Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 13 Dicembre 2020

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QUINTA DOMENICA DI AVVENTO

Anno B – Rito Ambrosiano – 13 dicembre 2020

  • LETTURA Isaia 11, 1-10 – Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse.
  • SALMO 97 (98) Vieni, Signore, a giudicare il mondo.
  • EPISTOLA Ebrei 7,14-17.22.25. Germogliato da Giuda, Gesù è sacerdote eterno, garante di un’alleanza migliore.
  • VANGELO Giovanni 1,19-28 Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore – In quel tempo. 19Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». 20Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». 21Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». 24Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27colui che viene dopo di me, ed era prima di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Fratelli, sorelle,

nel vangelo di questa domenica (V di Avvento, 13 dicembre 2020) Giovanni Battista grida a chi lo ascolta: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. Forse noi presumiamo di conoscere davvero Gesù e questa presunzione ci impedisce, per un verso, di non aspettarci più niente da Lui e, per un altro, di non impegnarci più di tanto nel testimoniarLo, dando, se necessario, persino la vita per Lui.

“Tu chi sei?”

Forse il Battista può permettersi di rimproverarci di non conoscere davvero Gesù perché aveva appena finito di sperimentare l’urgenza di rispondere a una domanda che forse non si aspettava. Lo smarrimento che aveva provato nell’incalzare di tutte quelle domande che i sacerdoti e i leviti di Gerusalemme gli aveva fatto: “tu chi sei? (…), chi sei, dunque? (…) Che cosa dici di te stesso?”. Forse al momento anche lui aveva provato un certo smarrimento. Come non potesse più sottrarsi. Come fosse ormai davanti alla domanda che precede ogni altra domanda e alla quale non è mai stato facile rispondere per nessuno: “tu chi sei?”. Se Giovanni Battista fosse stato sfiorato anche solo per un attimo da una falsa immagine di sé, bene, in quel momento non poteva più sfuggire. Doveva rispondere senza scivolare via come un’anguilla.

Doveva avere il coraggio di restare davanti a sé stesso con l’urgenza di dare una risposta, una risposta vera, che non ammettesse repliche. Forse una predisposizione a rispondere al meglio gliel’aveva regalata la lunga permanenza nel deserto, come del resto avrebbe poi potuto sperimentare anche Gesù, stando per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto di Giuda (Mt 4,1-11). Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che morirà ad Auschwitz, scriveva nel suo Diario: “In me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono parole che stancano, perché non riescono a esprimere nulla”. Inoltrarsi per questa strada in silenzio, abbandonando a se stesse parole incapaci di dire ciò che conta davvero: anche questo è Avvento.

“Io non sono …” 

E la sua prima risposta è chiara e decisa, tutta in negativo: Io non sono, “Io non sono il Cristo”, ma neppure sono Elia o uno dei grandi profeti, redivivo. Non cede alla sottile tentazione di usare di quella sua singolare chiamata nel deserto per imbrogliare le carte. Giovanni Battista intuisce senza fatica d’essere anzitutto un segno, uno strumento e solo in grado di indicare un Altro. Colui che sta per venire, Colui che viene. Per questo è persino disposto a perdere i suoi discepoli purché vadano incontro a Colui che viene, seguendoLo. Come un amico dimentico di sé, disposto a dare per lui la vita. Certo e sicuro d’essere uno strumento che non strumentalizzerà mai il suo Dio. Senza anteporsi o sovrapporsi a Lui. Così Dio Si comporta con lui, sino alla più alta considerazione.

Dirà infatti Gesù di lui un giorno: “che cosa siete andati a vedere nel deserto? (…) che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta” (Mt 11,7-9). Anche Etty Hillesum, s’è lasciata prendere per mano da Dio, lasciandosi dare un nome da Dio, senza nominarsi. Senza mai perdere la speranza stando in un campo di concentramento: “un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Giungendo a dire di sé parlando di Dio in sé: “Vivo costantemente in intimità con Dio (…). Una volta che cominci a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata”.

“Io sono voce…”

Ma a questo punto quelli replicano: ma allora ‘chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?’, Rispose: ‘io sono voce…’”. Il Battista risponde dicendo qualcosa: sono una voce, null’altro che voce. Al servizio di una Parola che tanto lo supera e lo sovrasta. Non chiede d’essere di più, ma neppure di meno. Come intuendo tra quella voce che è lui e la Parola che è Gesù ad un tempo una profonda differenza, ma una straordinaria consonanza. Cosa sarebbe, infatti, una Parola senza una voce che la proclami? Cosa sarebbe una voce senza una Parola da proclamare? Che grande mistero l’incarnazione di Dio dentro le pieghe della nostra esistenza. Come Si fosse legato sin da principio, da sempre, a questa voce.

Sin da prima dei tempi come dice il Salmo 139,16: “ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi / e tutto era scritto nel tuo libro; / i miei giorni erano fissati, / quando ancora non ne esisteva uno”. Senza alcuna pretesa per sé, Giovani si sente tutto proteso in Dio dal quale viene e al quale ritorna. Dentro questo orizzonte egli comprende di avere un nome, d’essere quello che è, semplicemente. Scriveva ancora Etty Hillesum facendo trapelare il volto di Dio tra le righe del suo Diario: “La strada principale della mia vita è ormai tracciata per un lungo tratto davanti a me e già arriva in un altro mondo”. Sperare non comporta avere lucida la mèta avanti a sé. Il Battista ci ha indicato la meta semplicemente fidandosi del Suo venire, come amante che s’abbandona, senza alcun timore e rimpianto, nelle braccia di un amore più grande.

don Walter Magni

L'autore

Walter Magni
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