Commento al Vangelo del 14 Aprile 2019

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Il commento alle letture del 14 Aprile 2019 a cura del sito Dehoniane.

Settimana santa – Proprio

Spettacolo

Nella prima lettura di questa suggestiva Domenica delle palme, ascoltiamo l’inizio del terzo canto del «servo del Signore», questo misterioso personaggio di cui parla l’Antico Testamento, inviato da Dio per portare la salvezza agli uomini, che la tradizione cristiana ha saputo identificare con il Signore Gesù Cristo: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli» (Is 50,4).

Il servo che porta la salvezza del Signore non è uno che ha già in tasca facili ed efficaci soluzioni. È descritto come un discepolo, qualcuno che ogni matti-na ha bisogno di mettersi in ascolto della realtà, per poter compie-re la sua missione di salvezza confidando unicamente nella forza del bene. Sebbene tutti avvertiamo in noi un senso di solitudine e, a volte, anche di abbandono, la parola del profeta Isaia ci assicura che Dio è così attento alla nostra storia da non tirarsi mai indietro, da renderci capaci di non tirarci mai indietro, ma di presentarci lucidi e disponibili all’appuntamento con la realtà: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.

Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba» (50,5-6).Tuttavia, se vogliamo accedere al mistero pasquale e alla vita nuova che da esso sgorga, dobbiamo passare attraverso la porta stretta del paradosso della fede: chi sceglie di avere unicamente bisogno dell’amore e della logica del servizio ben presto spe-rimenta il rifiuto e l’ostilità proprio da parte di chi, invece, ha bisogno di ricevere la salvezza. È quanto annuncia Paolo, nel celebre inno di san Paolo apostolo ai filippesi, rivelando il mi-sterioso disegno con cui Dio ha scelto di offrire al mondo il suo volto d’amore: «Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7).

L’ossimoro del vangelo si intensifica: proprio nella scelta di svuotarsi, Dio ha potuto riempire il mondo della conoscenza di lui. Proprio nel momento del suo completo annullamento sulla croce, il Signore Gesù ha maturato un nome che ormai attende solo di essere da tutti riconosciuto, accolto e pronunciato, «a gloria di Dio Padre» (2,11).Il tema del paradosso, in questa Domenica delle palme, trova poi il suo culmine nel racconto di passione, dove vediamo Gesù morire sulla croce in uno «spettacolo» (Lc 23,48) di misterioso silenzio. Il Padre non risponde all’ultima parola del Figlio – «Pa-dre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46) – non perché estraneo o insensibile al suo dolore, ma perché vi partecipa nel modo più profondo e rispettoso della sua libertà. Il suo silenzio non significa abbandono, ma è l’impalpabile segno di fiducia in quanto il Figlio sta compiendo nella libertà del suo amore.

Il Padre non interviene per consentire al Figlio di poter dire fino in fondo ciò che gli sta a cuore – noi e la nostra salvezza – e, al contempo, per poter dichiarare fino in fondo quello che è dispo-sto a essere – un Cristo povero e umile, che dà la vita per i suoi amici e anche per i suoi nemici: «Detto questo, spirò» (23,46). La Domenica delle palme ci immerge in una liturgia drammatica, dove gioia e dolore si mescolano continuamente e misteriosa-mente. Una sinfonia struggente e paradossale, capace di solleci-tare e riscattare la nostra regalità, che può essere vera solo nella misura in cui è capace di misurarsi fino in fondo con la realtà.

In questa domenica siamo invitati a ricordare che la vita non ci è donata per restare chiusa in una cassaforte, ma per essere liberamente offerta e consegnata. Il rispetto per questo cammino di libertà, che niente e nessuno può mai revocare, è quanto di meglio possiamo sempre attenderci dal Padre, perché anche il nostro nome non resti «confuso» (Is 50,7), ma possa diventare una luminosa testimonianza della sua fedeltà e del suo amore: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’as-semblea» (Sal 21[22],23).

O Signore, noi siamo venuti a vedere il grande spettacolo della tua libertà di amarci dentro e oltre la nostra chiusura e sfiducia, la nostra solitudine e aggressività. Rendi anche noi discepoli del quotidiano spettacolo della realtà, aperti, fiduciosi e disposti a vivere fino in fondo le nostre scelte, a credere fino in fondo nella tua silenziosa, irrevocabile presenza.

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L'autore

Dehoniani

Il Centro editoriale dehoniano − della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani dal nome del fondatore, p. Leone Dehon − nasce nell'ottobre 1960, e di lì a poco dà vita alle Edizioni Dehoniane Bologna - EDB, che ne costituiscono l'espressione più visibile.

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