono alcune distinzioni che denotano ancora una lontananza, ma non più una paura (Dt 14,21). Comunque la regola di base è l’ospitalità, tipica della tradizione dell’Oriente, ospitalità che comporta rispetto e buona accoglienza.  
  3. “Il terzo vocabolo è gher o toshav e viene impiegato per lo straniero che risiede in Israele. Questa figura gode di una vera protezione giuridica, come appare fin dai testi legislativi più antichi (Es 22,20)” (C. M. Martini). 

Il cerimoniale dell’ospitalità

Per l’ospitalità esistevano regole precise. Doveva essere generosa, ed estendersi anche agli accompagnatori e al bestiame (Gen 24). Importante era il saluto: il padrone si prostrava con la faccia a terra (Gen 19). La lavanda dei piedi non era solo un gesto igienico, ma serviva a togliere all’ospite la stanchezza e a rinfrescarlo (Gn 24,32). Si doveva provvedere a una stanza per l’ospite (2 Re 4,9-10). Il padrone offriva all’ospite i cibi migliori di cui disponeva (1 Sam 9,22-24). Il pasto di comunione creava vincoli di fratellanza tra padrone e ospite, al punto che, in caso di omicidio dell’ospite, toccava al padrone l’obbligo della vendetta (Gen 19,1-16).

La tutela dello straniero

Negare l’ospitalità è grave affronto (1 Sam 25). La Legge che Dio dà ad Israele tutela lo straniero: guai a defraudargli il salario (Dt 24,14)! Egli gode dello stesso riposo sabbatico degli Israeliti (Es 20,10). Addirittura Salomone, consacrando il tempio, prega perché Dio esaudisca anche gli stranieri che verranno a pregare nel tempio stesso (1 Re 8,41-43).

Motivi di accoglienza dello straniero

  1. Il Signore ama il forestiero: il Dio della Bibbia ha una caratteristica, una peculiarità: la predilezione per i poveri. E sicuramente lo straniero è un “povero”, in una terra non sua e senza tutela legale. Israele deve proteggere gli stranieri perché essi sono amati in maniera particolare da Dio: “Il Signore… ama il forestiero” (Dt 10,18). E Dio ci chiede di amare come lui gli stranieri: “Amate dunque il forestiero” (Dt 10,19)! 
  2. Tutti siamo stranieri: Israele deve proteggere il forestiero perché non deve mai dimenticarsi di essere vissuto come straniero in Egitto. Per questo Dio richiede che nessuna vessazione sia fatta allo straniero: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 22,20). 
  3. Tutti siamo ospiti di Dio: Israele sa di essere ospite anche nella terra Promessa: “perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini” (Lv 25,23). Anche i cristiani sono “pàroikoi kaì parepìdemoi”, “stranieri e pellegrini” (1 Pt 2,11) che risiedono temporaneamente in questo mondo: “paroikìa” (1 Pt 1,17), da cui il nostro “Parrocchia”, è da “parà oikìa”, “presso le case”, nomade di passaggio. 
  4. Il motivo cristologico: l’esempio di Gesù, che si è fatto ospite degli uomini, e invita tutti gli uomini ad essere ospiti nella casa del Padre, fanno dell’ospitalità una delle virtù principali della vita cristiana. Il comando è preciso: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi” (Rm 15,7). Gesù, nella sua vita fa esperienza di non essere accolto: “Maria… diede alla luce il suo figlio primogenito…, e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7); e deve fuggire profugo in Egitto perché perseguitato da Erode (Mt 2,13); anche nella sua missione spesso è respinto (Lc 9,52-56).

La grande novità è che addirittura Gesù si identifica con chiunque necessita di essere ospitato: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40). “Ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25,35): “per dire l’ospitalità Gesù ricorre qui a un verbo (sunago) il cui significato base è raccogliere, riunire cose sparse. Di qui il senso di raccogliere chi è sperduto, ospitarlo nella stessa casa, unirlo ai gruppi dei fratelli. Questo verbo così ricco di significato è ricordato in Matteo 25 per tre volte. Non dice solo l’aiuto, ma proprio l’accoglienza” (B. Maggioni). I poveri sono il sacramento vivente di Cristo: è nei poveri che si incontra Gesù sulle strade della vita. 

L’ospitalità è un dovere sacro per tutti i cristiani, e tutti gli scritti della prima Chiesa la raccomandano. Pietro nella sua prima lettera esorta alla philoxenìa, l’ospitalità, letteralmente “l’amore per gli stranieri” (1 Pt 4,9). Paolo invita ad essere “premurosi nell’ospitalità” (Rm 12,13). La lettera agli Ebrei ricorda ospitare il fratello è ospitare Dio: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2; cfr Gn 18,3; 19,2).

e) Il motivo escatologico: i poveri e gli stranieri saranno per noi i portinai del Paradiso, coloro che ci riceveranno o meno nelle dimore celesti: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9).

“Negli «stranieri» la Chiesa vede Cristo che «mette la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,14) e che «bussa alla nostra porta» (Ap 3,20). Questo incontro – fatto di attenzione, accoglienza, condivisione e solidarietà, di tutela dei diritti dei migranti e di impegno evangelizzatore  rivela la costante sollecitudine della Chiesa che scopre in loro autentici valori e li considera una grande risorsa umana” (Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti). Se non sapremo ospitare gli stranieri, non avremo saputo accogliere Gesù. Ed entreremo anche noi nel triste novero di coloro di cui parla il Prologo di Giovanni, quando afferma con amarezza: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

Servizio o contemplazione?

Luca ha collocato questo episodio subito dopo la parabola del Samaritano (10,25-37) per illustrare le due facce dell’unico comandamento: l’amore per il prossimo e l’amore per il Signore. Nei confronti del prossimo il servizio e la carità, nei confronti del Signore l’ascolto e il discepolato.  

Le parole con le quali Gesù risponde a Marta ricordano che il servizio non deve coinvolgerci al punto da far dimenticare l’ascolto. Il servizio della tavola non è più importante dell’ascolto della Parola (cfr At 6,1-2).

Papa Francesco, commentando questo brano, ha affermato che “Gesù approfitta del modo di agire di queste due sorelle per insegnarci come deve andare avanti la vita del cristiano”. Da una parte c’è “Maria, che ascoltava il Signore”, dall’altra c’è Marta, “occupata nei servizi, «distolta», come dice il Vangelo». Marta si fa avanti per lamentarsi che la sorella non l’aiuta, così come si farà avanti in occasione della morte del fratello Lazzaro, dimostrando di essere una di quelle “donne che hanno il coraggio di andare sempre avanti”. E tuttavia “era troppo indaffarata: i lavori la prendevano; era sempre, sempre indaffarata. E non aveva tempo per guardare Gesù, per contemplare Gesù… Ci sono tanti cristiani che vanno, sì, la domenica a messa, ma poi sono indaffarati, sempre…; diventano cultori di quella religione che è l’«indaffaratismo»… A loro si potrebbe dire: «Fermati, guarda il Signore, prendi il Vangelo, ascolta la parola del Signore, apri il tuo cuore»… A questi manca la contemplazione… A Marta mancava la pace: perdere il tempo guardando il Signore… Noi, per sapere da quale parte stiamo, se esageriamo perché andiamo in una contemplazione troppo astratta, anche gnostica, o se siamo troppo indaffarati, dobbiamo farci la domanda: «Sono innamorato del Signore»…? Guarda il cuore, contempla!”.

Carlo Miglietta

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