Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 18 Settembre 2022 – don Walter Magni

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III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI
SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

Anno C – Rito Ambrosiano – 18 Settembre 2022

Cantate al Signore, acclamate il suo santo nome

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 5,25-36 – In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 25«In verità,  in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli  che l’avranno ascoltata, vivranno.26Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso  anche al Figlio di avere la vita in se stesso, 27e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio  dell’uomo. 28Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri  udranno la sua voce 29e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero  il male per una risurrezione di condanna. 30Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello  che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi  ha mandato. 31Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. 32C’è  un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. 33Voi avete  inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. 34Io non ricevo  testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. 35Egli era la lampada che  arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. 36Io però ho una  testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle  stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato».

Fratelli, sorelle, 

più che di testimonial da parata, servono dei testimoni autentici. Gesù è chiaro nel vangelo di oggi (III domenica dopo il Martirio di san Giovanni il Precursore, 18 settembre 2022), parlando ai farisei  e ai giudei del Tempio che erano accorsi ad ascoltarLo: “Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni  ed egli ha dato testimonianza alla verità”. Una testimonianza autentica punta diritta alla verità.  

Testimone credibile 

Gesù, stando al brano evangelico odierno, descrive Giovanni Battista come “testimone della verità”. Una verità che non è fatta anzitutto da principi astratti che non ci appartengono. Ma una verità che è  consegnata anzitutto nella profondità del cuore della vita di Giovanni il Battista. Per questo anche  Gesù ha detto di Sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), dove la via alla verità che è Gesù  si coniuga e si identifica con la vita che è verità di Gesù. In questo senso anche la verità di noi stessi  risiede primariamente nel fatto che siamo stati consegnati alla vita, con tutti i suoi dinamismi fatti di  relazioni, che diventano nel tempo creatività, cultura, istituzione e storia.

Siamo quello che siamo,  prima di protenderci ad essere quello che dovremmo o ci viene chiesto di essere. Una verità primordiale semplice e ineludibile. Saper dare credito a se stessi lungo i giorni che passano è il primo  esercizio di verità che siamo tutti chiamati a testimoniare. È questo che ci rende umili, capaci di  accogliere la vita degli altri, semplicemente misericordiosi. Per questo il comandamento dell’amore  che Gesù ci ha consegnato è: “ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,39).

Dove starebbe  propriamente la sfida educativa che il mondo della scuola rappresenta oggi? Nel fatto che prima di  riempire di nozioni e di informazioni dei bambini e dei ragazzi, importa che dei giovani incontrino  degli insegnanti innamorati della loro vita e della verità che semplicemente rappresentano davanti a  ciascuno di loro. Per questo il mondo aspetta dei testimoni, più che degli esperti o dei maestri.  

Una testimonianza superiore 

Gesù poi opera nel brano evangelico odierno un salto qualitativo quando afferma, confrontandoSi con Giovanni il Battista: “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni”. E la  superiorità della Sua testimonianza si radica nella singolare credibilità, nell’affidabilità unica e  profonda della Sua esistenza. Nel modo pieno col quale ci ha amati e ha dato Se stesso per amore  nostro. Ma anche chiedendoci, mentre Lo guardiamo stupiti, di imparare ad amare come Lui, acquisendo lo stesso stile di abbandono e di affidamento al Padre.

Per questo afferma nel vangelo  odierno che da Se stesso Lui non sarebbe in grado di fare nulla: “da me, io non posso fare nulla”. Solo nella relazione di affidamento al Padre Suo si comprende la verità ultima della Sua esistenza e  anzitutto questo Gesù intende come testimonianza superiore. Gesù ha una sola preoccupazione:  lasciare che il Padre agisca in Lui, affidandoSi al Suo primato: lasciandoSi fare, lasciandoSi amare così. Non sono pertanto difficili queste Sue parole: “perché non cerco la mia volontà, ma la volontà  di colui che mi ha mandato. Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe  vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera”.  Una testimonianza vera proprio perché non sussiste in Lui, non è tutta consegnata in Lui, ma si  percepisce nello spazio di una relazione che così definisce e principia la Sua stessa vita, la Sua verità  più profonda. Come se proprio l’altro – cioè il Padre Suo fosse la Sua stessa definizione,  

“Tenendo fisso lo sguardo su Gesù” 

Non ci resta che guardare a Gesù. Come Giovanni Battista quando se L’era visto venirgli incontro e  disse ai suoi discepoli: “Ecco l’agnello di Dio” (Gv 1,29). E la Lettera agli Ebrei, infatti, ci ripete  che “anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di  peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo  fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”. E cosa ci resta da  fare, se, mentre vorremmo guardare a Lui, percepiamo tutta la nostra precarietà e povertà profonda? 

Mentre ci sentiamo delusi e non ci resta più nulla da fare? Cerchiamo semplicemente “d’essere umani  verso gli umani. Questo reciproco e primitivo riconoscimento, è in un certo senso il banale e  l’ordinario della vita. Allora succede che la luce di un viso, la musica di una voce, il gesto offerto da  una mano, d’un tratto dicano tutto; e che, per esempio, quest’uomo sfinito, che la gente credeva  annegato nell’assenza, indichi, con un movimento quasi invisibile, la presenza della presenza” (M.  Bellet).

Sì, restiamo umani, caparbiamente umani. Senza perdere la speranza. Perché Gesù, il Figlio  di Dio, di questa nostra umanità S’è innamorato. E questo ci basta! Una cantante dei nostri giorni  cantava qualche anno fa: Per quanto assurda e complessa ci sembri, / la vita è perfetta, / per quanto  sembri incoerente e testarda, / se cadi ti aspetta. / E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela  stretta, / a tenercela stretta, che sia benedetta” (F. Mannoia).

don Walter Magni

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