Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 6 Marzo 2022

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LE TENTAZIONI DI GESU’

Illuminante e paradigmatico, riguardo allo stile di vita del Maestro, è il racconto delle tentazioni in Luca (Lc 4,1-13). Gesù, nel battesimo, ha compreso di essere “il Figlio prediletto” del Padre (Lc 3,22): come ora vivere questa missione? Gesù ha davanti a sé la tentazione del miracolistico: “Se tu sei il Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane!” (Lc 4,3); ha la tentazione della potenza: “Ti darò tutta la potenza e la gloria di questi regni” (Lc 4,5); ha la tentazione degli “effetti speciali”: “Se tu sei il Figlio di Dio buttati giù; sta scritto infatti: «Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano», e anche: «Essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra»” (Lc 4,9-11). Davanti a Gesù (Lc 4,1-12) c’è invece la proposta di Dio già espressa nel Deuteronomio: “Non di solo pane vive l’uomo” (Dt 8,3); “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai, lui solo adorerai” (Dt 6,13); “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Dt 6,16).

Gesù risponde con la completa fiducia nel Padre al punto da non pretendere da lui nessun segno; egli ribadisce l’assoluto primato di Dio; ma soprattutto sceglie lo stile di Dio, che non è atteggiamento di potenza, ma di amore. Il Dio che per creare l’uomo ha accettato di farsi “Altro” da lui, il Dio che lascia l’uomo libero anche di sbagliare, il Dio “che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45), non è il Dio del dominio, ma del servizio.

Lo stile di Gesù sarà proprio questo: farsi servo, umiliarsi (Fil 2,7), fino a lavare i piedi ai suoi discepoli, facendo per loro il gesto dello schiavo (Gv 13), senza nulla pretendere, ma solo donando, fino ad immolare la propria vita per i suoi amici (Gv 15,13), fino allo scandalo di morire crocifisso (1 Cor 1,18; Gal 5,11). Icona di questa sua dimensione è il suo ingresso a Gerusalemme su un umile asino, realizzando l’oracolo di Zaccaria: “Dite alla figlia di Sion: «Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma»” (Mt 21,5; cfr Zc 9,9).

L’esempio di Gesù mette quindi in crisi ogni ideologia, anche nella Chiesa, di far conto sui beni economici, anche a fin di bene; di accettare compromessi o concordati con i vari potentati, anche se per nobili scopi; di cercare la piazza, le manifestazioni grandiose, le prove di forza, gli strumenti di potere di ogni tipo, fosse anche per annunciare il Regno. La povertà di Gesù è segno della potenza divina, e che la salvezza viene da Dio e non da mezzi umani; inoltre è annuncio ai poveri che Dio capisce la loro condizione, perché nel Figlio l’ha provata, l’ha condivisa, l’ha presa su di sé.

“NON CI ABBANDONARE ALLA TENTAZIONE”   

La “tentazione” è certamente un tema costante nella Bibbia: poiché l’amore è un atto libero, è “voler” bene, si può sempre dire di no all’alleanza proposta da Dio, si può sempre rifiutare la sua offerta. La possibilità di dire di no a Dio, di cercare altrove che in lui ciò che per l’uomo è bene e felicità, è presente fin dall’esperienza di Adamo ed Eva (Gen 3), di Abramo (Gen 22,1-19), di Giobbe (Gb 1,9-12; 2,4-6), dell’intero Israele (Dt 8,2-5). La tentazione fa parte del nostro essere liberi (Gdt 8,25-27): è la conseguenza del nostro essere “a immagine e somiglianza” di Dio (Gen 1,26), capaci di amore e quindi di atti volontari. In questo senso Dio ci “manda” la tentazione: ci ha dato cioè la possibilità di rapportarci o no con lui in una libera scelta. Anche Gesù, vero uomo, ebbe questa possibilità: per questo si dice che “fu condotto dallo Spirito (ndr.:!!!) nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1).

Ma se è reale la tentazione, che significa chiedere a Dio di non “indurci” in essa, come diceva la vecchia traduzione del Padre nostro (Mt 6,13)? Tradurre con una sola parola il termine greco eisenègkes è difficile: significa “non permettere di entrare in” (cfr Mt 26,41: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione”), “non lasciarci soccombere alla tentazione”.

“Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Gc 1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta «tra la carne e lo Spirito». Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2846). Noi chiediamo cioè a Dio quello Spirito che egli non nega mai, e che ci rende capaci di dire “Abbà, Padre!” (Gal 4,6) e “Gesù è Signore” (1 Cor 12,3), di aderire quindi con fede al suo piano d’amore. La richiesta fatta a Dio è affermazione della nostra disponibilità ad aprire il nostro cuore a lui.

Ma soprattutto gli chiediamo di “non lasciarci soccombere alla tentazione”, e quindi di “non abbandonarci alla tentazione”, o meglio ancora “nella tentazione”, come avremmo dovuto avere il coraggio di tradurre.

Nel Padre nostro poi concludiamo implorando: “Ma liberaci dal male” (Mt 6,13): apò toù poneroù: è molto controverso se derivi dal neutro poneròn, il male, o dal maschile poneròs, il maligno, cioè satana (cfr Mt 13,19 in parallelo a Mc 4,15 e Lc 8,12).

Nel primo caso, chiediamo che si compia presto per noi il piano di Dio che prevede che noi superiamo ogni dolore, ogni sofferenza, la morte, per vivere della sua stessa vita in Cristo.

Nel secondo caso invochiamo di essere liberati da satana, il diavolo (da dia -ballo, dividere, colui che vuole dividerci da Dio, tra di noi e in noi stessi), “omicida fin da principio…, menzognero e padre di menzogna” (Gv 8,44), “che seduce tutta la terra” (Ap 12,9), “principe del mondo” (Gv 14,30).

E forse più probabile la seconda interpretazione: “13b deve essere considerato alla luce di 13a: secondo J. Jeremias la parola «tentazione» non si riferisce «alle piccole tentazioni quotidiane», bensì «alla grande tentazione finale…, satana al posto di Dio».  Se dunque 13a implora così apertamente aiuto contro il demonio, allora il genitivo poneroù in 13b andrà inteso come maschile: l’orante chiede di essere strappato da questa potenza (K. G. Kuhn).

Scrive Bengel: “La sesta e settima domanda sono intimamente legate” – quasi una formulazione negativa e una positiva – “talchè alcuni le ritengono una sola e unica domanda”. Su Mt 6,13 Hiller afferma: “Il maligno non ha ancora cambiato idea dal tempo di Adamo: è e rimane il maligno, nemico di Dio e di Cristo e di tutti coloro che credono in Dio e in Cristo”.

Ma sappiamo che nell’“ora” di Gesù, in cui “elevato da terra, attira tutti a sè” (Gv 12,31), “il principe di questo mondo” è stato “gettato fuori” (Gv 12,31), e sconfitto una volta per tutte. E chi sta con Dio non soggiace più alle forze del male: “Chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1 Gv 5,18-19);

Quindi l’uomo già può partecipare, nella fede, alla vittoria definitiva di Gesù; il cristiano perciò invoca di aderire pienamente a Cristo, di sfuggire alla possibilità di opporsi a Dio, perché nel tempo presente ancora abbiamo la possibilità di rifiutare Dio: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede” (1 Pt 5,8-9).

Chiedere a Dio di liberarci dal “male – maligno” significa professare la nostra volontà di aderire alla salvezza, e aprire il nostro cuore al Figlio venuto sulla terra a sconfiggere il dolore, la sofferenza, il peccato, la morte.

Carlo Miglietta

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