Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 1 Maggio 2022 – don Walter Magni

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III DOMENICA DI PASQUA

Anno C – Rito Ambrosiano – 1 maggio 2022

Donaci occhi, Signore, per vedere la tua gloria

Lettura del secondo Giovanni 8,12-19 – In quel tempo. Il Signore 12Gesù parlò agli scribi e ai farisei e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 13Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. 18Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». 19Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

Fratelli, sorelle,

non basta che la liturgia proclami che Gesù è risorto. Non bastano le nostre risposte, le celebrazioni solenni. Gesù risorto è credibile nella misura in cui i Suoi discepoli – tutti coloro che ancora accettano di credere in Lui – decidono di mettersi dalla Sua parte, dando nei Suoi confronti una testimonianza chiara, precisa. Sino a pagare di persona, se fosse richiesto. Come testimonia Paolo nella Parola di Dio proposta in questa liturgia (III domenica di Pasqua, 1 maggio 2022).

“Esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza”

In modo particolare il Libro degli Atti riporta alla testimonianza di Paolo nei confronti di Gesù, mentre si trovava in domicilio coatto, in attesa di giudizio, a Roma. Forte dei suoi diritti, convocò i Giudei più in vista della Città per raccontare loro del suo arresto a Gerusalemme e come fosse poi stato consegnato al tribunale romano. Questo, non trovando in lui reati di particolare gravità, lo avrebbe voluto liberare, ma dato che i Giudei si opponevano, allora Paolo decise di appellarsi all’Imperatore, intraprendendo così un lungo e faticoso viaggio. Giunto a Roma, in attesa del giudizio di appello, il libro degli Atti dice che Paolo, “da mattino a sera esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù”.

Paolo non era affatto preoccupato di sé. Era piuttosto preso da un solo grande desiderio: riuscire a dare anche in quella circostanza una piena testimonianza nei confronti di Gesù. Avrebbe potuto anche non degnare di uno sguardo quei Giudei che avrebbero voluto vederlo morto. Invece, in modo ostinato, scelse di avviare la sua testimonianza a Roma proprio dai suoi nemici, consapevole che non avrebbe ottenuto grandi successi. Tuttavia, ascoltandolo, “alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano”. Come fosse riuscito a creare anche solo un po’ di dibattito tra loro. Una testimonianza, la sua, “a tempo e fuori tempo” (2 Tim 4,2), motivata del fatto, come avrebbe scritto ai Galati, che “questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (2,20-21).

“Non mi vergogno del Vangelo”

C’è un’altra affermazione forte di Paolo, che troviamo nel brano della lettera ai Romani di questa liturgia: “io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Come dovessimo tornare a dire a noi stessi parole forti e convinte come queste: “Non abbiate paura di andare per le strade e nei luoghi pubblici, come i primi Apostoli che hanno predicato Cristo e la Buona Novella della salvezza nelle piazze delle città e dei villaggi. Non è tempo di vergognarsi del Vangelo (Rm 1,16). È tempo di predicarlo dai tetti (Mt 10,7). Non abbiate paura di rompere con i comodi e abituali modi di vivere, al fine di raccogliere la sfida di far conoscere Cristo nella moderna metropoli. Dovete essere voi ad andare ai crocicchi delle strade (Mt 22) invitando tutti quelli che incontrate al banchetto che Dio ha apparecchiato per il suo popolo.

Il Vangelo non deve essere tenuto nascosto per paura o indifferenza. Non è stato concepito per essere custodito in privato. Deve essere messo sopra un podio cosicché il popolo possa vedere la sua luce e rendere lode al nostro Padre celeste” (Giovanni Paolo II, Denver, 15 agosto 1993, Giornata mondiale della Gioventù). Il Vangelo ha una forza dirompente. Se lo proclami senza vergognartene, ne dimostri, già in quel modo, l’evidenza e la credibilità. L’annuncio del Vangelo non dipenderà anzitutto da un buon uso dei mezzi di informazione o da straordinarie capacità formative, ma dalla coerenza di chi si decide a dire con coerenza che tutta la sua vita e la sua speranza è riposta in Gesù, morto e risorto.

Testimoni gioiosi del Risorto

Madeleine Delbrêl, scriveva: “Noi crediamo alla gioia, il che non si riduce a dare prova di ottimismo. Ci sembra che la gioia cristiana, quella che il Signore chiama la mia gioia, quella che egli vuole che sia piena, consista nel credere concretamente che noi sempre e dovunque abbiamo tutto ciò che è necessario per essere felici”. Si diventa testimoni credibili quando osiamo credere che, mentre decidiamo di testimoniare a favore di Gesù morto e risorto, sentiamo di stare bene, avendo deciso di stare dalla Sua parte. Mentre ci invade la gioia per quello che stiamo facendo e ci escono dalla bocca parole sciolte e libere, chiare e pulite a Suo riguardo.

Anzi, si potrebbe persino affermare una coerenza tra la gioia che si prova per il Vangelo e la credibilità stessa della testimonianza data. Paradossalmente Nietzsche affermava che “se Cristo fosse veramente risorto i cristiani avrebbero un’altra faccia”. La Resurrezione di Gesù è davvero la radice fontale della nostra fede. E credere che Lui è davvero risorto non significa riferirsi solo a quanto è avvenuto duemila anni fa, ma incontrarLo vivo e risorto oggi, dentro le pieghe e le piaghe della mia vita. L’esistenza di chi lo ha incontrato finisce per essere così tutta sotto il segno della gioia che Lui stesso ci ha regalato. “Gioite, rallegratevi, non temete” ci ripeterebbero gli angeli che stavano presso il sepolcro vuoto. E la gioia potrebbe diventare anche il segno che mi contraddistingue, mentre mi lascio avvolgere da Lui, cantando ancora e sempre col profeta Isaia: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio” (61,10).

don Walter Magni

 

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