Rito Ambrosiano – Commento al Vangelo di domenica 7 Agosto 2022 – don Walter Magni

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IX DOMENICA DOPO PENTECOSTE 

Anno C – Rito Ambrosiano – 7 agosto 2022

La tua mano, Signore, sostiene il tuo eletto

Vangelo secondo Matteo 22,41-46
In quel tempo. Mentre i farisei erano riuniti insieme, il Signore Gesù chiese loro: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?». Gli risposero: «Di Davide». Disse loro: «Come mai allora Davide, mosso dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: / “Disse il Signore al mio Signore: / Siedi alla mia destra / finché io ponga i tuoi nemici / sotto i tuoi piedi”? Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?». Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo.

Fratelli, sorelle, 

anche Dio, da amante appassionato come dicono le Scritture, ha delle domande che desidera fare agli uomini, in attesa che gli rispondiamo ed entriamo in dialogo con Lui. Il Vangelo di Marco registra 61 domande di Gesù, Matteo 40, Luca 25 e Giovanni 48. Domande con le quali Gesù interrogava i Suoi interlocutori, come nel Vangelo odierno (IX domenica dopo Pentecoste, 7 agosto 2022) 

L’arte del domandare 

Di fatto gli esseri umani più che domandare preferiscono osservare, parlare, dire di sé, interrompere,  giudicare e criticare. Gesù, invece, da grande comunicatore, Si serve spesso delle domande, come  segno di cura dell’altro, del Suo interlocutore. Sin anche a desiderare di sfidarlo, provocarlo.  Soprattutto, quando la situazione si presenta complessa, difficile. Anzi, potremmo immaginare le  stesse domande poste da Gesù come una grande mano che, uscendo dal testo evangelico, obbliga  anche noi a fermarci, invitandoci a entrare in relazione più profonda con Lui. E quando Gesù domanda  è perché sta mettendo in campo questioni serie. Del resto, ascoltando un testo evangelico, capita di  intuire che quello che Gesù sta dicendo è proprio per me: proprio quello che ci voleva, che mi  raggiunge in profondità e raccoglie e fa ordine nei miei pensieri e nei miei sentimenti.

E quest’arte  del saper domandare, ponendo le questioni che contano senza pretendere subito risposte affrettate e  superficiali, è quanto ancora oggi i discepoli del Signore sono chiamati ad esercitare. Del resto, saper  porre le domande giuste significa anche avviare una vera e propria arte dell’ascolto, spesso assente  nei nostri ambienti. Perché a una domanda ne segue in genere un’altra e una domanda ben posta,  come ci insegna Gesù, avvia un dialogo che non può che avvicinare alla verità. Scriveva don Primo Mazzolari che “La salvezza è una mano che afferra un’altra mano, un passo che si arresta quando un altro si arresta, un passo che s’affretta se l’altro si affretta”. 

Domande che introducono l’annuncio 

La domanda che Gesù aveva osato porre ai Suoi interlocutori era effettivamente precisa: “che cosa pensate del Cristo? Di chi è Figlio?”. Non certo una domanda narcisistica che cerca di rafforzare le proprie convinzioni o la propria identità. Gesù non era centrato su di Sé in quel momento. Voleva piuttosto introdurre i Suoi interlocutori nel grande orizzonte della fede ebraica, al quale anche Gesù apparteneva. Si potrebbe piuttosto dire che anche Gesù stava cercando di capire, di approfondire con loro una questione che del resto circolava tra i rabbini, riguardante l’identità del Messia a partire dalla Sua origine. Cioè: di chi è Figlio il Messia per essere ritenuto tale?

E, alla Sua domanda, quei farisei esperti avevano risposto citando la Scrittura, affermando che il Cristo, il Messia, non può che essere figlio “di Davide”. Così Gesù aveva avuto modo di allargare la Sua domanda iniziale, citando a Sua volta il salmo 110 di Davide, concludendo con un’ulteriore domanda: ma “se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?’”. Come avesse detto: se Davide chiama Signore suo figlio è perché gli sta riconoscendo semplicemente una paternità ben più grande della sua, la paternità stessa di Dio. Pertanto, Colui che vi sta davanti, proprio perché anzitutto Si riconosce come figlio di Davide e in Lui figlio di Dio, ha le prerogative storiche e scritturistiche per essere riconosciuto come Messia. Attraverso un sottile ragionamento, che pure potrebbe apparire complesso per noi, Gesù ricentra l’attenzione sul senso del Suo annuncio evangelico di salvezza. 

Le nostre domande nella Sua 

E la conclusione diventa così un punto fermo, raggiunto: “nessuno (infatti) era (più) in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo”. Come si fosse così avviato un tacito assenso, la libertà di una risposta che parte da dentro più motivata e sostenuta. Forse l’inizio di una sequela. “È troppo vasto il cuore dell’uomo, le cose piccole vi fluttuano, solo le cose grandi vi si depongono eleggendovi la propria dimora … Vi è in esso un vuoto che aspira ad essere colmato e un’attesa che reclama una Presenza” (Blaise Pascal).

Forse altre domande ci abitano a Suo riguardo; forse neppure siamo in grado di trovare le parole adatte per esprimerle, portandole a un livello di  comprensione minima da parte di altri. Così si resta come in un momento di grazia nel quale o ti inginocchi riconoscendo Gesù per quello che è, oppure ancora osi trattenerti un poco. E in quel domandare ancora verbalmente inespresso, ritrovi perplessità, inquietudini, questioni antiche e persino complesse, irrisolte. Allora non temere e, come Paolo scrive a Timoteo, semplicemente “ricordati di Gesù Cristo” (2 Tim 2,8). Ricordati di Lui. In Lui getta il tuo affanno, in Lui ogni tua paura. Anche quel dolore che non ha risposta, quella tensione che sembra non trovare mai pace. L’esercizio fondamentale di chi crede o che più semplicemente fatica a credere è quello di una rinnovata fiducia in Gesù che sa porre le domande e le sa pulire portandole all’essenziale. Immettendo in Lui le nostre questioni, il nostro domandare senza fine.

don Walter Magni

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