Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 21 Febbraio 2021

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NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE

Il Nuovo Messale ha finalmente mutato la sesta delle sette invocazioni di quell’oratio perfectissima di Gesù – come la definiva Tommaso d’Aquino – che è il Padre nostro, cioè “non ci indurre in tentazione”, in “non abbandonarci alla tentazione”.

“La «brutalità» della resa latina della Vulgata – ne nos inducas in tentationem – creava imbarazzo già nell’VIII secolo: due manoscritti latini dei Vangeli, il cosiddetto Codex Dublinensis e il Codex Rushworthianus, conservato a Oxford, la sostituiscono con un significativo Ne nos patiaris induci, «non tollerare che noi siamo indotti in tentazione» (sottinteso «da Satana»). Due altri codici di un’antica versione latina precedente alla Vulgata, il Bobbiensis (V sec.) e il Colbertinus (XII sec.) variano in questa stessa linea: «Non sopporterai che noi siamo indotti in tentazione»” (G. Ravasi).

Dio non tenta nessuno

In greco c’è l’espressione eisenènkes che significa “introdurre, condurre dentro, lasciar cader in”. La traduzione precedente poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone. Ma questo non può essere perché Dio non tenta nessuno. L’ha detto lui stesso per bocca di Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno” (Gc 1,12).

Vittorio Messori riferisce di un suo lontano incontro con l’abate Jean Carmignac, grande biblista, il quale, proprio per la profonda conoscenza del retroterra linguistico dei Vangeli, si diceva profondamente amareggiato per essere “costretto a pronunciare più volte al giorno quella che considerava un’autentica bestemmia”, ossia il famigerato “non ci indurre in tentazione”. E, “basandosi sull’originale semitico nascosto sotto il testo greco, proponeva come davvero fedele alle parole di Gesù un «non permettere che soggiaciamo alla tentazione (del Maligno)»”.

“La sua insistenza e la sua pazienza – conclude Messori – sono state premiate, seppure dopo la morte”. Pur ritenendo infatti che il vecchio biblista non sarebbe stato compiutamente soddisfatto della nuova traduzione ufficiale (“non abbandonarci alla tentazione”), giudicava senz’altro consolante il fatto che “nessun cristiano, pronunciando l’orazione più cara, dovrà più temere di bestemmiare piuttosto che pregare”.

Il sottofondo aramaico

La nuova traduzione del Messale risale all’originale greco che, comunque, ha certamente un sottofondo aramaico, la lingua usata da Gesù, in cui il verbo usato aveva probabilmente un valore permissivo: “Non lasciarci/non farci entrare in tentazione”». “Indurre” in italiano si è sovraccaricato di una connotazione volitiva (introdurre, spingere dentro) che non gli fa più dire la stessa cosa dell’inducere  latino o dell’eisferein greco, dove era implicito un senso concessivo  (non lasciar entrare, fa’ che non entriamo)”: esso letteralmente indica un «non portarci verso», diverso dall’«indurre» che è uno «spingere» qualcuno concretamente a compiere un’azione. Come dice il Documento della CEI di presentazione del Nuovo Messale, “il senso genuino è, allora, quello di non essere esposti e abbandonati al rischio della tentazione. La scelta è giustificata dal fatto che la connotazione dell’italiano «indurre» esprime una volontà positiva mentre l’originale greco eisferein racchiude piuttosto una sfumatura concessiva (non lasciarci entrare). Con la nuova traduzione si esprime nello stesso tempo la richiesta di essere preservati dalla tentazione e di essere soccorsi qualora la tentazione sopravvenga”.

Non abbandonarci alla tentazione

Senza l’aiuto di Dio non possiamo superare le prove. Agostino commenta: “Non si prega per non essere tentati, ma perché non siamo indotti in tentazione (cioè di non cadervi): così quando uno deve essere esaminato nel fuoco, non prega perché non ci sia il fuoco, ma perché non sia bruciato” (De Sermone Dom. 2,9). E ancora: “Quando dunque diciamo «non ci indurre in tentazione» siamo avvisati di chiedere che non veniamo privati del suo aiuto e acconsentiamo ingannati a qualche tentazione o cediamo” (Lettera Proba, L. 130,11).

E Tommaso d’Aquino: “Per questo noi diciamo col salmista: «Non abbandonarmi quando declinano le mie forze» (Sl 70,9). Dio sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato. Infatti «le grandi acque non possono spegnere l’amore» (Ct 8,7)” (Commento al Pater).

TENTAZIONE: PROVA O INSIDIA?

“A questo punto, però, è necessario distinguere tra «tentazione-prova» e «tentazione-insidia», accezioni entrambe possibili nel greco peirasmós usato da Matteo. La prova può avere come soggetto Dio che vaglia la fedeltà e la purezza della fede dell’uomo: pensiamo ad Abramo, invitato a sacrificare Isacco, il figlio della promessa divina (Gen 22), a Giobbe, a Israele duramente «corretto» da Dio nel deserto «come un uomo corregge il figlio» (Dt 8,5). È un’educazione alla fedeltà, alla donazione disinteressata, all’amore puro e senza doppi fini. Consolante è al riguardo una frase della Prima Lettera ai Corinti di s. Paolo: «Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere»” (10,13).

Diversa è la «tentazione-insidia», che mira alla ribellione dell’uomo nei confronti di Dio e della sua legge e che, a prima vista, dovrebbe avere come radice Satana o il mondo peccatore… Il male morale deve essere ricondotto o alla libertà umana o al tentatore per eccellenza, Satana.

Importante è, a questo proposito, anche la settima e ultima domanda che è la versione positiva della precedente: «Liberaci dal male!». È interessante notare che nell’originale greco si può immaginare nel vocabolo poneroù sia la traduzione «dal male» sia «dal Maligno», cioè il diavolo, ed entrambi i significati sono accettabili e possono coesistere. Durante l’ultima cena Gesù offre a Pietro una rappresentazione suggestiva dell’aiuto divino a «liberarci dal male/Maligno»: «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede» (Lc 22,31-32).

Annotava un noto teologo ortodosso francese, Olivier Clément (1921-2009): «Il Padre nostro non è concluso da una lode o da un ringraziamento, ma rimane sospeso in un pressante grido di miseria», mentre l’uomo si sente sul ciglio del baratro oscuro del dolore e del male. È per questo che alcuni codici antichi, seguiti dalla tradizione e dal culto protestante, hanno sentito il bisogno di aggiungere in finale al Padre nostro questa acclamazione: «Tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli!».

Ma, con la finezza che le è solita e la sua sensibilità per il messaggio cristiano, nonostante la sua matrice ebraica, Simone Weil nella sua opera «Attesa di Dio» (1950) osservava acutamente che il percorso del Padre nostro è antitetico rispetto a quello che regge di solito ogni preghiera che va dal basso verso l’alto, dall’uomo e dalla sua miseria a Dio e alla sua luce. Qui, invece, si parte dal cielo e si scende fin nel groviglio oscuro del male” (G. Ravasi).

LE TENTAZIONI DI GESU’

Il brano delle tentazioni di Gesù sono un elemento di predicazione apostolica: in un’immagine pittorica, quindi simbolica, si esprime prima la solidarietà di Cristo con l’uomo, e poi la sua vittoria sul male. Notiamo bene: “subito”: “Lo Spirito di Dio lo condusse nel deserto «subito»”: bellissimo questo versetto. E’ Dio che ci ha fatti limitati, che ci ha fatti creature, per avere un partner nell’amore che fosse altro da sé, lui che l’infinito, 1’illimitato, l’eterno; ha fatto l’uomo con un limite creaturale, perché potesse dialogare con lui nell’amore, perché potesse essere diverso da lui, così che l’uomo è limitato, sottoposto alla prova, sottoposto alla tentazione.

Quindi è lo Spirito che permette la prova, per poter permettere a noi di rispondere nell’amore all’amore di Dio. Dio ci propone il suo Amore e ci ha fatti capaci di aderire al suo amore o anche di respingerlo. Nell’esercizio positivo della liberta ci è permesso di dimostrare che noi gli siamo fedeli.

Il deserto

Il deserto è il luogo dove, lontani dalle ricchezze di questo mondo, dalle preoccupazioni della vita di tutti i giorni, possiamo incontrare Dio, ascoltare la sua voce, dialogare con lui, rapportarci a lui, aderire a lui nell’amore. Ma è anche lo spazio della prova, in cui possiamo rimpiangere le cipolle di Egitto e la carne del Faraone, in cui malediciamo di essere usciti dalla terra di schiavitù di Egitto, in cui non crediamo di arrivare alla terra Promessa, in cui possiamo farci l’idolo del vitello d’oro, e anche il luogo dove affrontiamo la lotta contro i nemici, il momento della prova, della lotta contro gli spiriti maligni.

Anche noi abbiamo i nostri deserti, le nostre difficoltà, la nostalgia talora della schiavitù, la paura della libertà: è un momento che passiamo tutti, ed è lì, nella prova, che si vede se amiamo il Signore: non è quando va tutto bene, è quando cominciano le difficoltà che dobbiamo dire: “Signore io credo in te. Io credo che questa vita, anche se creaturale, quindi limitata, quindi con l’esperienza della malattia e dell’angoscia, è un tuo dono. Nonostante tutto io credo che sia un tuo dono”. Perché la vita è importante non perché è piena di salute, piena di ricchezza, ma perché è il momento in cui io posso dire a Dio: “Ti amo”, oppure: “Non ti amo”: allora ogni vita prende valore, anche la vita dell’handicappato, anche la vita del malato terminale.

Ecco qui la differenza tra la logica del mondo e la logica del cristiano. Secondo il pensiero del mondo, la vita ha valore per quel che si possiede. Secondo i cristiani, la vita ha sempre valore perché e il momento dell’incontro con Dio e della possibilità di relazionarci con lui nell’amore.

Quaranta giorni

Gesù sta nel deserto per quaranta giorni. Quaranta è un numero simbolico con cui si intende il tempo stabilito da Dio: non solo negli scritti biblici, ma anche in altri scritti ebraici ricorre spesso il numero quaranta come simbolo per definire un tempo voluto da Dio: Israele sta nel deserto quaranta anni, Gesù ascende al cielo quaranta giorni dopo la Pasqua. E’ anche il tempo classico del digiuno: in gran parte della Scrittura si parla sempre di quaranta giorni di digiuno.

Satana

Gesù è tentato da Satana: ma chi è questo Satana? Satana, nei libri più antichi del Vecchio Testamento è, secondo l’etimologia del suo nome, l’“Accusatore”, il Pubblico ministero: non è un  cattivo, ma è l’angelo è così fedele alla Legge, innamorato della Legge, che continuamente, di fronte a Dio, accusa gli uomini peccatori. Esiste un genere letterario del “Processo di IHWH”: cioè IHWH chiama le nazioni a giudizio, una per una: in tale processo l’accusatore è Satana, colui che chiede a Dio la condanna dei peccatori, dunque il Pubblico ministero. Ben presto diventa quindi l’avversario. Ai tempi di Gesù, soprattutto da parte in una certa teologia rabbinica, anche per particolari influssi persiani, i demoni vengono descritti come angeli decaduti: ma la storia degli angeli decaduti non c’è esplicitamente nella Bibbia: ce ne è solo un accenno nella lettera di Giuda: “Gli angeli che non conservarono la loro dignità ma lasciarono la propria dimora, egli li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno” (Gd 5-6).

Qualcuno asserisce che questi demoni sarebbero i figli di Dio che si sposarono con le figlie dell’uomo (Gen 6). Comunque, al tempo di Gesù, Satana, che all’inizio accusava Israele perché innamorato della Legge, è percepito come il nemico dell’uomo, colui che tenta Israele, che gode nel vedere Israele in difficoltà.

Nel capitolo 3 della Genesi si legge: “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio” (Gen 3,1). Questo capitolo è debitore di molti dei suoi simbolismi a miti e saghe orientali, in cui il serpente è in essi spesso collegato con le forze del male. Esso rappresenta i mostri primordiali creati da Tiamat nel racconto babilonese della creazione, il Drago marino (Mus-a-ab-ba), nemico del Dio creatore, che divora animali e  uomini; oppure Id Sahara-an, il Grande Fiume tortuoso che con  le sue piene distrugge le coltivazioni e gli insediamenti umani; o le forze sotterranee venerate presso i Cananei. Per i Greci è il serpente che, succhiando il sangue del Toro-Mitra, prosciuga ogni vegetazione estiva. Il serpente, il cui morso è letale e che abita nei buchi della terra, fu sempre  collegato con le divinità della morte: così nell’epica sumerica di Ghilgamesh è il serpente che ruba per invidia all’eroe la pianta della vita; per gli Egizi è simbolo della maga Isis, l’avvelenatrice, e compare come cobra femmina, con il disco solare, sull’Uraeus che il Faraone porta in fronte, per indicare la potenza reale che annienta con il veleno e il solleone tutti i nemici. Ma questo animale fu soprattutto messo in relazione con la magia, l’occultismo: lo stesso termine nachash usato in Gen 3,1 e che solo qui compare, indica in ebraico anche la “divinazione”, proibita come idolatria in Israele (Lev 19,26.31; Dt 18,10-14…); un antico codice ittita afferma: “Se un uomo libero uccide un serpente dicendo il nome di un altro, dia una mina d’argento, ma se è uno schiavo deve morire”, indicando come il serpente entrava nei rituali di magia nera.

Ma per la Bibbia non è una divinità, un principio metafisico del male: si afferma subito con forza che è una delle chajjat hassadeh, “bestie selvatiche” (3,1: cfr 2,19.20), un animale, una creatura. Anche il genere letterario di questo testo non ci permette di farne una lettura teologica sulle origini del male: è piuttosto una saga eziologica per spiegare come mai tra tanti animali considerati “cosa buona” ve ne sia uno da sempre e da tutti (e soprattutto… dalle donne, cfr Gen 3,15!) considerato schifoso e immondo. “Con questa rappresentazione il male è demitizzato, è dedivinizzato, è rappresentato in un «essere del campo», che appartiene cioè alla realtà delle cose che non sono in Dio; ma è un essere che si distingue per la sua «astuzia», che esercita una potenza e una forza di seduzione, che rappresenta una dominante. Esso possiede un’intrinseca malizia che esercita attraverso la tentazione agendo nell’ambito del creato: non è una divinità concorrente con Dio… Se il serpente, il male, è presentato, non è però spiegato: è presenza improvvisa, ma come naturale, è già là, precede l’uomo” (E. Bianchi).

Il serpente, come tenterà di esplicitare la speculazione extrabiblica giudaica e cristiana sugli angeli decaduti, è creatura che liberamente usa della propria libertà contro la Parola di Dio: è l’opposizione alla Parola, la possibilità di dire ad essa di no, che la donna e l’uomo conoscono da sempre, e con cui pertanto parlano subito con familiarità: è l’eventualità della disobbedienza a Dio, che sarà presente ad ogni uomo, ed anche a  Gesù, che sperimenta satana nella tentazione (Mc 1,12-13).

E per questo che  “il serpente antico” (Ap 12,9.14; 20,2) sarà chiamato “diavolo” (Sap 2,24; Mt 4,1.5.8; 25,41; Lc 8,12; Gv 6,70; 8,44; 13,2…), il divisore, dal greco “dia-ballo”, dividere, colui che ci separa da Dio e quindi tra di noi: i demoni sono i divisori, perché sono coloro che dividono l’uomo da Dio, dividono gli uomini fa di loro e dividono l’uomo all’interno di se stesso. Cioè sono la causa delle nostre schizofrenie, delle nostre divisioni interiori, delle nostre angosce, delle nostre ansie. Se noi notiamo, spesso nel Nuovo Testamento i demoni sono descritti in termini collettivi: “Uscirono da lui sette demoni” (Mc 16,9; Lc 8,2); “Come ti chiami?”, Gesù chiede a un demone; e gli viene data per risposta il nome “Legione”, che significa “gruppo” (Mc 5,9.15; Lc 8,30). Le forze del male sono in noi causa di fratture interne, di ansia, di schizofrenia.

Le lettere ebraiche hanno un valore numerico, come i numeri romani (L vale cinquanta, X vale 10, ecc.). Il nome “Satana”, scritto in ebraico, equivale al numero 364, che sono i giorni dell’anno meno uno, il giorno del Kippur o festa dell’espiazione, per intendere che tutta la nostra vita, tutta la nostra realtà, sono sotto questo segno dei male.

Gesù, prendendo la cultura del suo tempo, vede come preda di queste forze del male, simboleggiate dalle figure dei demoni, i malati, che spesso verranno chiamati indemoniati: cioè sono persone che subiscono questo influsso delle forze malefiche. Sono definiti spiriti impuri, perché sono contrari a Dio: Dio è sacro, Dio è il Santo, e ciò che non è Santo non è puro e perciò lontano da Dio.

Le Chiese riformate hanno sempre interpretato i demoni solamente in senso simbolico. La Chiesa Cattolica, sulla base di questi brani, ha sempre proposto l’esistenza di questi demoni come persone reali. Ma, ricordiamoci bene, sono delle realtà subordinate: non diamo loro molto spazio! Anche noi siamo satana: quando siamo contro Dio, quando noi pecchiamo, quando noi invece di dare il buon esempio diamo il cattivo esempio, facciamo la stessa cosa che fa il demonio.

Non è una forza occulta con chissà quale forza tremenda: è una bestiaccia, come dice Genesi una delle bestie della selva, ed è assolutamente vinta dalla Risurrezione del Signore. Il grande annuncio del Vangelo è che Gesù è venuto  a portare i demoni a rovina (Mc 1,24): egli è “il più forte” che viene a distruggere la loro forza, e ciò è segno “che è giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,14-22). Dunque, in una civiltà come quella attuale, dove si crede alle fattucchiere, ai maghi, alle “messe nere” e a storie di questo genere, bisogna riaffermare con forza che la religione cristiana non è la religione del demonio, ma che è la religione di Gesù Cristo, Figlio di Dio che, morendo sulla Croce e risorgendo, vince definitivamente il male, la malattia, il peccato, la morte.

Gesù con le fiere

Gesù veramente fa esperienza delle difficoltà degli uomini. Gesù è tentato, e per tutta la vita sarà continuamente tentato, ma superando la tentazione egli è il nuovo Adamo, l’uomo compiuto.

“Gesù stava con le fiere e gli Angeli lo servivano”: stare con le fiere è segno dell’Avvento del Regno Dio: in Is 65,25 si legge: “«Il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue, ma il serpente mangerà la polvere, non faranno né male né danno in tutto il mio santo monte», dice il Signore”.

Come Adamo nel Paradiso terrestre stava con le bestie feroci, e in pace conviveva con esse, così qui Gesù è l’Adamo perfetto: per descriverlo l’Evangelista ci dice che Gesù, come Adamo in Paradiso, sta con le bestie feroci e con gli Angeli.

  Carlo Miglietta

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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