Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 24 Agosto 2025 – don Walter Magni

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DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

24 Agosto 2025 Anno CRito Ambrosiano

Nella tua legge, Signore, è tutta la mia gioia

Lettura del Vangelo secondo Matteo 18,1-10 – In quel tempo. I discepoli si avvicinarono al Signore  Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo  pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i  bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino,  costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio  nome, accoglie me. Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli  conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare.  Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del  quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via  da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere  gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio  per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del  fuoco. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei  cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».  

Fratelli, sorelle,
venivano dalla strada ed erano appena entrati in casa, una casa di Cafarnao. Forse quella di Pietro? Erano appena entrati – infatti è scritto: “In quel momento” – e i discepoli gli si avvicinano, quasi bruciasse loro dentro la domanda: “chi è dunque più grande nel regno dei cieli?”. E ne facevano una questione di gradi, di cariche, più meno importanti.

“Chi è più grande nel regno dei cieli?”

Poco prima, per strada con i Suoi discepoli, Gesù aveva detto con chiarezza: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà” e loro s’erano rattristati nel sentirLo parlare così. Poi certe cose – succede a tutti, anche a noi! – si dimenticano in fretta. Così si finì per discutere d’altro: di chi viene prima e di chi viene dopo. Non di gradi di Vangelo, ma di gradi di visibilità, di immagine, di ostentazione di sé.

E Gesù a tutto questo rispose con un gesto, in continuità con quanto aveva detto loro per strada: “chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro”. Anche se ci potremmo riferire a un’altra traduzione del termine “bambino”, come ha scritto un biblista recentemente: Gesù, infatti, si dice in greco chiama a sé un παιδίον, che si traduce: ragazzo, servo, garzone.

Gesù non aveva deciso di mettere in mezzo la figura di un bambino, “ma quella del garzone o del servo che non aveva alcuna specifica mansione, se non quella di aiutare” (G. Borgonovo). E questo è il modello che Gesù mette davanti ai Suoi, come dicesse: se non cambierete modo di pensare e non vi mettete a servire come questo garzone non entrerete nel regno dei cieli! Gesù, a chi cerca posti di prestigio, mette davanti l’alternativa di chi serve, non di chi si fa servire!

Così scopriamo la grande capacità di Gesù di trovare nell’immediatezza della situazione il segno più giusto. Come se, appena entrato in quella casa, alla domanda dei Suoi, avesse trovato subito la risposta in quel garzone che vi stava servendo.

“Lo pose in mezzo”

Forse anche quel garzone s’era affacciato all’arrivo di Gesù e chissà cosa aveva pensato quando il Maestro “lo pose in mezzo”. Lui che cercava sempre d’essere defilato, Ma Gesù oggi ci invita a lasciarci istruire da questo garzone, se no non si entra nel Suo regno. E dovremmo ricordarcelo quando pregando diciamo: “Venga il tuo regno!”.

Come dicessimo appunto: che vengano avanti i garzoni. Che non sono inetti portaborse, ma ragazzi che vedono bene come stanno le cose. E ci mettono occhi e cuore nel loro lavoro. Fantasia, mani, braccia e voce che grida, purché tutto proceda al meglio.

Garzoni che sbucano sfrecciando da ogni parte, per riuscire a portarti a casa per tempo una pizza per pochi euro. E poi ci sono i garzoni stagionali a poco prezzo, per le raccolte dei prodotti stagionali nelle nostre campagne.

E tornano alla mente i garzoni delle antiche botteghe degli artisti. Erano loro a combinare certi colori per un dipinto o a sgrossare le forme di quello che sarebbe poi diventato il capolavoro di quel pittore o di quello scultore famoso! Chi preparava tele e blocchi di marmo o di legno e intonaci e fondali, sino a impostare i dipinti? Tutti quei garzoni dei quali nessuno ricorda il nome.

E oggi il nostro Maestro ci invita a mettere in mezzo loro, volendo restituire a ciascuno quella dignità e quel riconoscimento che è stato loro negato. E neppure chiedono medaglie o luci da ribalta. A loro basta anche solo uno sguardo che li accarezzi con gli occhi, proprio come accadde a quel garzone in quella casa sperduta tra le case proprio quel giorno, a Cafarnao.

“Guardate di non disprezzare uno di questi piccoli”

E oggi dovremmo ringraziare tutti i garzoni del mondo! Se il mondo sta in piedi, ancora oggi, non è per le parole confuse e calcolate dei potenti, ma per la loro generosità.

E, ad evitare la retorica di certi ringraziamenti, dovrei soprattutto cercare di fare quello che è in mio potere per restituire loro dignità. Anche difendendo i loro diritti con la legge.

Senza dimenticare, per amore del Vangelo che abbiamo ascoltato, che Gesù non solo quel giorno “pose in mezzo” un garzone, ma pure ci chiese di diventare come loro. ”se non cambierete modo di pensare e non diventerete come questi garzoni non entrerete nel regno di Dio”.

Vivere dunque da garzoni. Ovunque tu sia, servendo, aiutando e non dominando. Non importa dove si è nella società, nella Chiesa, nel mondo; importa come si sta nella società, nella Chiesa, nel mondo: a servire, non a farsi servire.

Senza ambire a titoli o a riconoscimenti, senza lasciarsi scolorire dall’abitudine, con la consapevolezza che hai ancora qualcosa da inventare, provando il gusto, la gioia di fare del bene.

Garzone in fondo come il Tuo Signore, che è pure stato garzone compiendo quell’ultimo Suo gesto con il quale ha voluto lavare i piedi dei Suoi discepoli E non era proprio questo gesto che ancora toccava al garzone, al rientro in casa di chiunque si sentisse stremato dalla fatica di un viaggio?

“Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così!” (Mt 24,46). E al termine del viaggio della vita poter dire ancora: “Ho lavato i piedi a qualcuno, ho sollevato un poco la sua stanchezza di vivere, la sua fatica”. E così sia.

don Walter Magni