Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 28 Agosto 2022

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Da “Chiesa per i poveri” a “Chiesa dei poveri”

Afferma Papa Francesco: “L’opzione preferenziale per i poveri è al centro del Vangelo. E il primo a farla è stato Gesù. Lui, essendo ricco, si è fatto povero per arricchire noi. Si è fatto uno di noi e per questo, al centro del Vangelo, al centro dell’annuncio di Gesù c’è questa opzione. Cristo stesso, che è Dio, ha spogliato sé stesso, rendendosi simile agli uomini; e non ha scelto una vita di privilegio, ma ha scelto la condizione di servo (cfr Fil 2,6-7). Annientò sé stesso facendosi servo. All’inizio della sua predicazione, ha annunciato che nel Regno di Dio i poveri sono beati (cfr Mt 5,3; Lc 6,20). Stava in mezzo ai malati, ai poveri, agli esclusi, mostrando loro l’amore misericordioso di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2444). E tante volte è stato giudicato come un uomo impuro perché andava dai malati, dai lebbrosi, che secondo la legge dell’epoca erano impuri. E Lui ha rischiato per essere vicino ai poveri”.

La Chiesa è quindi fedele alla missione del suo Fondatore solo se, come diceva monsignor Helder Camara, si fa “serva e povera, e serva dei poveri”; e il profetico vescovo di Recife e Olinda aggiungeva: “La Chiesa sia serva come Cristo, affinché non offra al mondo lo scandalo di una Chiesa forte e potente che si fa servire”. Come scriveva Paolo VI: “Chiesa, abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte e amorosa verso Cristo”. Anche Benedetto XVI auspicava una “Chiesa povera e libera. Così deve essere la Comunità Ecclesiale per riuscire a parlare all’umanità contemporanea” e soprattutto per essere fedele al suo Signore.

Ma siamo chiamati ad un passo ulteriore. Spesso siamo una Chiesa “per i poveri”: è la benemerita azione di tanti Religiosi, Religiose e laici nelle varie Caritas, Misericordie, Centri d’ascolto, Gruppi di volontariato, Centri di accoglienza, ecc.

Ma occorre che diventi, come diceva Papa Giovanni XXIII, “Chiesa dei poveri”: “La Chiesa è la Chiesa di tutti, ma oggi più che mai è la Chiesa dei poveri”. Una Chiesa dove i poveri non siano solo i beneficati, i destinatari della carità di alcuni. Ma dove siano i protagonisti. Dove siano membri del Consiglio Diocesano e di quello Parrocchiale, animatori della Liturgia e della Catechesi, corresponsabili delle iniziative caritative. Dove si sentano attori, a casa loro, pienamente integrati in ogni ordine e grado della comunità. 

È uno dei più angoscianti drammi della Chiesa di oggi che i poveri non vedano in essa la luce, il conforto, la speranza: che le nostre Chiese non rigurgitino di poveri, che tutti gli emarginati e i sofferenti non accorrano nelle nostre comunità per trovarvi accoglienza, redenzione, liberazione, integrazione. “I poveri appartengono alla comprensione della vera natura della Chiesa…, ma la Chiesa non riconosce se stessa nei poveri, e i poveri non riconoscono Cristo nella Chiesa. Ma questa è una situazione di identità perduta, di auto-alienazione per la Chiesa, una situazione in cui la Chiesa non è interamente Chiesa. La Chiesa che non è Chiesa dei poveri mette seriamente a repentaglio il suo carattere ecclesiale. Perciò questo diventa un criterio ecclesiologico” (J. de S. Ana).

Papa Francesco afferma che la frase di Gesù: “I poveri li avete sempre con voi” (Mc 14,7) “sta a indicare anche questo: la loro presenza in mezzo a noi è costante, ma non deve indurre a un’abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgere in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone «esterne» alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere…  Si sa che un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia. Insomma, i credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono sacramento di Cristo, rappresentano la sua persona e rinviano a Lui”.

E questo senza neanche guardare le loro qualità morali, come ci insegna il Signore nella parabola del ricco e di Lazzaro, in cui Gesù pone all’inferno il ricco solo per l’abbondanza dei suoi beni, e Lazzaro “nel seno di Abramo” solo perché povero in terra, indipendentemente dalle loro disposizioni interiori. Il ricco anzi pare persino… un uomo pio, che nei tormenti infernali si preoccupa della salvezza dei suoi fratelli, e che implora per essi una rivelazione più chiara sull’uso delle ricchezze. Ma è dannato perché ricco: ciò scandalizzò a tal punto Girolamo che nella Vulgata si permise di aggiungere autonomamente “ma nessuno gliene dava” al versetto che descrive il desiderio di Lazzaro di partecipare ai beni del ricco (Lc 16,21), tanto per attribuire al ricco almeno la colpa della sua insensibilità ai miseri.

Dice a proposito Papa Francesco: “In questo contesto fa bene ricordare anche le parole di San Giovanni Crisostomo: «Chi è generoso non deve chiedere conto della condotta, ma solamente migliorare la condizione di povertà e appagare il bisogno. Il povero ha una sola difesa: la sua povertà e la condizione di bisogno in cui si trova. Non chiedergli altro; ma fosse pure l’uomo più malvagio al mondo, qualora manchi del nutrimento necessario, liberiamolo dalla fame… L’uomo misericordioso è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi; siano essi malfattori, buoni o siano come siano quelli che si trovano in pericolo, il porto li mette al riparo all’interno della sua insenatura. Anche tu, dunque, quando vedi in terra un uomo che ha sofferto il naufragio della povertà, non giudicare, non chiedere conto della sua condotta, ma liberalo dalla sventura» (Discorsi sul povero Lazzaro, II, 5)”.

Diventare amici dei poveri

Un altro passo di conversione ci è richiesto, forse il più difficile: non solo aiutare i poveri, ma farseli amici. Ci dice infatti il Signore: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9); “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi; e sarai beato, perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla resurrezione dei giusti” (Lc 14,12-14). 

Ci è quindi richiesta non solo la condivisione economica, ma l’affetto, il farli partecipi della nostra vita, della nostra famiglia, del nostro gruppo e della nostra comunità. 

Quando facciamo una festa, ci circondiamo degli ultimi? Sono loro i nostri migliori amici? E i nostri banchetti eucaristici, le nostre liturgie, sono frequentate dai poveri o dal solito giro di “gente bene”? Eppure saranno i poveri i “portinai” del Paradiso, che ci “accoglieranno o no nelle dimore eterne”…

È questo il punto più faticoso: se diventi amico di un povero, ti carichi di tutti i suoi problemi, non sei tranquillo finché non glieli hai risolti, e magari lui non è nemmeno simpatico, né riconoscente: magari è pretenzioso, arrogante, ti stressa ad ogni ora del giorno e magari anche di notte, ti tratta male se gli dai dei consigli che non gli piacciono, o se non riesci a trovare il modo di aiutarlo…

Ci ammonisce Papa Francesco: “Facciamo nostre le parole accorate di Don Primo Mazzolari: «Vorrei pregarvi di non chiedermi se ci sono dei poverichi sono e quanti sono, perché temo che simili domande rappresentino una distrazione o il pretesto per scantonare da una precisa indicazione della coscienza e del cuore… Io non li ho mai contati i poveri, perché non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano». I poveri sono in mezzo noi. Come sarebbe evangelico se potessimo dire con tutta verità: anche noi siamo poveri, perché solo così riusciremmo a riconoscerli realmente e farli diventare parte della nostra vita e strumento di salvezza”.

Carlo Miglietta

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