Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 18 Ottobre 2020

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DISOBBEDIENZA FISCALE?

Quando fu posta a Gesù la famosa domanda: “E’ lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?” (Lc 20,22), Gesù disse: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Lc 20,25[1]).

Separazione tra Fede e politica?

Tale sentenza è sempre stata letta come il riconoscimento da parte di Gesù dell’autorità dello Stato, nell’ottica di una separazione tra Fede e politica. Ma a ben guardare la replica che Gesù dà agli scribi e ai farisei che lo interrogano non pare così irenica: ad analizzarla in profondità, ci prospetta un Gesù potentemente rivoluzionario, che scardina il cuore dell’Impero. Non per niente l’accusa che gli verrà fatta davanti a Pilato sarà proprio di disobbedienza fiscale: “Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: <<Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re>>“ (Lc 23,1-2). Secondo Luca, né Pilato né Erode lo ritennero colpevole di ciò[2]: ma forse è solo una preoccupazione dell’evangelista per non compromettere ulteriormente le sue comunità duramente perseguitate dall’autorità imperiale…

 

Immagine dell’uomo e immagine di Dio

Gesù, prima di rispondere al quesito che gli viene posto, chiede di vedere la moneta: “<<Mostratemi un denaro: di chi è l’immagine e l’iscrizione?>>. Risposero: <<Di Cesare>>“ (Lc 20,24). Ogni imperatore faceva imprimere la sua effige sulle monete: ai tempi di Gesù l’iscrizione era: “Tiberius Caesar Divi Augusti Filius Pontifex Maximus”, cioè: “Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto, Sommo Sacerdote”. Se i Farisei fossero stati osservanti della Legge, che proibiva immagini di chicchessia[3] e tantomeno di riconoscere nessuna divinità all’infuori dell’unico Dio[4], non avrebbero dovuto avere con sé nessuna moneta, come Gesù[5], che obbedisce solo al Padre.

“E’ poi evidente che Gesù faccia diretto riferimento a Gen 1,27 (ndr: l’umanità immagine di Dio) quando chiede a chi appartiene l’immagine della moneta […]. Gesù, partendo dalla domanda dei farisei sulle tasse, riporta le cose all’ordine primordiale, <<al principio>>: ritornate ad essere l’immagine di creature di Dio e non le scimmie dei <<cesarotti>> di turno: se voi usate dei benefici che Cesare vi offre, restituitegli quello che gli appartiene, cioè l’ossequio e l’ubbidienza. Ma io vi dico: voi siete immagine di Dio e ve ne siete dimenticati. Restituite a Dio la sua creatura e il segno vivente della sua presenza nel mondo: e date a Dio quello che gli appartiene: voi stessi” (P. Farinella[6]).

 

Dare a Cesare la sua moneta

“<<E pertanto, dunque/ di conseguenza (“toìnyn”) restituite le cose di Cesare a Cesare>> […]: la parola <<toìnyn>> in greco è una congiunzione coordinante o conclusiva […]. Gesù si limita a trarre la conclusione logica e coerente di quanto affermato da loro […]. L’espressione <<le cose di Cesare>> ha il genitivo di origine o di appartenenza: le cose in generale, qui la moneta, che sono <<già>> proprietà di Cesare. In altre parole Gesù dice che il possesso della moneta romana da parte dei Giudei è illegittimo, per cui restituirla al proprietario significa restaurare l’ordine della legittimità e della verità […]. Se Gesù si fosse limitato a questa prima parte, tutto sarebbe finito con un insegnamento esemplare e coerente: poiché voi vi servite del denaro di Cesare che vi offre un servizio, è giusto che vi chieda un qualche corrispettivo. Se volete contestare l’autorità di Cesare, non usate il suo denaro, cioè siate voi stessi coerenti” (P. Farinella[7])..

 

Dare a Dio tutto

“La novità di Gesù sta nella seconda parte della risposta, con la quale riprende quello che i suoi interlocutori avevano omesso o dimenticato: Dio” (P. Farinella[8]). “Con quella frase Gesù non stabilisce un equilibrio o una separazione tra il potere civile e quello religioso […]. E’ l’invito radicale ad una motivazione di fede radicale di ritorno alla purezza dell’alleanza, senza confusioni tra Cesare e Dio […]. Gesù non parla assolutamente di separazione tra <<Stato e Chiesa>>: questa è un’indebita conclusione estranea al testo, come se vi fossero due autorità equipollenti, distinte, ma convergenti che si dividono l’uomo: la parte spirituale alla Chiesa e la parte materiale allo Stato. L’opposizione che Gesù pone tra Cesare e Dio è di natura religiosa, non politica: si tratta di scegliere tra il Dio creatore e Cesare imperatore, tra Dio che crea a sua immagine e Cesare che conia la sua immagine, tra Dio che regna in Israele e Cesare che occupa illegalmente Israele, tra Dio che stipula l’alleanza con i figli di Abramo e Cesare che impone le tasse ai sudditi che vivono in Palestina” (P. Farinella[9]).

 

Uno slogan sovversivo

Come dice Ortensio da Spinetoli, “la tradizione esegetica ha depoliticizzato la presente risposta come in genere i comportamenti e le scelte sociali di Gesù, quasi che egli abbia avallato il potere di Cesare e l’abbia posto alla pari di quello di Dio. Riflettendo più attentamente sull’affermazione riferita dall’evangelista può risultare invece che egli l’abbia radicalmente contestato. Ha esortato a dare a Cesare quel che gli spetta, ma non ha lasciato intendere che a lui appartenevano il popolo d’Israele e la sua terra. Al contrario essi avevano già un altro <<padrone>>. L’affermazione <<date a Dio quel che è di Dio>> ha un risvolto rivoluzionario, poiché segnala una rivendicazione che costituisce il contenuto ultimo dell’alleanza[10]. La terra e il popolo appartengono solo a Dio e chiunque se ne arroga il dominio è un usurpatore e un suo rivale. <<Date e Dio quel che è di Dio>> poteva essere una parola d’ordine, uno slogan che mobilitava l’intera nazione, come qualsiasi altro popolo oppresso, ma non è stato, né è ancora capito in tal senso […]. La terra e ciò che essa contiene è del Signore e la dona in modo equanime a tutti e non ai vari Cesari che si arrogano poteri sostitutivi[11]“ (O. da Spinetoli[12]). “A Dio apparteniamo tutti noi, fatti a sua immagine e somiglianza […]. Paolo, pur rispettoso come sappiamo del potere e delle leggi civili, ribadisce: <<Nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3,22-23)” (A. Fontana[13]).

La posizione della prima Chiesa sarà quindi essenzialmente di rispetto dell’autorità dello Stato[14], coscienti che il cristiano non è fuori dal mondo ma è nel mondo[15]. Ma i cristiani sono coloro che affermano: “Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” (1 Cor 8,6); “uno solo è lo Spirito […]; uno solo è il Signore […]; uno solo è Dio” (1 Cor 12,4-6); “nel nome di Gesù” deve “piegarsi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10); pertanto “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29). Perciò i primi cristiani non esiteranno a praticare una forte opposizione contro l’autorità politica che si leva contro Dio e contro il suo Cristo, come fa l’Apocalisse dinanzi alla Roma di Nerone e di Domiziano[16], e a proclamare una dura obiezione di coscienza ogni qualvolta lo Stato chiederà atteggiamenti che si oppongano alla volontà di Dio[17]. “Là dove il potere imperiale vorrebbe entrare in concorrenza con quello divino, una decisione può essere presa solamente a favore di Dio” (J. Gnilka[18]).

[1] Mc 12,13-17; Mt 22,17-21

[2] Lc 23,14-15

[3] Es 20,4; Dt 4,16

[4] Es 20,3

[5] Mt 17,24-27

[6] Farinella P., Domenica XIX Tempo Ordinario, A, 16 ottobre 2011, http://paolofarinella.wordpress.com/

[7] Farinella P., Quale Cesare abbiamo scelto come nostro Dio?, Missioni Consolata, anno 115, aprile 2013, pg. 33-34

[8] Farinella P., Quale Cesare abbiamo scelto come nostro Dio?, Missioni Consolata, anno 115, aprile 2013, pg. 34

[9] Farinella P., Domenica XIX Tempo Ordinario, A, 16 ottobre 2011, http://paolofarinella.wordpress.com/

[10] Es 9,16

[11] Sl 24,1

[12] Da Spinetoli O., Luca, Cittadella, Assisi, 1994, pg. 625-626

[13] Fontana A., La presunzione di definire Dio. Al di là dei miti e delle nuvole bianche, Effatà, Cantalupa (TO), 2012, pg. 77

[14] Rm 13,1; 1 Pt 2,13-14

[15] Gv 17,15

[16] Ap 17,1-19,10

[17] Catechismo Chiesa Cattolica, n. 2242; Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 74

[18] Gnilka J., Marco, Cittadella, Assisi (PE), 1987, pg. 647

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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