Padri Dehoniani – Commento al Vangelo di domenica 29 Novembre 2020 – I domenica di Avvento

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Alzarsi

Il tempo che ci prepara a celebrare il grande dono dell’incarnazione, la tenerezza di un Dio che ha voluto trovare dimora «nell’umiltà della nostra natura umana» (prefazio di Avvento) inizia  con  una  nota  apparentemente  stonata:  «Perché,  Signore,  ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così  che  non  ti  tema?»  (Is  63,17).  L’angoscioso  interrogativo  di un  popolo  esule  e  smarrito,  dopo  la  deportazione  in  Babilonia, ha  tuttavia  la  pretesa  di  essere  il  piede  giusto  con  cui  iniziare  il cammino di Avvento.

Forse perché la prima cosa che ha bisogno di essere risvegliata in noi non è tanto la forza di volontà, quanto la  coscienza  di  un  esilio  in  cui  ci  troviamo.  Siamo  tutti  piuttosto bravi a fare l’elenco delle persone o delle cose da cui ci sentiamo lontani,  mentre  è  sempre  meno  facile  dichiarare  la  lontananza da  una  verità  con  cui  sia  le  cose  che  le  relazioni  meriterebbero di  essere  vissute.  A  nome  di  tutti,  il  profeta  Isaia  formula  un’universale  ammissione  di  colpa:  «Nessuno  invocava  il  tuo  nome, nessuno si risvegliava [lett. “alzava”] per stringersi a te» (64,6). Il tempo di Avvento comincia con un forte invito ad alzarci, non per simulare una forza di cui siamo sprovvisti, ma per ricominciare a stringerci  a  quanto  il  Signore  è  e  desidera  donarci.

Proprio  una cattiva messa a fuoco del dono di Dio spiega l’esistenza – e pure l’insistenza – di molti nostri vizi, la causa profonda di tante liturgie quotidiane che ci appagano solo per qualche istante, per poi lasciare distese di vuoti e solitudini in fondo all’anima. Questo è il  primo  regalo  dell’Avvento,  l’invito  a  emettere  un  grido  capace di  esprimere  il  nostro  bisogno  di  salvezza.  Quel  grido  che  Isaia raccoglie  e  offre  al  cielo,  a  nome  di  un  popolo  esausto  e  triste che, forse come noi, non sembra nemmeno più capace di accendere i desideri più grandi: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (63,19).

Il primo effetto di un simile grido potrebbe essere proprio l’apertura  degli  occhi:  non  quelli  di  Dio,  abituati  da  sempre  a  vegliare su  di  noi,  ma  i  nostri,  non  di  rado  socchiusi  e  distratti.  La  parabola  evangelica  ci  aiuta  a  ricordare  in  quale  situazione  tutti  ci troviamo senza nemmeno accorgercene: «È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi,  a  ciascuno  il  suo  compito,  e  ha  ordinato  al  portiere  di  vegliare» (Mc 13,34).

La prima responsabilità da riprendere in mano – sempre – è la fierezza di abitare e condividere una casa dove a ciascuno è stato dato un «potere» e un «compito», adeguato alle proprie capacità. Quando questa cornice si stacca o si impolvera, il  quadro  può  diventare  incomprensibile,  oppure  persino  immergerci in un’ansia da prestazione ingiustificata: «Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo  all’improvviso,  non  vi  trovi  addormentati»  (13,35-36).

Non sapere quando il padrone tornerà, ma essere consapevoli di quanta fiducia e stima abbia nei nostri confronti, è la condizione in cui la nostra libertà può crescere, in una serena complicità con quella  degli  altri,  come  noi  ospiti  graditi  e  attesi  nella  casa  del Padre. Vegliare non significa vivere agitati e ansiosi, preoccupati che il futuro possa essere peggiore del presente, ma riconoscere di  avere  un  «potere»  affidato  e  imparare  a  esercitarlo  con  umile gioia. Se questa domenica la Parola riesce a farci aprire gli occhi e a donarci la libertà di riconoscere e gridare lo stato della nostra vita,  per  noi  può  cominciare  il  tempo  di  Avvento,  il  cui  fine  è rimetterci in piedi e in stato di veglia davanti a un Dio che è «nostro padre, da sempre», che non si stanca mai di essere il «nostro redentore»  (Is  63,16).

 Così  riparte  un  nuovo  anno  liturgico:  con un  grido  che  si  leva,  occhi  che  si  aprono,  cuori  che  si  scaldano, piedi che si incamminano, al pensiero che «non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù  Cristo»  (1Cor  1,7).  Chi  accetta  il  leggero  e  soave  giogo  di questo tempo forte può ricominciare a coinvolgersi senza dissolversi,  a  sognare  senza  illudersi,  a  riconoscere  in  ogni  momento un compito da svolgere. Con silenziosa, invincibile speranza.

O Dio, Padre nostro, in questo tempo di Avvento dona a ciascuno di noi di alzarsi, di recuperare la distanza dalla verità e la postura eretta in mezzo agli altri, perché tu sei già sceso a darci fiducia. Fa’ che ricominciamo a esserci e a usare bene il potere che ci hai dato nella casa comune della vita, dove insieme attendiamo la tua venuta. Maranathà!

L'autore

Padri Dehoniani
Padri Dehoniani

Le riflessioni sulle letture vengono proposte da fr. Adalberto Piovano, monaco benedettino della Comunità Ss. Trinità di Dumenza; fr. Luca Fallica, anch'egli monaco nella medesima comunità; fr. Roberto Pasolini, frate minore cappuccino della Provincia S. Carlo in Lombardia.

Il Centro editoriale dehoniano − della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, noti come dehoniani dal nome del fondatore, p. Leone Dehon − nasce nell'ottobre 1960, e di lì a poco dà vita alle Edizioni Dehoniane Bologna - EDB, che ne costituiscono l'espressione più visibile.
Per contatti: info@commentoalvangelo.it

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