Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 22 Novembre 2020

C

DIO VUOLE ESSERE AMATO NEL POVERO

Il “pallino di Dio” della predilezione dei poveri trova nella Scrittura un’espressione del tutto peculiare. Al Dio biblico non interessa tanto essere onorato per se stesso, non ama culti e liturgie; Dio ha una grande passione: essere amato nei fratelli. Il prossimo deve essere amato perché qualunque cosa fatta o non fatta a lui è fatta o non fatta a Dio. Questa misteriosa identificazione è proposta con forza come metro nei rapporti sociali: “Chi opprime il povero offende il suo Creatore, chi ha pietà del misero lo onora” (Pr 14,31); “chi deride il povero offende il suo Creatore” (Pr 17,5). 

Nel Nuovo Testamento viene ribadito che il Signore si identifica con l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato, il carcerato: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me…; ogni volta che non avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46); “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4,20-21). A Saulo che va a perseguitare i cristiani di Damasco, Gesù dice: “Perché mi perseguiti?” (At 9,4), identificandosi personalmente con gli oppressi.

Mirabile è la pagina che, su questo tema, Agostino (354-430), il santo vescovo di Ippona,  scrive, commentando il diniego del giovane ricco a dare i suoi beni ai poveri (Lc 18,18-23): “Forse se il Signore avesse chiesto espressamente al giovane ricco di affidare a lui, Maestro buono, direttamente, i propri averi, avrebbe anche accettato…; ma ha sentito l’invito a dare ai poveri… e così è rimasto perplesso, confuso. Nessuno esiti a dare ai poveri; nessuno pensi che a ricevere sia colui di cui vede la mano. In realtà riceve colui che ha dato ordine di donare”  (cfr Sermo 86,2,2; 3,3: PL 38,524, citato da A. Persic, in AA.VV., Per foramen acus, Il Cristianesimo antico di fronte alla pericope evangelica del “giovane ricco”, Vita e Pensiero, Milano, 1980, pg. 483).

Dice Clemente Alessandrino (150-215): “Se qualcuno ti appare povero o cencioso o brutto o malato…, non ritrarti indietro…; dentro a questo corpo abitano in segreto il Padre e il Figlio suo che per noi è morto e con noi è risorto” (Quis dives, c. 33).

Quando il grande filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662) fu in punto di morte -ci racconta la sorella Gilberte nella “Vita di Pascal”-, non potendo comunicarsi, chiese che gli fosse portato innanzi un povero, per venerare in lui Cristo stesso. I poveri sono sacramento di Dio, sono Dio presente nel mondo.

[…]

“NON CHI DICE: <<SIGNORE, SIGNORE!>>…”

Per la salvezza Gesù quindi non richiede soltanto un’adesione formale a lui. La sequela del Maestro implica opere concrete di giustizia e di amore. Come esorterà Giovanni: “Figlioli, non amiamo a parole nè con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3,18). Il messaggio di Gesù in tal senso è chiarissimo.

Non basta una religiosità esteriore, meramente cultuale. Gesù “passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: <<Signore, sono pochi quelli che si salvano?>>. Rispose: <<Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori>>” (Lc 13,22-30).

Non basta neppure fare miracoli o profetare in nome di Cristo: occorre fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a noi: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano…! Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere. Non chiunque mi dice: <<Signore, Signore>>, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: <<Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?>>. Io però dichiarerò loro: <<Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità>> (Mt 7,12-23).

E il portare buoni frutti e l’operare la giustizia significano l’attenzione concreta e fattiva verso i bisognosi. Dirà in proposito Giacomo: “Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: <<Amerai il prossimo tuo come  te stesso>>, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un  peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori…  Il giudizio sarà senza  misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia  invece ha sempre la meglio nel giudizio. Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: <<Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi>>, ma non  date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se  non ha le opere, è morta in se stessa. Al contrario uno potrebbe  dire: <<Tu hai la fede ed io ho le opere>>; mostrami la tua fede senza le  opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza  calore? Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le  opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne  perfetta e si compì la Scrittura che dice: <<E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia>>, e fu chiamato amico di Dio. Vedete  che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base  alla fede. Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via? Infatti come il corpo senza lo spirito è  morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,8-26).

Per salvarsi non basta quindi la sola fede: la contraddizione tra la “salvezza per fede” di cui parlerà Paolo (Ef 2,8; Rm 3, 28; 4,2)  e la “necessità delle opere” sostenuta da Giacomo (Gc 2,14-26) è solo apparente. Non c’è opposizione tra i due: Agostino così afferma: “Ille (Paolo) dicit de operibus quae fidem praecedunt, iste (Giacomo) de iis, quae fidem sequuntur” (“Paolo parla delle opere che precedono la fede, Giacomo di quelle che conseguono alla fede”). Certamente non occorrono per la salvezza le opere delle Legge, basta Gesù Cristo: “Indipendentemente dalla Legge si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai profeti” (Rm 3,21). Ma al contempo aderire a Cristo è poter dire: “Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20); e l’uomo nuovo che si realizza in Cristo produce il frutto dello Spirito, l’agape, la carità (1 Cor 13). Si potrebbe evitare subito ogni apparente contraddizione tra Paolo e Giacomo se quando Giacomo afferma: “la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26), si sostituisce, nella comprensione, alla parola “opere” il termine “frutti”: “la fede senza frutti è morta”.

“La giustificazione per sola fede è, nel concetto di Paolo, un dato assoluto non meno della giustificazione per le sole opere… Proprio la grazia della giustificazione abilita l’uomo ad assolvere <<l’esigenza giuridica della legge>> (Rm 8,4: cfr in generale i capitoli 6-8). Il cristiano deve essere quindi consapevole che tutto viene dalla fede, ma che tutto dipende anche dalle opere. Per l’Apostolo insomma la giustificazione per la fede e il giudizio divino secondo le opere si compongono in unità nell’agire divino. L’unità di giudizio e di grazia si manifesta concretamente in questo, che Gesù Cristo è insieme colui che giudica e colui che salva dal giudizio” (P. Altahus, La Lettera ai Romani, Paideia, Brescia, 1970, pg. 49).   

Gesù afferma a proposito della peccatrice: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7,47). Infatti, dirà Pietro, “la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). Anzi, secondo la parola di Gesù, tanti si salveranno solo perchè avranno aiutato i poveri anche senza conoscere il Cristo: “Ogni volta che avete fatto una di queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me” (Mt 25,40). Così come non avranno accesso alla salvezza molti che, pur non conoscendolo, non lo avranno servito nei bisognosi e nei sofferenti (Mt 25,44-46).

[…]

I POVERI SARANNO I NOSTRI GIUDICI IN PARADISO

L'”esame di ammissione” per entrare in Paradiso verterà su di un’unica domanda: avremo dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, casa agli immigrati, vestiti agli ignudi, cure agli ammalati, solidarietà ai carcerati (Mt 25,31-46)?

Scrive Giovanni Crisostomo: “Il padrone e artefice dell’universo dice: <<Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare>> (Mt 25,42)… Il tuo Signore è là fuori, morente di fame, e tu ti abbandoni ai peccati di gola! E non soltanto questo è terribile, ma il fatto che, abbandonandoti all’ingordigia, tu lo disprezzi tranquillamente, mentre veramente è poco ciò che ti chiede: un pezzo di pane per placare la fame. Lui va in giro intirizzito di freddo, tu ti vesti di seta e non lo guardi neppure, né gli dimostri compassione, ma anzi tiri diritto spietatamente. Quale perdono può meritare una simile condotta?” (J. de S. Ana).

E Basilio: “Cosa risponderai al Giudice, tu che rivesti i muri e non vesti gli uomini? Tu che orni i cavalli e respingi il fratello coperto con miseri stracci? Tu che lasci marcire il grano e non dai da mangiare all’affamato? Tu che sotterri l’oro e non ti preoccupi di chi è strozzato dai debiti?”.

Non solo Cristo si identifica nei poveri, ma essi saranno i giudici di tutti gli uomini: saranno loro che accoglieranno o no nel Regno. Gesù lo sottolinea nella parabola dell’amministratore disonesto: “So io cosa fare – pensa l’amministratore – perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua” (Lc 16,4): e la “casa” dei poveri della parabola, precisa poi Gesù, sono proprio “le dimore eterne”: “Ebbene, io vi dico: <<Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne>>” (Lc 16,9). “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi; e sarai beato, perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla resurrezione dei giusti” (Lc 14,12-14).

Scrive Clemente Alessandrino: “Ricevendo poche cose quaggiù, il povero ti renderà lassù abitatore del Regno insieme con sé per tutta l’eternità. Pregalo perché accetti. Affrettati, lotta, temi che egli rifiuti: giacché non è lui che ha avuto l’ordine di ricevere, bensì tu che hai avuto l’ordine di dare” (Quis dives salvetur, 32,4-6: GCS 17,181).

E Cirillo: “Che cosa vuole dunque Cristo che (i ricchi) facciano? Finché sono in questo mondo, anche se non volessero distribuire tutta la loro ricchezza ai poveri, che almeno si procurino amici con una parte di essa e molti testimoni della loro misericordia, cioè coloro che essi hanno beneficato, così che quando li abbandoni la ricchezza terrena abbiano un posto nelle loro tende. Giacché non è possibile che chi ama i poveri possa restare senza ricompensa”. E invita ad usare “una sorta di artificio, così da guadagnare quelle cose in forza di amici che a titolo speciale sono vicini a Dio, dando loro qualche porzione della propria ricchezza e confortando i molti afflitti dalla povertà, così da potere spartire ciò che è loro” (Comm. in Luc., hom. 108: PG 72,813 A).

Ci ammonisce Basilio: “Cosa dirai a tua difesa quando le vittime, circondandoti, grideranno contro di te davanti al Giudice giusto? Cosa farai? Quali avvocati pagherai? Quali testimoni produrrai? Penserai di corrompere il Giudice incorruttibile?… Non saremo accompagnati dai nostri adulatori, dal nostro denaro, dal fasto del nostro grado. Là tu sarai senza amici, privo di appoggi, senza difensori e senza scuse… Dovunque volgerai lo sguardo, vedrai le immagini della tua malvagità: orfani che piangono, vedove che gemono, poveri…, servi…, tutti insorgeranno contro di te”. “Non trascuriamo di avere, ancora oggi, sotto i nostro occhi i Lazzari che giacciono alle porte (cfr Lc 16,19-31): non neghiamo loro, perché possano saziarsi, le briciole delle nostre mense; non imitiamo quel ricco spietato, per non finire come lui tra le fiamme dell’inferno. Invocheremo allora anche noi Abramo e quanti sono vissuti rettamente, senza però ottenere alcun beneficio dalle nostre grida: <<Nessuno può riscattare se stesso>> (Sl 49,8). Ognuno di quelli, da noi invocato, ci dirà: <<Non implorare pietà tu che l’hai ignorata nei riguardi degli altri; non aspirare a cose più grandi tu che ti sei astenuto da quelle più piccole. Goditi i beni che hai accumulato durante la vita. Ora piangi, tu che allora non hai avuto compassione nel vedere il fratello che piangeva>>”. “Le ricchezze, saggiamente abbandonate da coloro che le offrono, non vanno in rovina, ma sono messe in salvo, per così dire, su navi più sicure, cioè nel ventre dei poveri. Così raggiungono i porti di destinazione e sono ben custodite. Per quelli che le hanno gettate via non costituiscono più un pericolo, ma un onore! Votiamoci, dunque, all’amore per il prossimo e, se vogliamo un utile profitto, distribuiamo il carico delle ricchezze a molti, i quali lo solleveranno con gioia per deporlo in magazzini sicuri, cioè nel seno del Signore <<dove né tignuola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano e non rubano>> (Mt 6,20)”. E ancora: “Pensa di avere due figlie: la prosperità terrena e la vita celeste. Se non vuoi dare tutto alla migliore, dividi almeno a metà tra la figlia intemperante e quella assennata. Quando sarai davanti a Cristo, al cospetto del Giudice, non mostrare questa vita colma di ricchezze, e spoglia, o coperta di cenci, l’altra, quella che ha sembianze di una sposa e che si ottiene vivendo secondo la virtù. Non presentare allo Sposo una sposa disadorna e deforme affinché egli, dopo averla vista, non volga lo sguardo altrove, quasi la detesti e rifiuti di abbracciarla. Falle indossare una veste decorosa e custodiscila così fino al giorno stabilito delle nozze in modo che lei, insieme con le vergini sagge (cfr Mt 25,1-13), accenda la lampada inestinguibile della prudenza, che si alimenta con l’olio delle buone azioni”.

I cristiani, quando fanno festa, si circondano degli  ultimi? Sono questi i loro migliori amici? E i loro banchetti eucaristici, le loro liturgie, sono frequentate dai poveri o dal solito giro di “gente bene”? Eppure saranno i poveri i “portinai” del Paradiso…

Scriveva monsignor Tonino Bello: “Non ci si può permettere i paradigmi dell’opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti d’accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze” (A. Bello, Sui sentieri di Isaia, Luce e Vita insieme, Molfetta, 1989, pg. 90).

[…]

A FIANCO DEI POVERI

Alla sequela del suo Signore, il discepolo dovrà quindi lottare contro la povertà, l’ingiustizia, l’emarginazione. Dovrà dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi (Mt 25,34-37), con intervento concreto (Gc 2,15-16). Importante è l’accoglienza del forestiero: “Ero forestiero e mi avere ospitato” (Mt 25,35); “Siate premurosi nell’ospitalità” (Rm 12,13); “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri” (1 Pt 4,9); “Non dimenticate l’ospitalità” (Eb 13,2). Inoltre “ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale” (Eb 13,3): e non si deve stare a vedere se sono in prigione a torto o giustamente, ma a tutti indistintamente deve andare la nostra preoccupazione: “ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). Così sono da soccorrere gli anziani, come ricorda Gesù che accusa di empietà e di ipocrisia chi destina al tempio quanto dovrebbe servire per aiutare i genitori (Mt 15,3-6); e Paolo aggiungerà: “Se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio” (1 Tm 5,4.8). Particolare rispetto va ai bambini: “Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli…, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina…, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18,5-6; 19,13-15; Mc 9,36-37…). Inoltre nel comportamento dei discepoli dovranno esserci elementi fortemente innovativi riguardo alla condizione femminile: ormai in Gesù, il Rabbi che ha delle donne al seguito (Lc 23,55), che parla da solo con la Samaritana (Gv 4), che si lascia toccare dalla peccatrice (Lc 7,37-38) e dall’emorroissa (Mc 5,25-34), “non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno” (Gal 3,28).

Da: C. MIGLIETTA, CONDIVIDERE PER AMORE. La chiamata dei cristiani alla povertà, Gribaudi, Milano, 2003, con prefazione di Arturo Paoli

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

Top