Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 15 Novembre 2020

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PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

Anno B – Rito Ambrosiano – 15 novembre 2020

La venuta del Signore

  • LETTURA, Isaia 24, 16b-23. Impallidirà il sole perché il Signore regna sul monte Sion
  • SALMO 79 (80), Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
  • EPISTOLA, 1Corinzi 15, 22-28. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte
  • VANGELO Marco 13, 1-27, Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria

Fratelli, sorelle,

inizia l’Avvento Ambrosiano e la liturgia si ripeterà con insistenza: svegliati, alzati, tieniti pronto: il Signore viene, sta per arrivare. Ma Gesù, nel Vangelo di questa Prima domenica di Avvento (15 novembre 2020), con toni apocalittici sembra come indicarci una strada da percorrere, come una strettoia da attraversare per arrivare a vederLo in tutto il Suo splendore. La strada, la strettoia della fatica, del dolore e della morte. Questo ci affatica non poco e ci carica di una attesa che s’intreccia con la paura.

Può fare paura il Vangelo?

Gesù, nel vangelo di oggi non ha mezze misure. Ci anticipa la distruzione del tempio di Gerusalemme, il luogo dove Si recava spesso e volentieri a pregare e dentro di noi scatta il pensiero che, nel contesto di questa pandemia che ci costringe a rinchiuderci nelle nostre case, forse anche noi potremmo faticare a raggiungere le nostre chiese per celebrare, per rivolgere a Dio le nostre attese e le nostre speranze. Che futuro sarà per le nostre comunità cristiane, per le nostre parrocchie?

E poi Gesù non si trattiene nel parlarci di terremoti e di carestie, di persecuzione e di lotte fratricide sin dentro le nostre famiglie. E certe parole ci fanno male dentro mentre Gesù ci parla dell’ “abominio della devastazione”, dei “giorni della tribolazione” nei quali “sorgeranno falsi cristi e falsi profeti”. Persino “il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”. Tanto che il Vangelo di Luca, in un passo parallelo, dice che addirittura “gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra” (21,25-26).

Di quale paura stiamo parlando? Forse non è più la paura del buio che provavamo da bambini. Forse non si tratta soltanto della paura di ciò che ci sta attorno e che in modo imprevedibile ci attacca e potrebbe farci male. Neppure è la paura di un virus invisibile che temiamo di non saper fronteggiare con tutta la scienza e il sapere medico accumulato nel tempo. È una paura più profonda che ci portiamo dentro, che ci abita nel cuore e nella mente.

Le paure che ci abitano

Quali sono le paure che abitano i nostri cuori, e ci chiudono al mondo, ci paralizzano, limitandoci nelle nostre espressioni e nei comportamenti? Ne potremmo elencare molte, ma decidendo anzitutto di andarle a scovare dentro di noi. Paure come quella di vivere o di morire. La prima ci blocca nell’affanno quotidiano, quando ci dimentichiamo che Dio Si occupa di noi, ha cura delle nostre giornate ansimanti, magari un po’ rallentate dal lockdown forzato al quale ci sta obbligando anche questa pandemia. Mentre la seconda è la paura di morire, di non essere più, di finire con l’ultimo sospiro esalato. Come anche diceva Pierre, il protagonista ammalato di un romanzo intitolato Il tempo è un dio breve (Maria Pia Veladiano, 2012): “La paura è una malattia dello spirito.

È il cuore di tutti i dolori: paura di perdere chi si ama, di morire, di soffrire. Non ha bisogno di sventure concrete per alimentarsi, le bastano i fantasmi della nostra immaginazione. Guai a sentirsi davvero soli”. E mentre guardi o pensi a un malato che non sei tu, ancora una volta cerchi un diversivo per non guardarti dentro, col timore di dover rispondere a domande che da anni premono alle porte del tuo cuore. Interessante accorgersi che il termine paura ha la stessa radice di pavimento (lat: pavére: battere il terreno per livellarlo) e il terrore ha il sapore della terra. Come se in ultima analisi la radice ultima delle nostre paure stesse anzitutto nel timore d’essere atterrato, calpestato, dimenticato. La paura della solitudine: d’essere messo definitivamente da parte. Rottamato, come direbbero oggi purtroppo.

Il vangelo dell’antipaura

Ora, che cosa ci dice in profondità Gesù nel Vangelo di oggi? Ci lascia lì, stesi sul pavimento della nostra solitudine, appiattiti, atterriti, senza speranza? Potremmo, ad esempio, fare un esercizio interessante: rileggere il Vangelo odierno mettendo in fila, elencando tutti i verbi più incoraggianti che troviamo giungendo a comporre una sorta di evangelo dell’antipaura. È Gesù, infatti, che oggi dice: “che nessuno vi inganni”; “non allarmatevi”; “non preoccupatevi”; e se anche vi parlassero di altri cristi “voi non credeteci”. Gesù, pur davanti allo sconvolgimento del mondo e alle nostre paure più profonde e umanamente insanabili, non ci regala formule magiche, rimedi illusori. Semplicemente ci direbbe con grande schiettezza: “Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33).

Intuendo che l’evangelo dell’antipaura comporta saper guardare Gesù negli occhi, mentre ci ripete: “Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21.28). Alziamoci, andando oltre le nostre lamentele e rassegnazioni. Ritroviamo il gusto della speranza dentro le nostre comunità, dentro le nostre case. Decidiamoci a riconoscere la presenza misteriosa e potente di Gesù nei poveri e nei sofferenti. Ritorni a brillare nel vostro sguardo l’attesa gioiosa del Signore. E là dove forse ancora sentiamo risuonare parola di lamento, torniamo a regalare vicinanza concreta, solidarietà sincera. Non aspettiamo che qualcuno ci venga incontro. Decidiamo noi di fare il primo passo nel Suo nome.

don Walter Magni

L'autore

Walter Magni
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