Commento al Vangelo del 5 Maggio 2019 – Gv 21, 1-19

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Il commento al Vangelo del 5 Maggio 2019 a cura dei Dehoniani.

III settimana di Pasqua – III settimana del salterio

Obbedire a Dio

Il Signore è risorto. La luce della sua Pasqua risplende nella Chiesa e illumina la vita del mondo. Eppure a noi resta una strada da percorrere, perché il mistero della nostra esistenza possa essere raggiunto e rischiarato da questa speranza. Bisogna affrontare un cammino, ostacolato dalle nostre paure e dai nostri tentativi di ricominciare a fare affidamento su noi stessi e sulle nostre forze.Dopo la tragedia del Venerdì di passione, il silenzio assordante del Sabato santo e l’impossibile speranza del sepolcro vuoto, i discepoli tornano in Galilea.

Amareggiati per il senso di colpa, delusi e affranti per il singolare epilogo della loro avventura, i seguaci di Cristo sono tentati di considerare l’avventura vissuta come una bella parentesi che, ormai, si può anche considerare chiusa: «Io vado a pescare» (Gv 21,3). Eppure, nonostante lo sforzo congiunto, Pietro e gli altri amici pescatori «quella notte non presero nulla» (21,3). Nell’immagine – quasi iperbolica – di un totale fallimento, possiamo scorgere i contorni di un’esperienza che tutti facciamo, quando proviamo a ritornare ai mezzi e alle strategie di una vita ormai abbandonata dopo essere diventati «testimoni» (At 5,32) del Risorto.

In fondo ai nostri tentativi di volgerci al passato, il Signore viene e ci raggiunge, quando ancora non siamo in grado di riconoscere il mistero della sua sottile lieve presenza. Mentre si conclude la notte infruttuosa dei discepoli, «Gesù» è già «sulla riva», ma «i discepoli non si erano accorti che era Gesù» (Gv 21,4). Anche se quello che il Signore chiede di fare, per liberarci dalla rassegnazione, può risuonare come inutile o insensato, dobbiamo ammettere che nemmeno il buon senso è sufficiente a condurci fuori da certe interminabili notti in cui sprofondiamo: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» (21,6). La vita non cambia quando ricominciamo a gettare le reti come abbiamo sempre fatto, ma quando proviamo a gettarle sulla parola di colui che – proprio con la sua voce – ha saputo raggiungerci nel più profondo di noi stessi, per restituirci alla speranza di una relazione capace di rischiarare tutto il nostro volto: «È il Signore!» (21,7).

Anche quando Dio si manifesta e gonfia di nuovo le nostre reti, non è automatico per noi passare dalla tristezza alla gioia. Nel tessuto della nostra umanità possono restare pesanti macigni che la fede non riesce in alcun modo a rimuovere, ferite che stentano a risanarsi nonostante gli indizi e i segni di un amore disposto al perdono. Il Signore capisce, si avvicina a Simone e per tre volte lo interroga per cercare di ristabilire una relazione affrancata dagli inutili sensi di colpa: «Mi vuoi bene?» (21,17). Alla terza volta, il cuore di Pietro si spacca e finalmente risorge.

Il discepolo che ha rinnegato il Signore ora non ha più la forza di negare la manifestazione di una misericordia così fedele da suscitare nuovi orizzonti di vita e di speranza: «In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (21,18). Quando ha incontrato Gesù, Pietro era giovane e pronto a morire per un ideale religioso, ora è diventato adulto e umile, disposto a vivere pur di poter testimoniare al mondo la profonda libertà di chi non deve più fare nulla a partire da se stesso: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5,29).

Quando ci si lascia raggiungere dalla forza trasformante del perdono, si può finalmente entrare nella maturità della vita in Cristo, e cominciare ad accogliere le cose e gli altri per come sono e non per come noi vorremmo. Solo così si diventa «testimoni» credibili della Pasqua, quando si capisce che nella vita c’è molto più da valorizzare che da decidere, molto più da saper accogliere che da scegliere. Giunti a questa maturità, diventiamo in modo assai naturale il più efficace spazio pubblicitario della risurrezione di Cristo: sia la nostra vita, sia la nostra «morte» diventano occasioni in cui Dio può essere «glorificato» (Gv 21,19).

Signore risorto, noi non sappiamo come ricominciare dopo ogni pasqua della nostra vita, ma tu continui a credere che ti vogliamo bene. Rendici disposti a vivere, invece che a morire, proprio nelle relazioni compromesse dalla sfiducia e dalla colpa. Insegnaci a obbedire a Dio, cioè a lasciarci perdonare da chi, nonostante tutto, crede e chiede il nostro amore.

Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro,così pure il pesce.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21, 1-19

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.

Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

L'autore

Padri Dehoniani
Padri Dehoniani

Le riflessioni sulle letture vengono proposte da fr. Adalberto Piovano, monaco benedettino della Comunità Ss. Trinità di Dumenza; fr. Luca Fallica, anch'egli monaco nella medesima comunità; fr. Roberto Pasolini, frate minore cappuccino della Provincia S. Carlo in Lombardia.

Il Centro editoriale dehoniano − della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani dal nome del fondatore, p. Leone Dehon − nasce nell'ottobre 1960, e di lì a poco dà vita alle Edizioni Dehoniane Bologna - EDB, che ne costituiscono l'espressione più visibile.
Per contatti: info@commentoalvangelo.it

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