Carlo Miglietta – Commento al Vangelo di domenica 8 Novembre 2020

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LA PARABOLA DELLO SPOSO MALEDUCATO

Tutti ricordiamo la parabola delle dieci vergini[1] che attendono lo sposo che ritarda, che al suo arrivo ammette al banchetto nuziale solo quelle ragazze previdenti (l’aggettivo “phr’nimos” deriva da “prhen”, “cuore”, cioè intelligenza) che avevano portato con sé anche una riserva d’olio per le loro lampade, escludendo le stolte (“moròs” significa empio, profano, perciò sciocco)[2].

In questa parabola ci sono numerosi elementi strani: il fatto che le vergini accompagnino lo sposo e non la sposa, il sonno di tutte le fanciulle nel corso di una festa nuziale pur protrattasi fino a tarda ora, l’acquisto di olio di notte, che la porta del banchetto venga chiusa […]. Ma soprattutto stupisce il comportamento dello sposo. “Lo sposo di Mt 25,1-3 è un villano. Si comporta con le giovani con durezza sproporzionata. Lui, che arriva in ritardo, evidentemente non sente il bisogno di scusarsi e se la prende con quelle cui l’olio delle lampade non è bastato per il periodo della sua assenza. Manda via, di notte, metà delle giovani invitate al matrimonio, così, semplicemente. All’epoca non c’erano né taxi, né illuminazione stradale. Lo sposo afferma addirittura di non conoscere affatto queste donne” (K. Berger[3]).

“L’ira di Dio”

Qui siamo di fronte a un altro di quei paradossi del Vangelo, a quelle dure provocazioni che vogliono mettere in risalto grandi rivelazioni. Questo brano ci richiama con forza la dimensione della veglia; infatti la sua conclusione è proprio: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). “Questa durezza sproporzionata nel comportamento dello sposo indica quanto è seria l’ammonizione a mettere la propria disponibilità alla veglia portandosi dietro, fin dall’inizio, olio a sufficienza” (K. Berger[4]). E’ così importante per i credenti il sapere aspettare la venuta del Signore che viene, che la parabola giustifica persino il comportamento maleducato e scorbutico dello Sposo. E’ l’atteggiamento di Dio che Paolo nella lettera ai Romani definisce addirittura “ira” (“orghè”): “In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” (Rm 1,18): l’ira di Dio è la sua sofferenza perché l’uomo non riconosce Dio e non risponde al suo progetto d’amore su di lui (empietà e ingiustizia): “orghè”, da cui “orgia”, è “l’eccitazione folle che non ha più controllo […], lo sdegno frenetico” (G. F. Ravasi[5]). Un amato non ricambiato ogni tanto può perdere la testa. Ancora una volta, è un Dio talmente amante degli uomini che soffre appassionatamente se vede che non lo stiamo aspettando. “Vegliare è pensare a Cristo, desiderare la sua presenza, sentire la sua mancanza come un vuoto incolmabile… Gesù ama le anime ma esige che ricambino il suo amore” (O. da Spinetoli[6]).

Saper “ad-tendere”

Abbiamo perso questa dimensione di attesa: invece “la caratteristica dei cristiani è che aspettano” (Schlatter). Il cardinal Newman diceva: “Il cristiano è colui che attende il Cristo”. Oppure talora attendiamo la venuta del Signore con la noia con cui… si aspetta il tram alla fermata. Questo brano evangelico ci invita all’entusiasmo, alla veglia gioiosa, per attendere il Signore con l’ansia con cui l’innamorata attende l’innamorato[7], la sposa lo Sposo, colui solo che può darci senso, liberazione, pienezza di vita, Amore[8].

“Già nel IV secolo Basilio di Cesarea diceva che proprio del cristiano è <<vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene[9]>>. Attendere non è un atteggiamento passivo né un’evasione, ma un movimento attivo. L’etimologia latina della parola <<attendere>> (<<adtendere>>) indica una <<tensione verso>> […] L’attesa non è segno di debolezza, ma di forza, stabilità, convinzione. È responsabilità. Animata dall’amore, l’attesa diviene desiderio, desiderio colmo di amore, di incontrare il Signore” (E. Bianchi[10]).

“Viene qui indicato che la vigilanza non è questione di cavarsela bene in quel momento (che è repentino e non si conosce), non c’è nulla di casuale o di scaramantico (neppure dal punto di vista religioso!), ma essa è sempre frutto di una prudenza che viene da lontano, e che va custodita con saggezza” (G. Benzi[11]). “In questo sta la prudenza delle cinque vergini sagge. Prudenza nel senso di previdenza: con intelligenza le vergini sapienti hanno messo in conto l’eventualità di un ritardo effettivo cautelandosi a dovere per non essere trovate altrove al ritorno imprevedibile del loro Sposo. Ove cautelarsi equivale ad alimentare giorno dopo giorno la lampada del proprio cuore con l’olio di un amore mai venuto meno; un amore fedele giorno dopo giorno al Vangelo dello sposo, un amore attraversato giorno dopo giorno dalla brama del faccia a faccia con l’amato, nel tempo e nelle modalità a lui note. Solo chi ama sa aspettare senza mai spegnere l’attesa. Questa è la via saggia richiesta alla Chiesa-sposa nei confronti del Messia-sposo: esserne qui e ora messaggera d’amore sognandone il volto. Questa è la Chiesa che lo conosce, da lui conosciuta, che sarà introdotta nella sua compagnia senza fine. Stoltezza e non accortezza è il contrario, la possibilità reale della malvagità in termini di disamore e di assenza di aspettativa” (G. Bruni[12]).

Prepararsi

Ma che cosa significa l’olio di cui dobbiamo munirci nella nostra attesa? Per alcuni commentatori sarebbe proprio questo il tema centrale della parabola: non tanto la vigilanza, ma come prepararsi alla venuta del Signore[13]. L’invito a vigilare sarebbe stato aggiunto da Matteo per fare pendant con i brani precedenti che parlano dei contemporanei di Noè che non si preparavano al diluvio[14] e del padrone di casa che non sa quando viene il ladro[15]. Entrambi i paragoni si concludono infatti con un invito a vigilare: il primo con: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (Mt 24,42); il secondo con: “Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (Mt 24,44).

Che cosa occorre quindi per essere trovati degni di entrare al banchetto del Regno? Nella Bibbia l’olio ha molteplici significati: è cibo di alto valore energetico e nutritivo[16], è potente corroborante[17], è prezioso medicamento[18], serve per illuminare e per consacrare[19]: il termine Messia, o Cristo designa l’“Unto”, l”Oliato” (“Christòs” è la traduzione greca dell’ebraico “Mashìach”). Ma in questa parabola, qual è il significato dell’olio, indispensabile per accedere al banchetto?

Innanzitutto “l’olio delle lampade non rappresenta affatto l’attivismo, perché, secondo questa parabola, a entrambi i gruppi di donne è lecito dormire” (K. Berger[20]). Per taluni il necessario per essere accetti allo Sposo è l’amore: poco prima Gesù infatti ha detto: “Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24,12). Per altri la fede, perché Gesù si era chiesto: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Per altri ancora la perseveranza, perché “chi persevererà sino alla fine, sarà salvato” (Mt 24,13). Oppure è la pazienza, il saper mettere in conto che lo Sposo può tardare, senza per questo perdersi di coraggio. Altri vedono nei due gruppi di vergini, quelle sagge e quelle stolte, il parallelo dei due uomini che costruiscono la loro casa[21], uno sulla roccia, l’altro sulla sabbia[22]: ciò che occorre allora per entrare nel Regno è “ascoltare la Parola di Gesù e metterla in pratica” (Mt 7,24), cioè l’ascolto del Signore seguito da un’ortoprassi coerente.

Ma forse non viene apposta specificato di che olio si tratti. Il credente deve saper indovinare i desideri del suo Signore, come ogni amante deve saper prevenire i desideri dell’amata, così come, nella parabola dei talenti, il terzo servo era stato rimproverato per non aver saputo interpretare i voleri del suo padrone[23].

La responsabilità individuale

La risposta delle vergini prudenti, che rifiutano di condividere il loro olio con le altre[24], ce le fa apparire antipatiche e […] poco cristiane: anche qui è di nuovo uno stile paradossale, per sottolineare “che, nel giudizio finale, nessuno è più in grado di fare qualcosa per un altro: ognuno deve rispondere di sé” (A. Mello[25]); “ si tratta di un tribunale e non di un mercato; di un incontro a tu per tu con il supremo giudice che non può essere agevolato da nessun aiuto esterno e da nessuna <<raccomandazione>>” (O. da Spinetoli[26]).

[1] Mt 25,1-13

[2] Da Spinetoli O., Matteo, Cittadella, Assisi, 1993, pg. 65

[3] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 350

[4] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 350

[5] Ravasi G., Lettera ai Romani, Dehoniane, Bologna, 1999, pg. 65

[6] Da Spinetoli O., Matteo, Cittadella, Assisi, 1993, pg. 661

[7] Ct 3,1-4; 5,2; Is 26,9

[8] Miglietta C., L’Eucarestia secondo al Bibbia, Gribaudi, Milano, 2005, pg. 125-131

[9] Mt 22,44

[10] Bianchi E., http://www.monasterodibose.it/content/view/3818/1708/lang,it/

[11] Benzi G., in Parole di vita, Messaggero, Padova, 2008, anno LIII, n. 6, pg. 12

[12] Bruni G., http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Commento-al-Vangelo/Solo-chi-ama-attende

[13] Barbaglio G., in Barbaglio G., Fabris R., Maggioni B., I Vangeli, Cittadella, Assisi, 1975, pg. 532-533

[14] Mt 24,36-42

[15] Mt 24,43-44

[16] 1 Re 17,7-17; Nm 11,8

[17] Sl 92,11; 1 Sam 16,1

[18] Is 1,6; Ez 16,9; Lc 10,34; Mc 6,13; Gc 5,13-15

[19] Gen 28,18; 35,14; Lv 8,10; 14,1-32; Es 25,6; 29,23

[20] Berger K., Gesù, Queriniana, Brescia, 2006, pg. 352

[21] Barbaglio G., in Barbaglio G., Fabris R., Maggioni B., I Vangeli, Cittadella, Assisi, 1975, pg. 533

[22] Mt 7,24-27

[23] Mt 25,14-30

[24] Mt 25,8-9

[25] Mello A., Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, Bose (Magnano – BI), 1995, pg. 432-433

[26] Spinetoli O., Matteo, Cittadella, Assisi, 1993, pg. 660

L'autore

Carlo Miglietta
Carlo Miglietta

Mi chiamo Carlo Miglietta, sono un laico nato nel 1952, sposato, con due figli, nonno di due magnifici nipoti, di professione medico, Specialista in Medicina Interna e in Geriatria e Gerontologia, attualmente Libero Professionista: ho lavorato prima come Ospedaliero all’Ospedale Martini di Torino, e poi come Medico di Famiglia presso la ASL 01, Distretto 3, a Torino.

Nel 1970 fondai con alcuni amici il GMG (Gruppo Missionario Giovanile), e nel 2000 il CO.RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), di cui sono attualmente il Segretario, per attività di solidarietà e sostegno missionario soprattutto in Brasile.

Nel 1971 iniziai la mia attività di Biblista con un primo Corso Biblico sul Vangelo di Matteo, su richiesta di un Parroco di una chiesa torinese. Ho imparato il greco nel Liceo Classico, e per l’ebraico mi avvalgo della consulenza di amici esperti. La passione per la Scrittura e la metodologia esegetica mi sono state date all’inizio dalla frequentazione della Comunità Ecumenica di Bose e, in seguito, sono state approfondite alla Facoltà Teologica di Torino, e nello studio personale quotidiano.

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