Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 29 Novembre 2020 – Prima domenica di Avvento

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Il brano evangelico che apre il ciclo in preparazione al Natale del Signore nell’Anno B è la conclusione del capitolo 13 (vv. 33-37), la piccola apocalisse di Marco, in cui predominano i termini “stare attenti” e “vegliare”. Come sempre l’Avvento, che ci prepara alla celebrazione della venuta nella carne di Gesù, inizia il percorso con uno sguardo verso il futuro, ossia verso il ritorno glorioso del Cristo risorto alla fine del tempo. L’invito pressante rivoltoci in questa prima domenica è allora quello di vegliare, perché “quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13,32).

Il testo

“Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento” (v. 33): predomina l’imperativo “vegliate” (agrupteite), ripreso praticamente ad ogni versetto (3 volte), che presenta chiari rimandi anche al racconto della passione (vedi Mc 14,34.37.40). La parola greca (agrypnéo) indica uno che pernotta in aperta campagna, attento al più impercettibile rumore, per evitare che il raccolto venga rubato o il campo danneggiato da qualche furfante. E’ formato da agreo che vuol dire “cacciare” e ipnos che vuol dire “sonno”. Ora chi caccia il sonno, nella notte, è ben sveglio, desto. Il verbo vuol dire “essere senza sonno, vegliare, sorvegliare”. Nel versetto 33 il verbo vegliare è in coppia con l’altro verbo tipico di questo capitolo: “Fate attenzione”, “State in guardia” (blepete), che pure ricorre 3 volte (vv. 5.9.23). E’ non lasciarsi distrarre dal proprio compito essenziale – quello della sentinella o del portiere – che è appunto… vigilare.

Ecco la piccola parabola (in coppia con quella del fico che occupa i vv. 28-29 dove l’attenzione è posta sui segni dei tempi); qui abbiamo un racconto per alcuni versi vicino all’incipit della parabola dei talenti di Matteo (Mt 25,14-15) o delle monete d’oro in Luca (Lc 19,12-13), ma con un diverso intento. Poiché il padrone ha dato un compito preciso a ciascun servo ognuno deve stare attento per poter ricevere un giudizio positivo al suo ritorno.

L’accenno al portinaio ha un richiamo verbale al v. 29 dove si parla del giudice che è alle porte, e inoltre ci riporta il verbo “vegliare”, parola chiave del nostro piccolo brano. Il v. 35 riporta le diverse veglie in cui i romani dividevano la notte, corrispondenti ai turni di guardia; il padrone di casa nel contesto di Marco potrebbe identificarsi con il Figlio dell’uomo, e il suo ritorno con il tempo del giudizio finale. Anche l’affermazione finale: “Non vi trovi addormentati”, ha un significativo rimando al racconto della passione (Mc 14,37.40.41) dove i discepoli si addormentano.

Il potere di servire

Il padrone, partito per un viaggio, ha affidato potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito. Il servo svolge un ruolo di supplenza, di luogotenente. Abbiamo la responsabilità di questa supplenza, di essere come lui servi, dono, amore incondizionato, oblazione per gli altri.

Con questa conclusione è esplicitata la portata universale dell’invito ad essere vigilanti (invito che caratterizza anche il discorso della passione: 14,34.37.38) ed è una sintesi dell’atteggiamento etico che emerge dal discorso escatologico di Marco. Tutto questo vale anche per noi cristiani di oggi, chiamati a tenere viva la speranza e il riferimento al ritorno glorioso di Gesù Signore e a vivere con impegno il nostro presente.

Vigilare

“A tutti dico: Vegliate!”. Sono le ultime parole di Gesù prima della sua passione; non sembra esagerato considerarle il suo testamento spirituale, riportato nel vangelo di Marco. Infatti, come secondo il vangelo di Giovanni il testamento di Gesù si può riassumere nel richiamo all’unità tra i credenti, in forma di supplica ardente al Padre “perché tutti siano uno”, così l’ultimo grande discorso di Gesù, riportato da Marco al cap. 13, il più lungo di tutto il suo vangelo, è scandito dal richiamo alla vigilanza, che ricorre come un ritornello per sei volte, di cui tre nei cinque versetti del brano odierno (vv. 5.9.23.33.35.37). Un appello tanto incalzante non è la rappresaglia di un gendarme sempre in agguato: è una supplica insistente di Gesù rivolta a noi discepoli, non certo per metterci paura, ma per esprimere la paura che lui, buon Pastore, ha di perderci. Di qui quella vibrazione di urgenza che percorre i suoi richiami pressanti alla vigilanza: “Vegliate! State attenti! Vigilate! Tenetevi pronti!”.

In una stupenda omelia sulla vigilanza (Homilia in illud “Attende tibi ipsi”), Basilio scrive: “Non cessare dunque di scrutare te stesso, se vuoi vivere secondo il comandamento. Non stare a guardare fuori di te se ti riesce di trovare qualcosa da rimproverare agli altri, come faceva quel fariseo presuntuoso e vanaglorioso che innalzava se stesso giustificandosi e disprezzava il pubblicano; non smettere di esaminare te stesso chiedendoti se hai peccato nei tuoi pensieri o se la tua lingua, più veloce del pensiero, non ha detto qualcosa di troppo, se con le opere delle tue mani non hai compiuto qualcosa al di là delle tue intenzioni. E se trovi nella tua vita un gran numero di peccati – sei uomo e dunque ne troverai di certo – ripeti le parole del pubblicano: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”.

Di fonte alla logica del mondo che ci chiama alla potenza, alla sopraffazione, alla realizzazione di sé, il credente deve quotidianamente vincere le lusinghe e le seduzioni del mondo, in una vigilanza continua per vivere la folle logica di Dio del dono, del perdono, della mitezza, del servizio.

Ciò implica una vera ascesi, un’attenzione continua, una coscienza perennemente critica.

Basilio di Cesarea termina le sue Regole morali affermando che lo “specifico” del cristiano consiste proprio nella vigilanza in ordine alla persona di Cristo: “Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene”. Non vegliamo come pigri: “Fino a quando, pigro, te ne starai a dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ dormire, un po’ sonnecchiare, un po’ incrociare le braccia per riposare” (Pr 6,10) o come il servo infingardo (cfr Mt 25,37). Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vigilate!” (Mc 13,37).

Dice Beda il Venerabile: “Gesù a tutti noi ha ordinato di vigilare. Ha ordinato a tutti noi con insistenza di custodire le porte dei nostri cuori, per evitare che in essi irrompa l`antico nemico con le sue malvagie suggestioni. Ed affinché il Signore, venendo, non ci trovi addormentati, dobbiamo tutti stare assiduamente in guardia. Ciascuno infatti renderà a Dio ragione di se stesso. Ma veglia chi tiene aperti gli occhi dello spirito per guardare la vera luce; veglia chi conserva bene operando ciò in cui crede; veglia chi respinge da sé le tenebre del torpore e della negligenza. Per questo Paolo dice: «Vegliate giusti e non peccate; e aggiunge. E` ormai il momento di destarci dal sonno» (cfr 1 Cor 15,34; Rm 13,11)” (Beda il Vener., In Evang. Marc., 4, 13, 33-37).

Talora siamo intorpiditi, massificati, condizionati dal pensiero dominante che i media ci propinano. Dicevano i Padri del deserto: “Un fratello ha detto ad un anziano: «Io non vedo lotte nel mio cuore». L’anziano gli rispose: «Tu sei un edificio aperto da tutti i lati. Chiunque entra da te, e ne esce a proprio piacimento. E tu, tu non sai ciò che accade. Se tu avessi una porta, se tu la chiudessi ed impedissi ai cattivi pensieri di entrare, allora li vedresti fermi all’esterno e combattere contro di te»”. Disse abba Arsenio: “Bisogna che ognuno vigili sulle proprie azioni per non faticare invano”.

L’attenzione è l’opposto della superficialità e della distrazione, situazioni che indeboliscono la tensione e la vivacità interiore, perché dice capacità di fissare lo sguardo su ciò che è essenziale e verso di esso restare in tensione. La vigilanza è la custodia dell’attenzione: non si può essere attenti se si è appesantiti, assonnati, se manca una sobrietà di cuore e di mente.

Ma cosa significa vigilare? Gesù stesso ce lo spiega, con alcuni accostamenti: “Vegliate e state attenti”. Essere “attenti” (adtendere, in latino, significa tendere a, essere teso verso) significa essere “pro-tesi”, “tesi-per” non essere sorpresi da una sciagura incombente. Significa essere sempre all’erta, stare di sentinella. Non è un caso che l’appello alla vigilanza si trovi, in bocca a Gesù secondo Marco, immediatamente prima del momento drammatico della passione, quando i discepoli verranno sorpresi addormentati… La gente non vuole verità o essere svegliata; la gente vuole dormire. L’addormentato dice: “E’ così, non ci posso fare niente; siamo dentro ad un sistema”. Sveglia! Non è vero! Solo che si sveglia prende in mano la sua vita.

Altro accostamento: “Vegliate e state in guardia” (cfr. Mt 24,44). Qui, nel vangelo di Marco, il richiamo allo stare sempre pronti viene reso con l’immagine del portinaio, il quale deve essere costantemente pronto ad accogliere il padrone di casa che da un momento all’altro ritornerà magari proprio di notte quando nessuno aspetta nessuno: il suo arrivo è imminente, fulmineo; perciò l’unico atteggiamento saggio e sicuro è la vigilanza.

Tanta insistenza sulla vigilanza si spiega con una duplice preoccupazione dell’evangelista: nella sua comunità ci dovevano essere dei cristiani, i quali, visto che gli anni passavano e del “giorno del Signore” non si vedeva neanche l’ombra, avevano finito per abbandonare ogni vigilanza e per adattarsi fin troppo bene a questo mondo. Altri invece erano sotto la sindrome della fine imminente e stavano sempre lì a fare calcoli e previsioni sul “quando” e sul “come”. Ai primi Gesù raccomanda: “State attenti, vigilate!”. Ma agli altri avverte: “Non è ancora la fine!”. Paradossalmente la conclusione è identica: nella grande notte del mondo, i discepoli sono posti come sentinelle.

Che cosa significa vigilare

Ma cosa significa per noi oggi vegliare, stare attenti, essere pronti?

Significa non dimenticare mai che la vita è un pellegrinaggio, non un fortunoso vagabondaggio, e neanche una più o meno piacevole gita turistica: quindi non dobbiamo mai illuderci di essere già arrivati e non possiamo mai dimenticarci della nostra meta. È lo stolto che gira in tondo! Perché il Signore viene!

Vegliare significa mantenere vivo lo spirito critico verso il pensiero del mondo, che cerca il potere e non il servire, che mette l’economia davanti ai diritti della persona, che addormenta, con i suoi miti, le critiche e le lotte per un mondo più giusto.

Significa attrezzarsi per il “santo viaggio” con un equipaggiamento leggero, con la “bisaccia del pellegrino”, munita dell’essenziale: altrimenti non ci muoveremo di tappa in tappa, ma ci sposteremo al massimo solo di poltrona in poltrona.

Vegliare significa considerare gli altri – famigliari, amici, colleghi – nostri compagni di pellegrinaggio: quindi significa amare ognuno come un fratello avuto in dono senza mai bramare di possedere alcuno come proprietà privata; significa servire tutti, ma non asservire nessuno.

Vegliare significa considerare la salute, il lavoro, il denaro, il divertimento per quello che sono: non come privilegi da difendere, ma come doni da condividere; come dei mezzi utili per il pellegrinaggio, non come le mete ultime del cammino.

Immersi nella vita di tutti i giorni rischiamo infatti di perderci in queste cose. Ti alzi, fai colazione, porti il bambino alla scuola materna, vai a lavorare, lavori e devi essere efficiente; riprendi il bambino e torni a casa. A casa poi si apre un’altra giornata: lavi, stiri, sistemi, fai la spesa, senti tua madre che ha i suoi anni, controlli i compiti dell’altro figlio, ecc. E poi: paghi le tasse, controlli il conto corrente, ti interessi dei problemi condominiali, stai attento che non ti “freghino” con le bollette, ecc. La vita sembra una corsa, una guerra, un fare, ecc. E questo ogni giorno. E se non stai attento ti addormenti, dall’essere passi al fare. Quando un uomo vende “l’essere” per “il fare, il materiale”… allora è sonno profondo.

Vegliare significa compiere il servizio che ci è richiesto, come fosse l’ultimo, ma sempre come “servi inutili”: con i fianchi cinti e le lucerne accese. E sempre pronti a ripiegare le tende per andare là dove siamo chiamati, senza accasarci mai da nessuna parte, fin quando non arriveremo al giorno beato dell’incontro definitivo.

Vegliare significa ricevere, guardare e onorare le cose che Dio ha creato “come se al presente uscissero dalle mani di Dio” (GS 35); significa pure – secondo l’ardita espressione di Lutero – non esitare a piantare un seme oggi, anche se si sapesse che il mondo finirà domani.   Significa guardare al futuro non come a un fato incombente e implacabile, né come a un destino fortuito, volubile e capriccioso; significa sperare che la sofferenza, la malattia, la morte e tutte le catastrofi, naturali o sociali, non siano l’ultima parola della storia.

Dal sonno profondo o ci si sveglia o si muore. Terribile è vivere una vita dormendo. La vigilanza è al prezzo di una lotta contro se stessi: il vigilante è il resistente, colui che combatte per difendere la propria vita interiore, per non lasciarsi trascinare dalle seduzioni mondane, per non farsi travolgere dalle angosce dell’esistenza, insomma, per unificare fede e vita e per mantenersi nell’equilibrio e nell’armonia; vigilante è colui che aderisce alla realtà e non si rifugia nell’immaginazione, nell’idolatria, che lavora e non ozia, che si relaziona, che ama e non è indifferente, che assume con responsabilità il suo impegno storico e lo vive nell’attesa del Regno che verrà.

Così il vigilante diviene non solo uomo sveglio, che si oppone all’uomo addormentato, intontito, che ottunde i suoi sensi interiori, che rimane alla superficie delle cose e delle relazioni, ma diviene anche uomo di luce e capace di irradiare luce.

L’intenzionalità del tempo di Avvento è far sì che il credente rinvigorisca la consapevolezza che la vita cristiana è un cammino che tende alla venuta ultima del Salvatore. “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante”: questo apoftegma di abba Poemen, un Padre del deserto, esprime bene l’essenzialità che la vigilanza riveste nella vita spirituale cristiana.

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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