Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 24 Gennaio 2021

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III DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Anno B – Rito Ambrosiano – 24 gennaio 2021

Il Signore ricorda sempre la sua parola santa

  • LETTURA Numeri 11,4-7.16a.18-20.31-32. La manna e le quaglie SALMO 104 (105): Il Signore ricorda sempre la sua parola santa.
  • EPISTOLA 1Corinzi 10,1-11b. Ciò che avvenne ai nostri padri nel deserto è esempio per noi
  • VANGELO, Mt 14,13b-21. Il segno della moltiplicazione dei pani – In quel tempo. 13Il Signore Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. 15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date  loro  da  mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse:
    «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i  due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Fratelli, sorelle,

dopo il segno di Cana, la liturgia odierna (III dopo l’Epifania, 24 gennaio 2021) ci racconta un altro segno, che ha la fragranza del pane buono. Pane capace di sfamare e saziare tanta gente. Sino ad averne d’avanzo. Tanto è smisurato Dio quando dona. Un segno che dice un messaggio, un senso, una direzione che porta dritto al cuore di Dio, a Gesù Pane di vita, ricco di misericordia e amore.

“Sentì compassione”

L’episodio della moltiplicazione lo segnalano tutti i Vangeli sinottici. Gesù, saputo della morte di Giovanni il Battista, decise di ritirarSi in un luogo deserto. Forse voleva ripensare la strategia dell’annuncio. Ma subito la gente si mise sulle Sue tracce e Lo ritrovò. E Gesù “sceso dalla barca, vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati”. Marco parla propriamente di pietà, Luca insiste sull’accoglienza, solo Matteo usa esplicitamente la parola compassione, che non va certo confusa con un pietismo inconcludente. Quella folla, anzitutto affascinata e affamata di Lui, L’aveva cercato con insistenza, facendo a piedi un lungo tratto di strada. Come poteva deluderla ancora? Certo, aveva interrotto quella Sua comprensibile esigenza di fermarsi un poco in compagnia degli amici e meglio distendere il tempo della preghiera. Ma la situazione era esigente, non serviva indugiare: sentire compassione per loro significava prendersi cura: “guarì i loro malati”. Tante guarigioni diventano così il segno di una salvezza che sta sempre nel cuore della gente. É una compassione attiva e in movimento, quella di Gesù, che mentre ti guarda raggiunge il cuore. E così, giunta la sera, ai discepoli altro non restava che il buon senso per constatare che “il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Congedare non è verbo che Gli appartiene. Così, proprio in quella estrema mancanza scatta in Lui un’altra occasione per ridire la buona notizia, la gioia del Vangelo.

“Date voi stessi da mangiare”

Le parole di Gesù sono dirette e capaci persino di una certa paradossalità. E disse loro “date loro voi stessi da mangiare”. Ma se la provocazione non viene raccolta, non resta che obiettare, attenendosi alla constatazione di una situazione difficile da affrontare: “non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Forse non c’era nulla da spiegare; forse solo un’azione ingiusta li avrebbe persuasi. E presi “i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”. C’era molta gente. Non restava che agire ingiungendo: “Fate questo in memoria di me” Questo è, del resto, l’eucaristia nella sua verità più profonda. Darsi, coinvolgersi donandosi, senza anteporre calcoli o ragionamenti. Obbedendo alla verità di una visione che semplicemente ci precede. Come il pane, che una volta spezzato non può che passare di mano in mano, diventando semplicemente eucaristico. Dando espressione totale a una compassione che semplicemente sta davanti all’altro come dono, senza opporre domande, senza pretendere ragioni o confronti. E penso alle nostre eucaristie. Con quanta insistenza – forse troppa – si è voluto ribadire anzitutto il momento preciso della trasformazione del pane nel corpo santo del Signore, chiamandola passaggio di sostanza, transustanziazione. Gesù insisterebbe invece su ben altra sostanza che passa e ancora e sempre dovrà passare, sino a che il pane non sarà mangiato, consumato. Sino a che tutto sia consumato. Senza opporre alcuna resistenza.

“Tutti mangiarono a sazietà”

 Come una antica preghiera ci ricorda: “Cristo non ha mani ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha piedi ha soltanto i nostri piedi  per  guidare  gli  uomini  sui  suoi  sentieri. Cristo non ha labbra ha soltanto le nostre labbra  per  raccontare  di  sé  agli  uomini  d’oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora. Siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole” (Anonimo Fiammingo, XV sec.). Questo, infatti, è l’esito infine: “tutti mangiarono a sazietà”. La sovrabbondanza che scaturisce da un  amore  così  grande,  supera  qualsiasi previsione: “e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”. E la ragione ultima, la radice profonda di questa sovrabbondanza persino smisurata, è frutto anzitutto dell’infinita compassione che il cuore di Dio continua a regalarci e a insegnare, perché anche la nostra carne possa diventare per il mondo pane buono e fragrante capace di sfamare. La compassione non sarà mai una relazione tra il guaritore e il ferito. È piuttosto un rapporto tra eguali. Solo se conosceremo tutta la nostra oscurità e debolezza potremo ancora essere presenti al buio che avvolge i nostri fratelli, riconoscendo in ciascuno di loro la nostra stessa umanità, ferita e affamata. “È nel deserto della compassione che la terra assetata si trasforma in sorgente d’acqua viva” (Thomas Merton).

don Walter Magni

L'autore

Walter Magni

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