Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 14 Febbraio 2021

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ULTIMA DOMENICA
DOPO L’EPIFANIA

Anno B – Rito Ambrosiano – 14 febbraio 2021

detta «del perdono»

LETTURA, Isaia 54,5-10. Ti riprenderò con immenso amore, dice il Signore che ti usa SALMO 129 (130), L’anima mia spera nella tua parola.

EPISTOLA, Romani 14,9-13. Non disprezzare il tuo fratello. Cristo è Signore dei morti e dei vivi.

VANGELO, Luca 18, 9-14. Il pubblicano e il fariseo In quel tempo. Il Signore Gesù 9disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 14Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Fratelli, sorelle

la parabola di oggi (Ultima domenica dopo l’Epifania, 14 febbraio 2021) racconta di due uomini che si recano al tempio per pregare. Al termine il fariseo se ne va appesantito dalla sua presunzione, mentre il pubblicano se ne torna a casa “giustificato”. La preghiera cristiana è definita dalla qualità del rapporto che si stabilisce con Dio. Più che le molte parole, conta l’atteggiamento del cuore.

La pagliuzza e la trave 

L’evangelista Luca, il solo che riporta questa parabola, chiarisce anche la ragione del racconto: “Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. La tentazione di dire tutto di tutti, per coprire i nostri limiti ed evitare di metterci in discussione, ce la portiamo dentro come qualcosa di istintivo. Cadendo nel tranello che Gesù aveva già previsto: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (Lc 6,41). Si narra di un discepolo che si era macchiato di una grave colpa. E mentre gli altri discepoli protestavano per condannarlo, il loro maestro restava in silenzio e non si esprimeva. Allora uno si alzò e disse: “Non si può far finta di niente dopo quello che è accaduto!

Dio ci ha dato gli occhi!” Il maestro replicò: “È vero che gli occhi sono fatti per vedere, ma Dio ci ha dato anche le palpebre!”. Anche nelle nostre comunità ci sono i professionisti della censura ai quali non sfugge nulla. Spesso s’indignano gridando allo scandalo, perché proprio la Chiesa dispensa misericordia nel nome di Dio. Invece loro, come investiti da una missione divina, saprebbero come raddrizzare al meglio le cose e inquadrare tutti coloro che sarebbero meritevoli solo dell’inferno. Sono i detentori di una verità sempre a portata di mano, come l’avessero in tasca: “io dico sempre la verità. So come stanno le cose. Fidati di me!”.

Salire al tempio a pregare 

Carico di sé, un fariseo salì dunque al tempio a pregare. Conosceva bene il salterio e, se appena poteva, recitava salmi e citava la Scrittura ascoltandosi e godendo d’essere ascoltato. Non per mettersi in contatto con Dio, ma coinvolgere Dio nei suoi piani presuntuosi. Appagato dal fatto che qualcuno lo ammirasse, lo abitava piuttosto il pensiero che qualcuno, vedendolo, glorificasse Dio. Come se Dio fosse in dovere di ringraziarlo. Dio non era tanto un fine, ma la sua grande occasione. Come uno specchio nel quale potersi rimirare. La sua preghiera era come un palcoscenico dal quale recitare la sua parte. Come dice il racconto: “stando in piedi, pregava così tra sé”, cioè: pregava “rivolto a sé (pròs eautòn)”.

Si pregava addosso, incensandosi: “Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Anche il pubblicano era salito al tempio, ma quasi non osava entrare. Come tutta quella gente che ancora ama restare sulla soglia, senza permettersi di venire avanti. Tutto piegato e inginocchiato all’ingresso, sentiva tutta la sua indegnità e piccolezza: “O Dio abbi pietà di me, peccatore”. Ma pure una speranza l’attraversava, sentendosi tutto raccolto e abbracciato da un Dio che non gli faceva paura. Senza presunzione alcuna, senza aspettarsi altro che misericordia. Intanto il mistero di Dio semplicemente lo ascoltava e lo raccoglieva con rispetto estremo. Avremo mai la grazia di poter incontrare sulla porta delle nostre chiese persone nelle quali l’umiltà s’incontra con un Dio che s’innamora e già ti invita a danzare?

Pregare sulla soglia

Due uomini, dunque, erano saliti al tempio per pregare. Come quando anche noi ci rechiamo in chiesa per l’eucaristia o più furtivamente, passando da una chiesa, decidiamo di entrare, come presi da uno struggente bisogno che non sappiamo spiegare. Anche Gesù frequentava il Tempio, ma la Sua preghiera poteva avvenire nei luoghi più diversi. Spesso amava pregare di notte, nascosto tra gli ulivi di un giardino o anche in un luogo più deserto e brullo, molto essenziale. Talvolta andava sulla sommità di un monte, oppure nel bel mezzo di una folla che Lo stava ad ascoltare. Un giorno, invitato dai Suoi a dare qualche consiglio sul tema, suggerì di puntare sull’intimità e il raccoglimento: entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega “nel segreto”, senza preoccuparti di dire troppo parole (Mt 6,6-7).

Come fosse determinante capire che davanti al mistero di Dio ci si tolgono i calzari, si avanza in punta di piedi, lasciandolo libero di agire. Che se poi le parole dovessero venir meno, allora Gesù non esita a diventare nostro Maestro, insegnandoci a dire il Padre nostro. E così la lode di Dio diventa l’intercessione continua di misericordia e di perdono per tutti. Solo Gesù ci poteva insegnare il segreto per commuovere suo Padre all’infinito. “Abbi pietà di me che sto lontana / che tremo del tuo futile abbandono, / tienimi come terra che pur piana / dia nella pace il suo perdono / od anche come aperta meridiana / che dia suono dell’ora e dia frastuono, / abbi pietà di me miseramente / poiché ti amo tanto dolcemente” (A. Merini).

don Walter Magni

L'autore

Walter Magni
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