Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 24 Settembre 2023 – don Walter Magni

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IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

Anno A – Rito Ambrosiano – 24 Settembre 2023

Vieni, Signore, a salvare il tuo popolo  

Giovanni 6,24-35 In quel tempo. 24Quando la folla vide che il Signore Gesù non era  più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di  Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose  loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete  mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo  che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha  messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?».  29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 30Allora  gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri  hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo».  32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma  è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal  cielo e dà la vita al mondo». 34Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35Gesù  rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà  sete, mai!». 

Fratelli, sorelle, 

il profeta Isaia lancia un grido accorato nella prima lettura di questa domenica (IV dopo il Martirio  di s. Giovanni il Precursore, 24 settembre 2023): “se tu, Signore, squarciassi i cieli e scendessi”. Da  una parte, infatti, stanno gli uomini che – in modi diversi e anche confusi talvolta -invocano Dio;  dall’altra sta comunque Gesù, risposta definitiva di Dio a tutte le nostre invocazioni.  

“Voi mi cercate perché avete visto dei segni”  

Il passo evangelico odierno appartiene a una catechesi, a una spiegazione dell’Eucaristia che circolava  nelle prime comunità cristiane. Gesù, dopo aver moltiplicato il pane per migliaia di persone, era  fuggito poi su un’altura a pregare, nel timore d’essere frainteso dalla folla. E, raggiunti di notte i Suoi  discepoli sulla barca, era tornato a Cafarnao. Ma la folla, che Lo stava ancora cercando, Lo trova finalmente al di là del lago. Perché ma la gente cerca Gesù con tanta insistenza? Il rapporto tra Gesù e la gente è qualcosa di indicibile. Per un verso la folla è molto istintiva: cerca Gesù perché crede di  avere individuato in Lui il risolutore a buon mercato della fame di cibo, del bisogno immediato di  salute, della ricerca di un po’ di stupore e di meraviglia. Ma tra Gesù e la folla corre molto di più.

Di  certo un’attrazione che non mente sull’essenziale L’intuizione di avere trovato in Lui qualcosa di  profondo e che chiede d’essere spiegato e chiarito, persino discusso con tanta pazienza e schiettezza se necessario. Ciò che importa è comunque non lasciare cadere nulla nel vuoto. Persino sotto la croce  Gesù sembra continuare a interloquire con una folla che lo guarda morire crocifisso. Come la volesse  educare ancora, obbligandola a stare davanti al Suo mistero. Ma sempre pronto a smascherare i loro  abbagli e il bisogno di sensazionalismo e di nuove emozioni: “voi mi cercate non perché avete visto  dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Come dicesse anche noi: perché  mi cercate? Se continuate a cercarmi così, avete sbagliato rotta, siete fuori strada. 

“Datevi da fare (…) per il cibo che rimane” 

Gesù però preferisce dire le cose come stanno: “datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per  il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Non passa giorno che qualcuno  ci chieda qualcosa. Spesso si tratta della solita persona che ti ferma a un semaforo o al portone di una  chiesa e, stendendo la mano, ti chiede qualcosa. E non è difficile intuire che proprio dietro quella  richiesta immediata e persino furba quel volto tradisce una profondità e una ricchezza che puoi  accogliere o semplicemente rifiutare passando oltre.

Come fosse la sua identità che ti si offre, il suo  stesso mistero. Fame di senso, bisogno d’affetto, desiderio di poter credere ancora a qualcuno,  potendo esprimere finalmente un affidamento senza più remore e confini. E così, specchiandoci  proprio in quella loro postura mendicante, provare la grazia di sentirci un po’ come loro. Spesso,  mentre ho la grazia di distribuire l’eucaristia dall’altare a tanta gente che avanza stendendo la mano,  sento che proprio quel gesto mi appartiene profondamente. Per questo Gesù non Si è mai sottratto al bisogno della gente di vederLo ancora. di poterLo toccarlo, gustare la Sua presenza. Certo, importa  dire le cose come stanno e che quel pane altro non è che il Figlio di Dio fattoSi carne come uno di  noi, senza però respingere nessuno. Anche a costo d’essere incompreso, senza sottrarsi, Gesù  ripeterebbe con parole alte le cose come stanno: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà  fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”. Ma senza mai respingere nessuno.  

Signore, dacci sempre questo pane” 

Da quando sono prete avrò celebrato migliaia di Messe. Quante volte ho ripetuto queste parole  incandescenti: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo (…). Prendete bevete questo è il mio  sangue: fate questo in memoria di me”. Mi commuovo vedendo quanta gente si accosta per ricevere  l’Eucaristia. Sento devozione, bisogno d’amore, desiderio di Dio. Mentre un dubbio mi prende: cosa  capisce la gente dell’Eucaristia? Può bastare un gesto, pur carico di devozione, per ricevere il mistero  infinito che la chiesa adora in quel pezzo di pane consacrato? Col passare degli anni questa domanda  si è affievolita, lasciando il posto a un’altra considerazione: cosa so io dei segreti del cuore di Dio? 

Come potrei spiegare l’Eucaristia con parole mie o anche solo ripetendo le definizioni della teologia  più aggiornata? Così sorrido al pensiero che persino un bambino potrebbe riconoscere la bellezza  della Sua presenza molto più di tanti adulti. Perché “il regno di Dio è per chi assomiglia a loro” (Lc  18,16). E non mi resta che ripetere, con tutta quella gente che da quel giorno ancora Gli si accalca  intorno: “Signore, dacci sempre questo pane”. “A volte ripenso a quella piccola parola, con cui gli  Ebrei hanno chiamato quel cibo inatteso dal cielo: Manna, manhu, che significa: che cos’è? Penso che  era come una domanda iscritta per sempre, quasi non ci fosse fine alle risposte, alla sorpresa: che  cos’è? E penso anche che la stessa domanda dovrebbe essere iscritta per sempre nell’Eucaristia. E  ogni volta che la prendiamo nelle mani e ne mangiamo, chiederci: che cos’è?” (A. Casati).  

don Walter Magni