Padre Benedict Vadakkekara – Commento al Vangelo del 15 Novembre 2020

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Il vangelo odierno è la parabola dei talenti. Sentendo parlare di talenti pensiamo subito alle doti naturali d’intelligenza, bellezza, forza, capacità artistiche. L’uso non è del tutto errato, ma è secondario. Gesù non intendeva parlare dell’obbligo di sviluppare le proprie doti naturali, ma di far fruttare i doni spirituali da lui recati.

La parabola ci costringe dunque a un esame di coscienza: che uso stiamo facendo di questi talenti? Un talento vale l’importo di 6000 giornate lavorative, un valore immenso. Questo tesoro non può essere lasciato inerte, ma va fatto fruttificare. I talenti di cui parla Gesù sono la parola di Dio, la fede, cioè il Regno di Dio da lui annunziato. Talenti sono per noi la fede e i sacramenti che abbiamo ricevuto.

Per molti il proprio battesimo è davvero un talento sotterrato. Si può paragonare la propria fede a un pacco-dono che uno ha ricevuto e che è stato dimenticato in un cantuccio, senza essere stato mai scartato e aperto. I frutti dei talenti spirituali ci seguono nella vita eterna e un giorno ci varranno l’approvazione del Giudice divino: Bene, servo buono e fedele … sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Il nostro dovere non è solo di sviluppare i nostri talenti naturali e spirituali, ma anche di aiutare gli altri a sviluppare i loro.

Se Gesù voleva dire con questa parabola che le cose di Dio vanno diffuse. I suoi discepoli hanno mostrato di aver capito bene il suo insegnamento. Dopo la pentecoste hanno iniziato una spericolata missione ai pagani, hanno detto tutto a tutti senza veli e senza siepi, e, di sorpresa, hanno scoperto che molti pagani ascoltavano, capivano, si convertivano. L’ebreo era abituato a leggere nella Scrittura parole come ascoltare e custodire. Gli insegnavano che doveva proteggere la legge con una siepe di precetti per non correre il rischio di trasgredirla.

Doveva evitare contati con i pagani. Essere ebreo voleva dire custodire nell’umiltà e nella separatezza la propria identità senza mescolarsi con altri. Ma nella pasqua di Cristo è avvenuto un passaggio come dalle tenebre alla luce e dalla morte alla vita: è venuto un giorno che ha mutato radicalmente le cose, come ci ricorda Paolo nella seconda lettura. Per questo il cristianesimo è missione, apertura, dialogo, fiducia senza limiti nella forza della Parola di Dio.

Si può vedere nella figura della donna nella prima lettura una delle immagini della sapienza o della fedeltà umana al dono della Sapienza. Allora questa donna può diventare figura dell’Israele pienamente salvato, della Chiesa che opera assiduamente al di là di ogni umana paura e perfino al di là di ogni prudenza per farsi tutta a tutti.

Amen.

L'autore

CaV
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