Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 29 Maggio 2022 – don Walter Magni

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DOMENICA DOPO L’ASCENSIONE

Anno C – Rito Ambrosiano – 29 maggio 2022

Nella casa del Signore contempleremo il suo volto

LETTURA DEL VANGELO secondo Giovanni 17,1b.20-26: In quel tempo. 1Il Signore Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: 20«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. 25Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Fratelli, sorelle,

stando alla liturgia oggi siamo alla VII domenica di Pasqua, mentre riferendoci al rito ambrosiano, giovedì scorso ricorreva la festa dell’Ascensione, che giustifica il titolo proprio di questa domenica: dopo l’Ascensione del Signore (29 maggio 2022). E questo comporta il rischio, purtroppo, che molti fedeli non celebrino più di fatto questa importante e antica solennità del Signore.

Un nuovo senso spirituale

Già qualche teologo aveva definito l’Ascensione: “la cenerentola delle feste cristiane” (P. Ricca), così che la collocazione ambrosiana di questa festa in un giovedì infrasettimanale non festivo, non fa che evidenziarne ulteriormente il disagio. Eppure il Nuovo testamento ne parla molto e l’evangelista Luca nell’Ascensione di Gesù individua la continuità tra il suo Vangelo e il Libro degli Atti. Così, alla luce di una sorta di riduzione celebrativa dell’Ascensione risulta, più che un impoverimento della riflessione teologica, sicuramente una forte riduzione dei suoi benefici spirituali.

Già la preferenza emotiva e psicologica data alla celebrazione del Natale rispetto alla Pasqua e a alla stessa Pentecoste tradisce il fatto che i fedeli preferiscono più il mistero di un Dio che viene che non quello di un Dio che muore, risorge e poi sparisce dalla nostra vista. Il Libro degli Atti effettivamente di Gesù dice che “fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo” (1,11). Dunque, che fare propriamente? O come Tommaso pretendiamo di poterLo ancora toccare con le nostre mani e vedere con i nostri occhi oppure ci inoltriamo per la strada di un nuovo senso spirituale che intuiamo scaturire in pienezza proprio da una adesione profonda nei confronti della Sua Pasqua. Imparando a mettere in secondo piano l’esigenza, che tutti ci portiamo dentro, di voler constatare, dimostrare, ma rinnovando la nostra piena adesione a Lui, dicendo come Tommaso, in piena fiducia e abbandono: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28).

Con gli occhi della fede

Siamo dunque chiamati a guardare al mistero della morte e della resurrezione di Gesù, con uno sguardo nuovo, con gli occhi della fede. Come si spiegherebbe altrimenti il rapporto tra il fatto che Gesù risorto, mentre scompare alla vista dei discepoli, subito li riempie di una gioia profondissima? La stessa gioia che avevano percepito i discepoli che stavano chiusi nel Cenacolo, la sera di Pasqua: Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20). E come anche Luca afferma degli Undici, che Lo avevano visto sparire in cielo il giorno dell’Ascensione: “tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24,52-53).

E qualcosa di simile era pure capitato ai due discepoli di Emmaus, dopo che Gesù aveva benedetto il pane: “i loro occhi si aprirono e lo riconobbero” e, mentre Lui spariva dalla loro vista, essi si dicevano: “’non ci sentivamo come un fuoco nel cuore, quando egli lungo la via ci parlava e ci spiegava la Bibbia?’. Quindi si alzarono e ritornarono subito a Gerusalemme” (Lc 24,31-35).

Cos’è questa gioia che traspare sul volto dei discepoli, mentre Lo proclamano risorto nel tempio di Gerusalemme, dopo averLo visto sparire? Cos’è questo fuoco che attraversa il loro cuore mentre Lui spiega loro la Scrittura? Ci è chiesto un nuovo modo di guardare, affinando cioè gli occhi della fede. L’Ascensione non è infatti un percorso cosmico, ma una rinnovata navigazione del cuore che passa dalla chiusura su di sé a un amore che abbraccia l’universo (Benedetto XVI).

Piedi per terra, occhi al cielo

In questo senso ci aiuta propriamente l’inizio del Vangelo odierno che, nel contesto della grande preghiera al Padre, ormai al termine dei discorsi dell’Ultima Cena, annota che Gesù, “alzati gli occhi al cielo, disse…”. Come ci stesse invitando a entrare definitivamente nel Suo orizzonte. In quella che era sempre stata la Sua visione di Dio e del mondo. Saper guardare al Padre, rimanendo per sempre ancorati e innestati nel mondo. Come se con la Sua Ascensione al cielo fossimo invitati a fare nostro lo stesso sguardo di Dio nei confronti del mondo.

Piedi per terra certamente, dopo la Sua incarnazione, ma con gli occhi fissi nel cielo di Dio. Così come Lui ci ha continuamente insegnato: “Padre nostro che sei nei cieli”, dove l’unione tra il Padre e il Figlio trova la sua piena e definitiva conferma nello Spirito Santo che a partire da Pentecoste ci insegnerà ogni cosa (Gv 14,26). L’Ascensione di Gesù non è più segno della Sua assenza, ma il fatto che indica il Suo definitivo e universale innesto nel mondo.

Non più in un preciso posto, come avveniva prima della Sua morte, ma ovunque due o tre Lo renderanno presente: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). La Tua ascensione, Signore, mi colma di gioia perché è finito per me il tempo di stare a guardare ciò che fai e comincia il tempo del mio impegno. Non mi vinca il timore, non mi fermino le difficoltà, non mi avvilisca l’incomprensione, ma sempre e dovunque, io sia annuncio gioioso di Te, senza rimpianti. Amen.

don Walter Magni

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