Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 23 Gennaio 2022 – don Walter Magni

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TERZA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

23 gennaio 2022 – Rito Ambrosiano – Anno C

Il Signore ricorda sempre la sua parola santa

Vangelo: Matteo 15,32-38: Il segno della seconda moltiplicazione dei pani – In quel tempo. 32Il Signore Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». 33E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti  pani  da  sfamare  una  folla  così  grande?».  34Gesù  domandò  loro:  «Quanti  pani  avete?». Dissero:  «Sette,  e  pochi pesciolini». 35Dopo  aver ordinato  alla  folla di  sedersi  per terra,  36prese  i sette  pani  e  i  pesci,  rese  grazie,  li  spezzò  e  li  dava  ai  discepoli,  e  i  discepoli  alla  folla.  37Tutti mangiarono  a  sazietà.  Portarono  via  i  pezzi  avanzati:  sette  sporte  piene.  38Quelli  che  avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Fratelli, sorelle,

in questo tempo dopo l’Epifania, Gesù continua a manifestarSi al mondo. Come il Figlio di Dio, che emerge con la forza dello Spirito dalle acque del Giordano; come Colui che Si manifesta nel segno del vino ultimo e buono a Cana di Galilea; e oggi, III domenica dopo l’Epifania (23 gennaio 2022) nel segno di un pane che moltiplicato a dismisura soddisfa la fame di una grande folla.

Compassione

Tutto parte dalla compassione. Come uno sguardo che scava nel cuore di una folla che da Lui S’aspettava qualcosa. Ma cosa? Come il sentire proprio del cuore di Dio che conosce i nostri desideri più profondi. Come dovessimo imparare una consonanza, che mettendosi sullo stesso piano ci consente di sentire, di comprendere più di quanto potevamo immaginare. Gesù lo dichiara:

Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino”. Ed già era capitato: “vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore” (Mt 9,36). Questi Vangeli sono scritti in greco, ma il modo di sentire di Gesù è profondamente ebraico. Splanchnizô: “sento compassione” significa che a Gesù

Gli si stanno muovendo dentro le viscere. Provando cioè la stessa commozione che una madre sa provare vedendo il suo bambino. E Gesù sente compassione perché Si fatto carne della nostra carne e, abitandola fino in fondo ne assume tutte le tensioni e i dinamismi, mantenendo tutta l’ampiezza del cuore di Dio. “Non esiste landa tanto bella, tanto terribile, tanto arida e tanto fertile come la landa della compassione. Essa è l’unico deserto che si coprirà veramente di gigli. Essa diventerà uno specchio d’acqua, essa produrrà germogli e fiorirà e risplenderà di gioia. È nel deserto della compassione che la terra assetata si trasforma in sorgente d’acqua viva, che il povero possiede ogni cosa” (Th. Merton).

Smarrimento

A fronte della Sua compassione sta tutto il nostro smarrimento, potendo intuire la distanza tra l’ampiezza del Suo cuore e tutta la nostra impotenza. Percezione chiara della divaricazione tra la gratuità dell’amore di dio e il nostro calcolare. Dicono i Suoi: “Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. Se imparassimo a sostare con umiltà al Suo cospetto, potremmo intuire la profondità della Sua compassione e potremmo intuire a quale altezza, a quale alta considerazione Egli vorrebbe portare la nostra esistenza.

Lui, che ama con una profondità che rompe ogni nostro conteggio: “Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte” (sl 89,4). Lui che non fa conto del vigore del cavallo, non apprezza l’agile corsa dell’uomo” (sl 146,10-11) e vede il senso delle nostre intenzioni. E’ sempre Lui che non Si perde il gesto di una vedova: “Tutti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,38-44).

Proprio la consapevolezza dei nostri limiti potrebbe diventare la palestra per esercitarci ad accogliere la verità ultima del Suo insegnamento. E “domandò loro: ‘Quanti pani avete?’. Dissero: ‘Sette, e pochi pesciolini’”. Non arrendiamoci all’esercizio al quale la vita continuamente ci introduce: prendere atto di quello che siamo e del poco che abbiamo. S e pure ci sembrerà poca cosa ci è chiesto il coraggio di mettere tutto nelle sue mani.

La nostra pochezza trasformata

C’è differenza tra la gratuità di Dio e le nostre raccolte caritativa? La qualità della carità secondo il cuore di Dio non chiede di attenerci a strategie di accumulo per affrontare tante fami che circolano nel mondo, ma di guardare anzitutto nelle nostre tasche. “Quanti pani avete?”. Il miracolo della moltiplicazione, il rendimento di grazie (“rese grazie”), prende le mosse da “sette pani e pochi pesciolini”. Che pure vorremmo trattenere, dato anche allora corrispondevano a quanto una famiglia poteva conservare come scorta in una bisaccia. Gesù prende tutte nelle Sue mani e “dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla”. Stando alla precedente moltiplicazione Gesù giungeva a dire ai Suoi anche di più: “voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16).

Quel poco che abbiamo e che siamo, a Lui basta per soddisfare la fame di tutti: “tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini”. Si moltiplica solo ciò che si dona. Saper guardare al mondo con gli occhi di Dio è l’unica strada che ancora ci farà fare strada. E con l’atteggiamento giusto: “ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9,7-9); guidati sempre dalla sua profonda e inesauribile compassione: “la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera” (F. Dostoevskij).

don Walter Magni

 

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